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Sono tornata 1/6

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Prologo

Sono tornata, è il mio primo romanzo e si riferisce alla Crisi Bancaria. Sono attratto da questo evento che è accaduto nella mia vita molte volte e che si sviluppa fino alle ingloriose uscite di scena dei protagonisti e delle banche coinvolte, lasciando nei territori più povertà collettiva e disperazione individuale.Per altri, la crisi è invece  l’occasione per presentarsi come capitani coraggiosi che hanno spento l’incendio scoppiato senza preavviso. E quindi da ringraziare e ricompensare.
Nel dipanarsi del caso misterioso che vi narro mi sono chiesto perché non capiamo mai le cause dei fallimenti bancari o perché, se le abbiamo capite, non ne facciamo tesoro. Ogni volta che crolla una banca si assiste a un tedioso e sterile rimpallo di responsabilità, a indagini, polemiche politiche, notizie scandalistiche sui media, accertamenti della magistratura.

Dopo un pò non se ne parla più, calano l’oblio e la prescrizione e il conto dei danni è girato abilmente a risparmiatori e contribuenti. Tanto non è eccessivo, si dice, rispetto a quanto capitato in altri paesi. Italy First. Siamo sempre i più bravi. Nessuna autorità è disposta ad accettare critiche al proprio operato, sollecitando, all’opposto, apprezzamenti e gratitudine.

Così, tra un dissesto e l’altro, coloro che dichiarano di aver fatto il loro dovere ricevono riconferme, prestigiosi incarichi di governo o presso enti e società di rilievo.

Queste vicende individuali e istituzionali stridono con le valutazioni delle innumerevoli Commissioni di inchiesta  parlamentari o regionali, un vero record nella storia della Repubblica, le quali, occupandosi di questi eventi, hanno giudicato l’azione di chi doveva controllare inefficace ai fini della tutela del risparmio.*

1.

Questo è l’oggetto del mio pamphlet con finale mistery, una sorta di thriller ambientato in un contesto del tutto inconsueto, cercando di rispondere alla domanda: chi l’ha fatto?

Gli anglosassoni usano il termine whodunit (da“who has done it”) per definire questo genere letterario, che risale a quando The Graham’s Lady’s and Gentleman’s Magazine di Filadelfia pubblicò nel 1841 I delitti della via Morgue di Edgar Allan Poe.

Il focus della trama è, dunque, sui controllori che hanno sempre ripetuto di aver fatto tutto quello che era possibile. Ci credo ovviamente, anche per quanto potrà avvenire nel caso di nuove crisi, che forse già si profilano. Delle vecchie, alcune sono ancora irrisolte. È come un perpetuo gioco dell’oca, in cui si riparte dall’inizio o meglio dalla prossima crisi, senza aver appreso molto dalla lezione degli avvenimenti appena trascorsi.

Quanto alle ricompense politiche, la chiamata di tecnocrati, non scelti dagli elettori, alle più alte cariche dello Stato rischia nel tempo di trasformarsi in un vulnus per la democrazia, creando deresponsabilizzazione della classe politica, che pure non brilla di suo.

Negli eventi che ho immaginato, “chi l’ha fatto” diventa chi ha fatto fallire la banca o chi non ha impedito che fallisse. Il materiale, purtroppo, non manca. D’altronde, il credito malato e il risparmio tradito sono temi di drammatica attualità che in Italia hanno ricevuto scarsa attenzione come genere narrativo. Da questa indifferenza letteraria mi sento di escludere gli instant book, scritti come resoconti giornalistici nel momento in cui esplode il fatto e l’attenzione mediatica è al massimo, ma che poi sono destinati a restare senza seguito.

2.

Il mio obiettivo è colmare questa lacuna. Non vi sono atti di accusa per nessuno, non sono un giudice. Tutti gli attori hanno dichiarato di aver fatto il proprio dovere. Sono disposto a crederci ed è proprio questo l’aspetto più sorprendente e misterioso. La crisi di una banca capita e non ha mai padri. Forse anche per questo capita spesso, perché il conto finale è a carico di risparmiatori e contribuenti.

Ma chi fa fallire la banca del racconto? Non sono certo di poterlo attribuire in modo definitivo a chicchessia. Si afferma uno scenario nebbioso dove tutto è vero e niente lo è, come nei romanzi di Leonardo Sciascia. Tante volte è capitata questa situazione paradossale, per cui anche l’immaginazione non riesce a dare le risposte che tutti legittimamente si attendono. L’unica certezza a chi avrà la pazienza di leggere questo breve romanzo è che le banche non falliscono per caso.

I dissesti finanziari hanno avuto una frequenza impressionante in Italia negli ultimi trent’anni. Se ne contano decine e decine, di tutte le dimensioni, di grandi, medie, piccole banche, di intere categorie, di tipologie cui, nei tempi migliori, era riconosciuta la massima importanza per lo sviluppo del paese, al Nord, al Centro, al Sud. E alcune crisi di importanti banche sono ancora aperte. Se non le avessimo avute tutte quelle crisi, il Paese sarebbe probabilmente in condizioni migliori di quelle nelle quali versa da anni, cioè di progressivo indebolimento, di declino e adesso vacillante, sotto la mazzata del Covid.

Con i se non si fa la storia, nemmeno delle banche. Ecco perché anche questo racconto è frutto di immaginazione, perché parla di cose che per molti non esistono. Anche se difficilmente si può negare che non ci sia corrispondenza con la realtà, tutti i personaggi sono ispirati a pura fantasia.

3.

Chi vi voglia cercare riferimenti a persone reali compie un’operazione del tutto arbitraria, dalla quale mi dissocio. Ci tengo a dirlo in anticipo. E ancor di più tiene a farmelo dire il mio avvocato.

I capitoli che seguono non sono dunque il resoconto tratto da carte riservate. La verità è davanti a noi e il segreto non esiste. E quello delle carte, dopo tutto, serve a poco. I segreti degli uomini sì, specie se sono legati alle loro supponenze e alle loro ambizioni. Anche qui gli esiti sono un mistero. E’ tutto e il contrario di tutto, una tombola.

A chi va la damnatio memoriae, a chi il cursus honorum. Difficile per chiunque, non sia addentro alle segrete cose, capire i giochi, le macchinazioni, i paradossi, i regolamenti di conto all’ombra della democrazia economica. Sono usanze e riti del potere che non tollerano intromissioni; il popolo, la ‘democrazia che vorrei’, la corretta gestione delle imprese restano troppo spesso al di fuori d’ogni responsabilità.

Allo stesso tempo, per chi vuole vedere in questo mio scritto un insegnamento di educazione finanziaria, vorrei che si capisse bene che le nuove strade che io sostengo sono legate all’appartenenza del paese all’Unione Europea e ad Eurolandia.

Negli ultimi 20 anni le regole europee in materia bancaria e finanziaria sono cambiate verso una tutela della clientela più incisiva e soprattutto di natura preventiva. E’ importante apprenderle e applicarle nella nostra vita. Questa è l’unica strada da percorrere.

In copertina ho messo La discesa nel Maelstrom di Harry Clarke, che nel 1919 rappresentò così l’omonimo racconto di Edgar Allan Poe. Nei capitoli, le singole parti hanno un titolo che richiama canzoni e film per ricordare gli artisti che hanno acceso le menti di più di una generazione. Chi non ricorda l’urlo, iconico e fobico, dei Pink Floyd in The Wall: Mother, Should I run for President? Madre, dovrei correre per la Presidenza? Esso è il paradigma del fallimento della meritocrazia e delle vicende narrate in queste pagine.

*La Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema bancario è giunta a ritenere che “in tutti i 7 casi” di crisi bancarie oggetto di indagine “le attività di vigilanza sia sul sistema bancario (Banca d’Italia) che sui mercati finanziari (Consob) si siano rivelate inefficaci ai fini della tutela del risparmio”. Relazione di maggioranza, 30 gennaio 2018.

   


4.                                                       

 

Capitolo Primo Niente dura

Hanno ucciso l’uomo ragnoChi sia stato non si sa.
883 (1992)

Quella sera gli sfavillanti lampadari di cristallo del Palazzo Centrale erano rimasti accesi durante tutta la notte. Stava per crollare la più grande banca del paese e occorreva trovare una soluzione, a qualsiasi costo.

Il Controllore Principale, capo della Grande Controllora spa era bianco in volto e si affrettava a ricordare a chiunque incontrasse la linea da tenere, che era anche il motto della Ditta: State preparati. Siccome gli piaceva far mostra della sua padronanza della lingua latina: Estote parati, tradusse automaticamente, con un piccolo sorriso questa volta più preoccupato che compiaciuto.

Ma preparati a che cosa?

Anni e anni di accorte geometrie politiche e di sponde con tutti i partiti avevano con sapienza affinato il significato di quelle due semplici parole. Preparati a criticare tutto e tutti per salvare se stessi. Ovviamente nel più ferreo rispetto della sobrietà comunicativa. Senza mai un eccesso nell’esternazione dei propri concetti, frasi brevi, incisive, pacate, parole chiare, numeri, tanti numeri, che supportano le spiegazioni e spiegazioni che interpretano numeri.

Un mondo cartesiano, razionale, circondato da una serie di protagonisti, talvolta rissosi, tal altra avventati, sempre bisognosi di essere ricondotti alla ragione, al miglior ordine delle cose, per il benessere collettivo. Io penso, Io esisto, Io sono era la Grundnorm,il presupposto valido ora e sempre, il paradigma di ogni azione e ogni difesa.

5.

La Grande Controllora operava sempre al massimo delle sue cospicue risorse materiali, morali e intellettuali a vantaggio del Paese. Un soggetto esterno, puro, resiliente non resipiscente, di fronte alle endemiche inefficienze del Paese, un osservatore esperto, autorevole, super partes, dedito a risolvere problemi, abituato a non vedersi mai come parte del problema.

Le occasioni non mancavano. Che si trattasse di politica monetaria, di banche e altri intermediari finanziari, di assicurazioni, di concorrenza, di mercati azionari, di fondi pensione, di finanza pubblica, la Grande Controllora, Autorità Finanziaria Unica Nazionale, aveva la virtù di capovolgere le situazioni per escludere ogni sua responsabilità. In certi casi a qualcuno era parso che fosse proprio quello il suo ruolo. Respingere ogni addebito.

Nel tempo era finita per concentrare su di sé tutta la filiera dei controlli possibili: in presenza e da remoto, di compliance, di efficienza operativa e allocativa, di stabilità finanziaria e dei mercati, di tutela del consumatore, di antitrust, di antiriciclaggio, di trasparenza e di protezione della privacy. Proprio la frequenza di precedenti crisi bancarie e finanziarie aveva consigliato il rimedio dell’Autorità Unica, diventata il dominus incontrastato.

Chi cercava di tirarla in ballo con domande scomode, riceveva lezioni circostanziate su come fossero realmente andate le cose, senza possibilità alcuna di un’altra verità. Dare lezioni, non riceverne era il suo compito.

6.

Era, militarmente parlando, la ridotta di un Paese sempre sull’orlo della crisi da ultima spiaggia. I suoi uomini erano la riserva cui attingere in situazioni estreme. Gettare un’ombra su di lei equivaleva a sabotare, boicottare, tradire gli interessi nazionali.

L’autocritica non era praticata. L’autoassoluzione del proprio operato era implicita. Guai ad aprire qualche varco nel muro granitico delle responsabilità.  Ne avrebbe fatto le spese la Nazione. Sembrava che i suoi massimi esponenti ripetessero di continuo “Finché so forte, è forte la Nazzione, si indebbolisce se m’indebbolisco”, come recitava quella iconica poesia di Trilussa di tanti anni fa, che sembrava scritta apposta per risuonare nei suoi austeri saloni.

Le preziose relazioni, leggibili con soavità e interpretabili secondo ogni logica, si appalesavano nel tempo – e passando di bocca in bocca, di commento in commento – dei testi sacri, neutrali e oggettivi. L’utilizzo di termini forbiti e le concettualizzazioni erano inclusivi di qualsiasi tesi e utilizzabili per sostenere ogni legittima posizione.

Le responsabilità altrui erano oggettive, cioè venivano da colpe formatesi nel passato, accertate, cristallizzate, nel contesto, nello sfondo, nel background, contro le quali c’era poco da fare, oppure soggettive, cioè dovute a comportamenti imprevedibili di qualche specifico banchiere, che aveva inaspettatamente deviato da un percorso di prudenza.

A nulla rilevava, come ammissione di errore, se quello stesso banchiere era stato fino a poco prima onorato nelle sue virtù manageriali. Il suo sbandamento era questione quasi da psicanalisi, imprevedibile, un colpo di testa, un impazzimento improvviso, piuttosto che il frutto di lunghi e insaziabili appetiti per affari rischiosi o poco trasparenti.

Nessuna crisi era definitiva. Tutto si poteva gestire. Il tempo avrebbe sanato ciò che ne restava, la vis sanatrix degli antichi romani. Ed ecco ancora il latino in soccorso al nostro Controllore Principale che cercava di farsi una ragione del grande dissesto bancario esploso all’improvviso. Questa volta, però, il guaio era enorme per la quantità delle perdite, pari a miliardi e miliardi di moneta sonante e per la qualità degli autori del disastro che avevano amici o amici degli amici in tutti i partiti della Repubblica. Come uscirne senza smacco?

7.

The lamb lies down on Broadway (Genesis, 1974)

Alla riunione delle 18 arrivarono in quattro, vestiti nella intramontabile eleganza della grisaglia, camicie bianche, cravatte regimental, prendendo posto in silenzio intorno al pesante tavolo di noce preparato per l’occasione. Fuori era freddo e già buio, come sempre a dicembre. La gente si affrettava per le compere, fra qualche giorno sarebbe stato Natale.

Le ampie vetrate azzurrine delle finestre del Palazzo isolavano dai rumori del traffico e dal vociare dei passanti. Fra poco gli officianti in un silenzio quasi surreale avrebbero iniziato la riunione. Ma nessuno finora aveva capito quale scenario si sarebbe presentato loro.

Il Controllore Principale, il celebrato economista Ugo Ragno, in apertura, chiese se qualcuno aveva anticipato ai giornali la notizia. In realtà già tutto il paese sapeva del disastro, ma la battaglia che si combatteva tra riservatezza e preoccupazione aveva finora impedito di far conoscere meglio i termini del problema.

Il Vice Controllore, Augusto Pirro, il volto privo di segni di emozione, quasi funereo nella sua gravità, prese la parola e sciorinò una relazione preparata dai suoi più agguerriti collaboratori, piena di numeri, percentuali, di più e di meno, mostrò grafici, fece confronti, usò un’infinità di espressioni tecniche. Non era il suo solito modo di comunicare, fatto di frasi brevi e dirette, che non avevano bisogno di tanti tecnicismi per esprimere il suo pensiero. Insomma, sotto molti versi, quella relazione lasciò di stucco gli altri due personaggi presenti all’incontro, che erano niente di meno che il Ministro del Tesoro e il suo esperto contabile, il professor Gaetano Silice, chiamato per capire di più dei conti della banca, per poterli tradurre in iniziative governative.

8.

Pirro annunciò che la grande banca stava per morire per perdite su crediti pari all’intero patrimonio con conseguenze nefaste per azionisti e risparmiatori, ma anche per altre importanti banche che fino al giorno prima avevano prestato a dismisura alla nostra, impegnando cospicui fondi.

Una catena di Sant’Antonio bella e buona che non si sapeva dove cominciasse e dove finisse, tanto che erano ancora in corso misurazioni circa l’entità del disastro. Nei fatti la reputazione di cui la Banca aveva goduto fino ad allora si rivelava costruita su dati artificiosi, se non addirittura falsi. Un gigante dai piedi di argilla, pronto a implodere su sé stesso.

Silice azzardo’:”Perché  non ci avete avvertiti prima?”

Il Controllore Principale, infastidito dalla domanda che suonava di proditoria accusa, replicò, uscendo dai canoni del suo stile di comunicazione pacato: “Non dica banalità, sa bene che se la crisi fosse scoppiata un anno fa, cioè prima delle elezioni, l’attuale governo di cui fa parte il suo Ministro, non ci sarebbe stato. Abbiamo mantenuto l’ordine costituito e ci dovreste pure ringraziare.” 

Il ministro non si aspettava una reazione tanto vivace, vedendo per un attimo vacillare la sua autorità, che gli derivava dall’essere il più strenuo e riconosciuto difensore del primato della politica, potere da esercitare democraticamente su tutto, dalle grandi questioni ai più minuti problemi. Non si poteva mettere in dubbio né la sua vocazione né la sua meticolosità. Si riprese e con tono stizzito, che non confaceva neanche a lui, sempre così flautato nelle esternazioni:

9.

Avete comprato tempo, ma a quale prezzo?”, replicò, “e soprattutto ora che cosa intendete fare? Abbiamo due giorni fino alla riapertura dei mercati di lunedì per risolvere la situazione. Se non troviamo la soluzione, scoppierà una crisi finanziaria dagli effetti incontenibili. Ci potranno essere fughe di capitali, vendite massicce di titoli del debito pubblico, la nostra reputazione andrà a pezzi sui mercati internazionali e, dio non voglia, potremmo subire anche la corsa agli sportelli bancari, per il ritiro dei depositi! Il panico. E a quel punto sarebbe vano affannarsi per evitare l’arrivo della Troika!”

La quale Troika, rappresentata da arcigni organismi internazionali, sarebbe intervenuta non per una crisi da debito pubblico, come fino ad allora si era temuto, ma per un fallimento bancario di dimensione inusitata, che nessuno aveva messo nel conto.

Non che mancassero le soluzioni normative al problema, anzi forse ce ne erano fin troppe: dal fallimento, all’acquisizione della banca malata da parte di altra banca, alla nazionalizzazione. Bisognava comprare tempo con il commissariamento, che avrebbe consentito di non prendere decisioni affrettate e stemperato l’ira dei depositanti verso gli amministratori della banca.

10.

Per ore esaminarono le esternalità negative e le cartucce che si potevano sparare. Il guaio era grosso perché grandi gruppi industriali del paese avevano preso soldi a valanga dalla banca. Il fallimento, poi? Impensabile, dato che sarebbe stato come chiamare i carabinieri a risolvere una disputa di corna in una famiglia aristocratica e per bene, ricordò costernato il Controllore Principale, avendo oramai perduto il suo self control. Non si fa così, gli stracci e le corna rimangono a casa.

Il punto da far quadrare era il salvataggio della banca senza apportare pregiudizio ai tanti soggetti interessati. Da poco vi era stata una importante riforma della regolamentazione finanziaria che aveva sancito il principio che la banca è una impresa. Epperò, pur essendo impresa non poteva fallire come una società qualsiasi, non pagava mai far fallire una banca. L’abilità era trovare una soluzione alternativa. La gratitudine espressa da politici, sindacalisti, uomini di governo sarebbe stata imperitura e presto sarebbero arrivate ricompense per tutti i salvatori.

E’ questa forse una visione semplicistica di come si stavano sviluppando le cose. Ma il contesto era veramente particolare. Da tempo immemorabile il paese si caratterizzava per un elevatissimo debito pubblico e per una arena politica in cui tutte le crisi di governo erano di natura extraparlamentare. Quindi, nessuno poteva temere un eventuale giudizio del popolo sovrano che, pur recandosi alle urne con frequenza, vedeva le proprie scelte abbandonate, per l’emergere di governi di coalizione estemporanei e di durata limitata.
Era rimasta celebre la frase del segretario di un partito che si era presentato alle telecamere per dichiarare che il suo partito era arrivato primo alle elezioni politiche, ma non aveva vinto. Un ossimoro di grande fattura dialettica. Triste destino, che però portava acqua al mulino di chi, nelle istituzioni della Repubblica, stava organizzando la propria carriera politica.

11.

Non avrai altro Dio fuori di me, mi ha fatto spesso pensare (Fabrizio De Andrè, 1970)

Il Controllore Principale, superati i 75 anni aveva ogni motivo per sentirsi appagato nella sua vita professionale ed affettiva. Aveva una bella famiglia. I due figli, uno medico, l’altra ingegnere, entrambi felicemente sposati, non avevano seguito le orme paterne. Ciò lo inorgogliva, perché non gli avevano mai dato preoccupazioni e non lo avevano mai messo nella condizione di doverli raccomandare per il loro inserimento sociale o lavorativo. Doveva ritenersi realizzato in tutte le sue aspirazioni di padre, di marito e di grand commis d’Etat, come lo appellava la stampa.

Non aveva debiti di riconoscenza con nessuno. Aveva le carte in regola per sostenere, come avvenuto per altri prima di lui, il sottile desiderio che era andato occupando la sua mente.

In assoluta buona fede, avvertiva il bisogno civico di dedicarsi a pubblici uffici a livello ancora più alto, desiderava votarsi ancor di più all’altruismo nazionale. Voleva sacrificarsi ancora alla causa collettiva, continuando sì a servire il paese, ma da una posizione meno nascosta al grande pubblico. Aspirava al riconoscimento mediatico, alla pubblica fama.

12.

Un grand commis non si realizza mai pienamente se la sua opera per quanto meritoria, ma pur sempre tecnica e quindi circoscritta, non sfocia nel mare della politica, nel suo significato più elevato. Mettersi al servizio di tutti, da Ministro dell’Economia, da Capo del Governo, per essere riconosciuto come nume votato soltanto all’interesse generale. Una vestale, un sommo sacerdote pronto a scendere in campo per salvare la patria in pericolo. Senza il minimo vantaggio per sé. O forse con il massimo dei vantaggi attesi: quello dell’eternità sancita dai libri di storia, che è sempre di parte, perché scritta dai vincitori.

Eccola l’ambizione che coltivava in cuor suo Ragno. Legittima, perché dopo tutto non si sentiva affatto da meno di altri che avevano già percorso quella strada.  Ora però quell’incidente si frapponeva, mettendo in pericolo le sue aspirazioni. La situazione poteva addirittura rovesciarsi, facendolo precipitare tra i responsabili del dissesto della banca. Anche per questo lo scandalo andava contenuto, sminuito, ridotto, tamponato, sopito, posposto. Gestito! Non poteva quella storia così improvvisa rendere vano il percorso di successo degli ultimi anni.

13.

Di solida preparazione umanista ed economica, il nostro aveva scritto articoli e saggi importanti, tenuto lezioni nelle più prestigiose università, affrontato con grande padronanza interviste della stampa e in televisione, anche su argomenti non strettamente attinenti alle discipline di cui aveva maggiore padronanza.

Aveva in economia una visione keynesiana, guai a non essere keynesiani, anche se in molti giuravano di averlo sentito nei tempi recenti abiurare al riferimento di una vita, inneggiando ai benefici del mercato che sa sempre autoregolarsi e selezionare i propri campioni, senza bisogno di molti controlli. Ma forse era stato soltanto un moto di stizza, un paradosso, una voce dal sen fuggita di fronte a chi sa quale aberrazione della politica nella sua versione meno edificante, volta ad approfittare del denaro pubblico per catturare il consenso, elargendo fondi senza criteri, senza serietà. Oppure era il tributo da pagare all’emergere di nuove maggioranze in politica.

Egli ricordava spesso ai collaboratori che era nato come studioso del mercato del lavoro, prima di diventare esperto di quello dei capitali e delle banche. La finanza era il suo lido di approdo definitivo.  La finanza era il terreno dove i capitali potevano spostarsi rapidamente, alla ricerca delle iniziative più profittevoli e quindi di maggiore efficienza. Senza la finanza, non ci poteva essere accumulazione e sviluppo e anche il capitale umano non avrebbe potuto emanciparsi, rinnovarsi, crescere.

14.

La finanza, come l’economia nata nel Settecento nell’alveo della Filosofia morale, doveva ispirarsi maggiormente all’Etica, da considerare la stella polare d’ogni agire economico. Era stato il backbone di un suo intervento particolarmente applaudito ad uno dei tanti eventi cui Ragno aveva presenziato. Il primato della Finanza era incontrovertibile.

Aveva nel contempo rinnovato la Grande Controllora spa, aggiornandola alle nuove tecnologie, alle innovazioni sociali sulla parità di genere e anche alle tendenze dei vari orientamenti sessuali. Aveva spazzato via vecchie modalità burocratiche di selezione della dirigenza. Aveva promosso molte persone ai gradi più alti della carriera, aveva creato nuove posizioni funzionali e specialistiche.

Il suo gradimento tra i dipendenti era massimo. Un sistema che diffondeva benefici tanto cospicui non poteva mai metterglisi contro, men che meno tradirlo.

Dentro di sé aveva la certezza di aver creato una macchina perfetta incapace di commettere errori, di non accorgersi di qualche incidente che potesse creargli problemi. Era concentrato su di sé e sull’istituto che dirigeva con capacità, visione strategica, dinamismo, da oltre un quindicennio.

Il suo Vice Augusto Pirro era il modello dell’uomo del fare, un Direttore Generale operaio, si sarebbe detto con una metafora che andava di moda. Infaticabile organizzatore, era noto soprattutto come uomo dei controlli sulle banche, avendo esercitato questo lavoro per una intera vita lavorativa. Era così vasta la sua esperienza sul tema che egli non lesinava mai di parlare dei propri successi, gonfiandosi il petto.

15.

Non era un vezzo, ma una necessità quella di riportare sotto controllo gli accidenti del mondo della finanza e delle banche. Nelle sue rievocazioni induceva gli interlocutori a pensare che possedesse quasi un sesto senso per intervenire sulle situazioni più scabrose.

Sosteneva che era il clima lavorativo che si respirava nella banca controllata che faceva la differenza, che serviva per capirne la vera condizione, in termini di coesione manageriale, senso di appartenenza del personale, correttezza, spirito di sacrificio, disinteresse per i propri affari, da sacrificare sempre al benessere dell’azienda, attenzione ai bisogni della clientela. Trasparenza, in una parola.

Per Pirro, la salute di una banca era questione di cultura aziendale. Se la cultura aziendale era centrata su quei principi, la banca si sarebbe dimostrata sempre solida e affidabile. Se per caso qualche indicatore statistico non fosse risultato perfettamente allineato, vi sarebbe tornato presto, automaticamente.

Tutti i segnali di allontanamento da questo quadro di riferimento erano invece inequivocabili indizi di debolezza, che potevano diventare fattori di criticità e sfociare in scompensi sempre più profondi, fino all’ineluttabile dissesto.

Aveva le idee chiare lui, tante ne aveva viste. Quando si diceva la cultura del controllo non si poteva che pensare a lui. E dal controllo alla prevenzione il passo era davvero breve. E lui diceva di averlo saputo sempre percorrere, esercitandolo addirittura secondo i dettami dell’arte.

La sua vera professionalità non consisteva nella padronanza della tecnica bancaria, che pure aveva. Era la convinzione che il suo mestiere equivalesse ad esercitare un’arte vera e propria, un qualcosa che diventava un mix di psicologia, di intuizione, di autorevolezza, di dialettica, di genialità. I destinatari dei suoi controlli lo dovevano avvertire lontano da loro e nel contempo vicino. Pronto a rampognarli, ma anche a cogliere le incertezze di un mestiere difficile come quello del banchiere, rassicurandoli, incoraggiandoli, confortandoli, senza mai interrompere il dialogo.

16.

Così davanti al Grande Palazzo della Controllora ogni mattina macchine di rappresentanza di grande cilindrata, tirate a lucido, i vetri oscurati, gli autisti impeccabili, scaricavano i banchieri d’Italia che lui aveva convocato o che d’iniziativa avevano avvertito il bisogno di conferire con lui. 

Ma, intendiamoci, nessuno avrebbe potuto parlare di confusione di ruoli né tanto meno di conflitto d’interessi. Lui rimaneva pienamente nella sua veste, loro dovevano informarlo anche di situazioni scottanti. Il rimedio, se messo in campo per tempo, avrebbe evitato guai peggiori, con pieno sollievo di tutti. Augusto Pirro era insomma un padre severo e giusto. Un artista della supervisione bancaria.

Quando anni prima, in un convegno in USA fu presentato il modello CAMEL (Capital, Asset, Management, Earning, Liquidity – antesignano dei modelli implementati poi da Basilea e della vigilanza europea) per ancorare a criteri oggettivi, cioè a numeri, cifre, rapporti matematici i giudizi sulle banche sotto il controllo delle Autorità, egli era rimasto perplesso. Tutte quantità e nessuna qualità alla base dei giudizi sulla salute delle banche.

Il mondo in cui aveva vissuto e creduto stava, seppure lentamente, cambiando. Nulla di simile aveva fino ad allora immaginato e quando gli fu chiesto come si regolavano nel suo paese, senza pensarci due volte aveva risposto:

Noi ci indoviniamo sempre. Abbiamo i nostri modelli. Più efficaci d’ogni altro. I miei banchieri ed io ci guardiamo negli occhi. Ci capiamo al volo. Certamente ci adatteremo alle nuove tecnologie dei controlli, ma le nostre abilità e i nostri modi non sono in discussione. Siamo i controllori più bravi del mondo. E le nostre banche sono le più solide.”

17.

Pareva una battuta, magari un po’ ingenua, per sottrarsi a una situazione imbarazzante, ma a ben vedere era l’essenza del suo modus operandi fino ad allora.

Aveva la convinzione di riuscire sempre a portare i capi delle sue banche sulle sue posizioni, affinché abbandonassero una strada pericolosa, evitassero un rischio eccessivo, modulassero le scelte aziendali sulle effettive forze della banca. Quando ciò non avveniva secondo i modi da lui attesi, ecco il sistema che seguiva.

Procedere con determinazione, anche se lentamente, come diceva il Manzoni “Adelante Pedro con juicio”, per evitare qualche trappola disseminata sul percorso dalla politica, che con le banche era propensa ad andare sempre a nozze, proteggendo anche i banchieri più sconsiderati.

Finalmente abbiamo una banca!” era stato sorpreso a rallegrarsi il segretario di un partito alla notizia dell’ingresso di una grande azienda di credito nella sua sfera di influenza, tanto per ricordare come la politica manifestasse senza mezzi termini il proprio interesse verso il settore.

Ora però le granitiche certezze di Pirro vacillavano. Si presentava una situazione diversa dai soliti dissesti. Il fantasma della crisi inattesa, imprevedibile, irreversibile, assoluta stendeva le sue ali sulla più grande banca del paese. Il sancta sanctorum vacillava, traballava, era già in ginocchio. Non c’era tempo e l’Europa era determinata a procedere con le sue regole senza concedere margini di manovra per negoziare deroghe! Fallimento, scioglimento, dissoluzione, fine della banca. Fine di tutto. Bisognava resistere a quella prospettiva.

La sottile arte di guadagnare tempo che evita colpi alla struttura e la fa lentamente progredire verso il meglio doveva essere ancora praticabile. Ex post, si trova sempre una spiegazione, una giustificazione da dare in pasto al pubblico e ai politici. Per il resto ci sono io, altrimenti a cosa servo. Era il non detto di Pirro. A differenza del suo cognome, le sue erano vittorie durevoli, pensava. Finora era sempre stata trovata la migliore soluzione possibile ai peggiori guai bancari. La storia ultima, però, avrebbe riservato altre sorprese.

Questi erano i due protagonisti della riunione che non voleva finire mai, tra interruzioni e telefonate che alimentavano impazienza e tensione.

18.

Mother, they will drop the bomb ? (Pink Floyd, 1979)

Verso la mezzanotte, non essendosi ancora trovata una via praticabile, furono introdotti due dirigenti con enormi faldoni di documenti per fare il punto sulla situazione. Erano persone di grande esperienza, seguivano la banca da tempo e avevano condotto con altri colleghi verifiche approfondite. Il primo esordì dicendo che il rapporto tra impieghi e depositi era ben oltre il cento per cento e il rientro da quella condizione di squilibrio finanziario era improbabile dato il peggiorare della situazione complessiva dell’economia. Questa situazione richiedeva in ogni caso di immettere liquidità per il lunedì successivo, altrimenti le banche creditrici avrebbero messo alle strette la nostra banca, imponendole di restituire i prestiti ricevuti.  Non potendolo fare, avrebbero finito col mettere in difficoltà se stesse.

Il discorso sul credito malato era più complesso. C’era in ballo mezzo sistema industriale e la questione era delicatissima. Nel corso di verifiche precedenti non è che la situazione debitoria non fosse emersa. Le conseguenze erano state però sottovalutate.

La prassi che abbiamo seguito, disse uno dei funzionari, era che se trovavamo adeguate garanzie patrimoniali all’insolvenza accertata attribuivamo probabilità di perdita pari a zero. Credito malato sì, ma non perdente”.

Ma che spiegazione è? Banche piene di crediti marci con perdite risibili, è la negazione della sana e prudente gestione che noi dobbiamo assicurare. Perché avete fatto così?” Esclamò, esausto Pirro che pure sapeva bene come stavano le cose.

19.

A quel punto la partita stava arrivando alla sua drammatica conclusione. Il funzionario non si tenne la rampogna, anzi andò allo scontro perché capì che lo stavano per silurare.

O facevamo così oppure dovevamo mettere l’intero sistema bancario in liquidazione. Il recupero dei crediti malati nel nostro paese dura anni e in tutto questo tempo, se l’economia riparte, è sempre possibile risolvere la situazione. I nuovi crediti che vengono erogati coprono quelli malati. E’ così da sempre. La decisione condivisa è stata di prendere tempo, nella speranza…”. Non terminò la frase, non essendovi nulla da aggiungere. La situazione era fin troppo chiara.

Ancora una volta e come sempre si doveva lavorare per guadagnare tempo. Questa volta però non era per nulla semplice. Il tempo aveva aggravato non semplificato la situazione. Un rapporto tra crediti malati e ammontare di tutti gli impieghi del 20/25 per cento era insostenibile per qualsiasi banca.

Inoltre, esponeva la Controllora spa a critiche pesanti, dalle quali era sempre più difficile difendersi. Mentre in altri paesi molte crisi bancarie erano causate da fattori di mercato, improvvisi e imprevedibili, qui la crisi si era arrotolata come un serpente per anni sotto gli occhi di tutti, prima di diventare un’idra dalle tante e fameliche teste che non si riusciva più a debellare.

Il processo non era più agli attori, ma ai loro controllori. Come era possibile che tutti coloro che dovevano tenere sotto controllo la situazione non avessero quello che stava accadendo? Gli strumenti operativi e normativi erano tutti disponibili. Cosa era accaduto?

20.

Ed ecco allora Ragno uscire dal suo silenzio meditabondo. Toccava a lui il bagno di responsabilità. Era il capo dei capi. Sarebbe ricorso a qualsiasi mezzo pur di salvare se stesso e l’istituto che governava. L’istinto gli suggeriva anche che ne avrebbe tratto vantaggio se fosse riuscito a ben manovrare quella crisi. In lui molti dovevano vedere il Salvatore della patria. In passato, forse non era già riuscito ad altri?

Signori, prego dobbiamo essere coesi. Nessun contrasto tra di noi. Il paese ci guarda. Il compito che ci è stato affidato è gravoso, ma noi lo abbiamo svolto e continueremo a svolgerlo al meglio.Possiamo dimostrare a chiunque che abbiamo seguito le procedure di legge e adempiuto con diligenza alle nostre incombenze. Avessimo avuto più poteri avremmo fatto ancor di più. Le medicine le abbiamo somministrate e pure bene e le banche muoiono e vivono come qualsiasi altra impresa. Contate il numero di controlli che facciamo ogni anno, gli incontri con i responsabili delle banche, le lettere di richiamo che io stesso ho più volte firmate. Le multe che affibbiamo ai banchieri più riottosi. Le cose le abbiamo dette e abbiamo pure controllato che quelle raccomandazioni venissero eseguite. Nessuno, nella maniera più assoluta, può dire che abbiamo mancato anche una sola volta ad uno dei nostri tanti e difficili doveri. Abbiamo fatto tutto e di più.  La crisi non ha risparmiato né le imprese né le banche. Mai il nostro paese aveva conosciuto un periodo così nefasto, credetemi”.

Fine della nobile ed accorata allocuzione.

21.

Vi era qualcosa di magico e di tremendo in quelle parole che segnavano la linea da seguire. La magia era insita nella parola crisi dato che non tutte le banche erano fallite a causa della recessione economica, anzi alcune ne erano uscite rafforzate. L’aspetto tremendo è che, come molti iniziarono a intendere, nessuno sarebbe stato responsabile di quella crisi. Era stato commesso un omicidio, ma nessuno poteva essere condannato.

In realtà, come dice il poeta, le anime belle muoiono più volte. E a sentire questa allocuzione molte di esse, se davvero esistono da qualche parte, pensarono che questa banca era così da almeno dieci anni e con dieci anni di ritardo in genere non si trova più nulla nei suoi forzieri.

Se questa era la strategia che stava emergendo, bisognava tentare di mettere in sicurezza quello che ne restava, ma come?

Dopo lunghe discussioni si convennero tre misure che poi furono passate al Ministro per la firma, previa una attenta rilettura d’ogni frase, d’ogni parola, d’ogni segno di punteggiatura (con relativa spunta d’ognuno dei numeri riportati nei documenti) circa le compatibilità di bilancio delle variabili economiche e finanziarie.

Si nominò un commissario nella figura dell’illustre Prof. Avv.Valerio Fronzoni, cattedratico di diritto bancario, si decise di cacciare tutti i manager e si impose un piano di rafforzamento patrimoniale da inserire in un piano industriale da presentare entro poche settimane, si ordinò la vendita di tutti gli asset non strategici includendovi perfino la collezione di arte contemporanea, una delle più importanti al mondo, essendo ben noto il suo mecenatismo.

22.

Poi si dettò l’ultima regola, la medicina più amara di tutte. Far rientrare al massimo possibile i fidi, tutti i fidi. Tagliare, eliminare ogni tolleranza, sottoporre i debitori anche i più piccoli alla pressione del rientro delle loro esposizioni.  Spremere tutto ciò che si poteva spremere, per ottenere ogni stilla di liquidità aggiuntiva.

Ad eccezione…ad eccezione delle deroghe che ci dovevano comunque essere. Si aggiunse subito. Se ne doveva occupare il Commissario straordinario di compilarne un elenco accurato, perché il pericolo di scatenare reazioni da parte di qualche potente debitore, di provocare sollecitazioni politiche ad usare maggiori riguardi verso questo o quell’imprenditore avrebbe reso la situazione davvero ingestibile. E lui, Ragno, si sarebbe trovato al centro di quel mercato dei debiti malandati, con la più alta probabilità di commettere errori e di farsi nemici. Bisognava prevenire quel rischio.

Una cura da cavallo! Ma il cavallo era già stramazzato. Bisognava rimetterlo in piedi almeno per un pò in attesa di soluzioni definitive.

Ad abudantiam, disse il Controllore Principale, i verbali delle ultime verifiche presso la banca andranno inviati alla procura della Repubblica per gli accertamenti di competenza. Andrà anche valutata da parte del prof. Fronzoni l’avvio dell’azione di responsabilità nei confronti dei vecchi consiglieri di amministrazione per infedeltà e per i danni provocati dalla loro cattiva amministrazione.

Unicuique suum, a ciascuno il suo!”, sentenziò alla fine. Il latino aveva un’espressione appropriata per ogni circostanza. E lui era maestro nell’associarle alle situazioni di vita vissuta.

23.

Il neo commissario era noto negli ambienti per la severità e la capacità nel ricostruire fatti, numeri, circostanze, fino al minimo dettaglio. Era pedissequo e pedante. Ma dopotutto era proprio questo che si voleva da lui, senza travalicare il proprio compito. Godeva del massimo rispetto. Avrebbe fatto tutto ciò che era necessario, con una simile reputazione, poi! Soprattutto avrebbe seguito le indicazioni che provenivano dal Capo della Grande Controllora in persona. Più severi di così, davvero non si poteva.

Stabilirono anche i tempi per l’annuncio alla stampa e il Controllore Principale chiamò il proprio addetto alla comunicazione a cui diede indicazioni precise di come le fonti giornalistiche avrebbero dovuto informare l’opinione pubblica. Bisognava evitare qualsiasi sussulto, qualsiasi turbamento e, soprattutto, andava detto che nessuno ci avrebbe rimesso nulla.

In verità, la considerazione era corretta per il semplice motivo che tutti ci avevano già rimesso, solo che non se ne erano ancora accorti.

Capita così con le banche, pensò Ragno andando a cercare nella mente qualche riferimento teorico tra i più famosi economisti che si erano occupati di euforia e panico finanziario.Ma in modo meno accademico pensò pure:

Che bella rogna che sono le banche!” E subito gli balzò alla mente, in tutta chiarezza, il suo disegno.

Quanto sarebbe meglio, se la Grande Controllora potesse fare a meno del potere di sorvegliare banche e tutto il resto, concentrandosi sulle attività di studio, di analisi economica e sociale. Attività più riflessive, più ponderate, meno contrastate. Più tranquille, insomma. Più libere, per poter esprimere opinioni un po’ su tutto. Autorevolmente ascoltata e convenientemente citata nelle prese di posizione di altri.

24.

“Come ha osservato il dr. Ragno, come ci ha spiegato il dr. Ragno, come ci ha fatto capire il dr. Ragno” e così via. Per esempio, la Grande Controllora potrebbe occuparsi a tempo pieno di educazione finanziaria della popolazione, che porta tout court alla educazione del cittadino. In effetti, al paese mancano educazione e cultura. I difetti bancari e finanziari sono accidenti, lo scopo essenziale è costruire l’uomo economico nuovo. Questo dovrebbe essere il vero compito della Grande Controllora: far nascere il nuovo cittadino.. La scuola, la scuola è il punto di arrivo di ogni riflessione, per rovesciare la condizione di progressivo declino del Paese. 

Ed io con la mia formazione e i miei studi letterari, filosofici, economici sto provando da tempo ad aprire la strada verso questa direzione. La scuola, la scuola deve essere l’obiettivo primario. Tutto il resto, tutto il resto, come l’intendenza, seguirà. Banche comprese!

Io sono la persona più adatta a guidare questo cambiamento, a promuovere la riforma delle riforme: quella del carattere dei miei concittadini.Dopo tutto in Europa questo ci chiedono, quando battiamo cassa. Far compiere al Paese questo salto è il più alto dei progetti. Sono pronto, ora che è ritornata la crisi bancaria. Paratus sum! Sono pronto per altre responsabilità.”

Lo distolse nuovamente da quella fuga del pensiero la drammaticità della situazione, anche se sul momento la banca era salva, e con essa i partecipanti alla riunione, il cui verbale fu chiuso alle tre di notte. Per quanto tempo ancora sarebbe durato quell’equilibrio fragile e posticcio? (1. Continua)

25.

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