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Sono tornata 2/6

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Riassunto del capitolo precedente. La più grande banca del paese è fallita e la Grande Controllora, Autorità Finanziaria Unica Nazionale, sta tentando un disperato salvataggio, mobilitando i suoi uomini migliori. Ne va della sua reputazione e del prestigio del paese. Ci riuscirà?

Capitolo secondo In marcia

Sono il signor Wolf e risolvo problemi (Quentin Tarantino, 1994)

Erano tutti moderatamente soddisfatti, di nuovo in marcia. I manager erano stati cacciati, il commissario era pienamente operativo e gli scossoni in borsa, che avevano quasi dimezzato il valore del titolo negli ultimi mesi, si erano fermati. Il fondo era stato toccato, si poteva solo risalire!

La stampa plaudì all’azione dei controllori, definita tempestiva ed efficace. La banca si avviava ad essere salvata. Nella Grande Controllora si percepiva l’entusiasmo di chi aveva fatto il proprio dovere.

La cultura delle regole vince sempre, pensò Pirro, prima di passare alla normale amministrazione di quell’inizio settimana. La sua mente era affastellata di pensieri lineari, come era nel suo stile. Decisione cotta e mangiata, pensò. La cosa migliore da fare, basta una riunione, questo sì che è potere, senza tante intromissioni. Con il ministro pro tempore e il governo che firmano i decreti e ci mettono la faccia. Chi ha dato, ha dato e chi ha avuto, ha avuto. Male che vada qualche giornale urlerà per qualche giorno, ma la legge è legge. Il buon senso aveva vinto ancora una volta, le regole erano state applicate.

Tutti erano maledettamente sicuri di sé stessi, eppure due giorni prima erano in pieno marasma.

All’interno della banca commissariata non erano, invece, finite le preoccupazioni, soprattutto per la tenuta dei livelli occupazionali. La banca era piena di dipendenti e di dirigenti. Era vecchia ormai, perché non erano state mai avviate le necessarie ristrutturazioni della rete sportelli. Erano stati fatti pochi investimenti nella tecnologia che conta. Era grande, ma vecchia, proprio come un elefante centenario. Malumori serpeggiavano tra i clienti e manifestazioni di disaffezione erano abbastanza frequenti, nonostante l’invito alla tranquillità.

Guardando al bilancio, il business principale era quello tradizionale, cioè sostanzialmente povero, legato alla raccolta dei depositi e al credito. Pochi i servizi che in genere richiedono competenze professionali e tecnologia informatica massiva. In fondo, la banca esisteva e si manteneva nel tempo perché serviva anche ad altri scopi. Tra i primi cento affidati non compariva nessuna società manifatturiera, spina dorsale del sistema economico del paese, ma società di servizi, che poi si riconducevano per lo più a faccendieri e a operatori del settore immobiliare. E poi, tra i clienti, tanti, tanti personaggi altolocati, che contano.

1.

Questa è la premessa che aiuta a capire quel che capita quando una banca entra in cattive acque. Come da decenni ci ha insegnato la teoria, si consuma il vero patrimonio della banca, vale a dire il coacervo di informazioni sull’economia, accumulato nel tempo. Le conseguenze sono nefaste e non tarderanno a manifestarsi. La dichiarazione di amministrazione straordinaria segna uno spartiacque che i debitori più avveduti colgono addirittura come un’opportunità, cercando di sfruttarla a proprio beneficio.

Lo capirà bene il prof. Fronzoni quando pochi giorni dopo il suo insediamento gli si presenteranno un notaio con signora, che comparivano nella lista dei più importanti affidati. Erano entrambi pesantemente indebitati e dall’analisi del conto corrente se ne deduceva che accanto all’attività professionale avevano avviato una florida attività di compravendita di immobili. Finita male, quando i tassi di interesse erano aumentati e la bolla immobiliare aveva iniziato a sgonfiarsi.

La signora era molto preoccupata e temeva le ripercussioni sulla sua immagine se i circoli della città avessero conosciuto l’attività sottostante a quella professionale del marito “Sa, Professore siamo conosciutissimi in città e i nostri debiti li abbiamo sempre onorati. Il precedente amministratore ci ha dato sempre credito sulla parola, eravamo debitori privi di rischio. Con tutti i nostri beni al sole. Ora vorremmo essere trattati come gli altri, senza favoritismi”.

Non sarebbe stato un problema, pensò il commissario, consolidare l’esposizione, in tutto o in parte, con un mutuo decennale per far rientrare l’anziana ed astuta coppia di mutuatari. E quindi non capiva perché si erano rivolti a lui, al vertice dell’amministrazione, quando sarebbe stato sufficiente contattare il direttore dell’agenzia di città. E soprattutto non capiva la richiesta della moglie di non voler favoritismi.

2.

Il notaio che era rimasto fino a quel momento in silenzio, calò le carte che aveva in mano, per molti prive di valore, ma non per lui. 

In città gira voce che esiste un elenco di grandi debitori incagliati o in sofferenza, elenco stilato dagli organismi di controllo dopo gli ultimi accertamenti. Potrei sapere cortesemente se ci siamo anche noi, finora non abbiamo avuto comunicazioni, ma forse è presto o la lettera è andata smarrita. Mai fidarsi delle Poste e delle raccomandate”. Disse con tono mellifluo.

Ecco il vero motivo della visita, siamo buoni debitori o debitori insolventi? Null’altro interessava a lorsignori. E, non sembri un paradosso, ma l’essere considerati cattivi debitori era nei loro pensieri la condizione cui aspirare.

Il commissario tirò fuori dalla voluminosa borsa di pelle un faldone di carte e iniziò a sfogliarle con attenzione. Capperi, pensava mentre guardava ora le carte e ora i due, se trovo in questa lista i loro nomi sono belli e rovinati. Speriamo bene. Di chi è il debito è fondamentale, se sono poveracci vabbè, ma se si tratta di persone per bene e in vista è davvero un bel grattacapo. Bisogna fare molta attenzione, bofonchiò tra sé, senza farsi capire dagli astanti.

Si, siete entrambi nella lista delle partite a sofferenza, ma le perdite previste sono basse data la vostra consistenza patrimoniale, soprattutto immobiliare”. 

Quelle parole agli orecchi del notaio suonarono come un vero toccasana. Non disse niente se non delle generiche parole di rammarico e commiato.Uscirono dallo studio sollevati. Avevano anche loro, e dal loro punto di vista, comprato tempo. 

La banca avrebbe impiegato mesi, forse anni, prima di avviare azioni di recupero, e se lo avesse fatto subito, si poteva sempre contare sulla durata senza fine delle procedure giudiziarie. Se la banca avesse invece ceduto il debito a terzi, per una quota fortemente ridimensionata, avrebbero potuto ottenere un cospicuo abbattimento del debito, offrendosi di pagare una cifra irrisoria, a stralcio, rispetto a quanto avevano nel tempo ricevuto. Era davvero un vantaggio essere un cattivo debitore!

Poi sul piano dei pregiudizi reputazionali, erano in buona compagnia.

3.

L’onore e il patrimonio da quello strano colloquio ne erano usciti rafforzati. Non si sarebbero affannati a restituire un euro. Chi aveva da pretendere si facesse pure avanti. C’era davvero da guadagnare per il notaio con signora.

I giorni successivi il commissario li dedicò con il suo staff alla predisposizione del piano industriale richiesto dai controllori. L’esperienza che aveva maturato era vastissima. Egli soleva ricordare che esistono due tipologie principali di piani del genere, quelli ordinari e quelli straordinari.

Quanto ai primi erano davvero la versione aggiornata di Excalibur e la spada nella roccia. Risalivano a una quarantina di anni addietro e avevano fatto la fortuna economica sua e di altri colleghi che allo scopo avevano fondato una società di consulenza. Egli aveva messo a punto un vero format per redigerli e ciascuna parte era poi assegnata a uno o più colleghi, che a loro volta, si avvalevano di laureandi. Una catena che contava sul lavoro grosso dei più giovani, ovviamente pagati in base alla loro ridotta esperienza. La gavetta gratuita era sempre il modo più salutare per entrare nel mondo del lavoro.

Il tessitore di questi piani era il noto professore universitario Giovanni Marin, studioso di distretti industriali e banche del territorio. Più o meno lo schema funzionava così. Una banca, piccola o grande che fosse, quando doveva presentare il piano industriale ai controllori dava incarico al prof. Marin. Dunque, egli procedeva con lo stilare una parte fissa, sempre la stessa, che riguardava l’economia mondiale nell’ultimo periodo, prendendo spunto dai tanti rapporti disponibili delle organizzazioni finanziarie internazionali, Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale, in primis.

Poi passava a dare riferimenti sull’economia europea, quindi scendeva sul piano  nazionale per aprirsi all’analisi economica regionale e condurre il lettore ormai esausto a leggere dell’area economica più specifica in cui operava la banca sua cliente.

4.

Dall’universale al particolare, una ferrea logica deduttiva. Più banalmente una macchina a forma di imbuto in cui si immettevano informazioni sempre più di dettaglio perché fuoriuscisse un ponderoso programma di attività da fare. La consulenza, per banche di maggiori dimensioni, si arricchiva di sub consulenze, per focalizzare meglio le variabili economiche da analizzare in modalità ancor più specialistiche. I piani industriali erano in definitiva una vera e propria industria, un business in sé, salvo stabilire se diventassero realmente la guida da seguire.

Alcune proiezioni dell’attività erano frutto di ipotesi eufemisticamente ottimistiche. Tutte le grandezze che contavano per il business crescevano in modo significativo, armonico, profittevole. Le banche avevano modo di presentarsi con le carte in regola nei confronti di tutti: soci, clienti, risparmiatori, comunità locali, controllori, sindacati, eccetera. 

Con onestà, è da dire che era davvero difficile contestare a priori le conclusioni di quei piani fatti di centinaia di pagine, tabelle e grafici, anche se la probabilità di essere tradotti in azioni coerenti era scarsa. Soprattutto era provato che essi non riuscivano a ribaltare situazioni critiche, per riportarle su un percorso di stabilità. 

Sul secondo tipo di piano industriale, quello di natura straordinaria, la questione era più complessa, ma per gli estensori era fonte di ancora più cospicue entrate professionali. Qui faceva aggio, la frequenza. Nel caso di una seria crisi bancaria, gli aggiornamenti avvenivano con frequenza per il motivo che quasi mai si avveravano le previsioni di salvataggio inserite nel piano medesimo.

5.

Operazioni straordinarie, aumenti di capitali, spin off di attività patrimoniali, interventi auspicati di cavalieri bianchi nostrani o stranieri, tagli dei costi del personale, chiusura di sportelli, bridge BANK rimanevano sulla carta, buoni per i gonzi. 

Come quella volta, ricordarono Marin e Fronzoni all’ultima cena sociale del circolo nautico, che una piccola banca aveva finanziato la costruzione di villette residenziali, rimaste praticamente invendute. 

Il motivo era dovuto alla prossimità delle costruzioni con l’argine di un fiume rimasto esente da rovinose inondazioni per tanto tempo, ma che negli ultimi due anni aveva subito due ondate di piena che avevano allagato l’intera area urbana. Un disastro, nessuno del luogo avrebbe mai comprato quelle disgraziatissime costruzioni. Il costruttore era fallito miseramente e la banca si era ritrovata con un inutile patrimonio edilizio, da amministrare e su cui pagare le tasse locali.

I due brillanti studiosi proposero allora di computarlo in bilancio al costo di costruzione perché non si poteva escludere che dei foresti avessero pur sempre l’ardire di acquistare qualche bene ad un prezzo tanto conveniente, nulla sapendo dei rischi alluvionali.

La storia finì che di foresti gonzi non ne furono trovati, la banca fu comprata da altra banca e il piano industriale, carta straccia finemente imbrattata, fu comunque lautamente pagato ai due consulenti. 

Tengo famiglia, Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, Scurdammoce ‘o ppassato, così le regole deontologiche di molti esponenti delle professioni liberali erano con altrettanto libertà sovvertite a proprio vantaggio come nel caso del nostro notaio affarista.

6.

La storia si sarebbe ripetuta anche con la grande banca che aveva squilibri in ogni comparto, oltre a una montagna di crediti in sofferenza. 

In più, e sarebbe stata la novità o come si disse dopo la grande bufala, avevano messo a punto qualcosa di straordinario, l’aumento di capitale a tempo con i buoni cassa sottoscritti dai depositanti. 

Il meccanismo infernale era basato sulla rete di amicizie, di parentele, della fiducia che favorisce la raccolta porta a porta di nuovi mezzi finanziari. Su questo sproposito, dopo anni qualcuno dichiarerà alla magistratura “Una cosa è se perdi i soldi, un’altra è se li perdi grazie a persone che conosci perché in questo secondo caso hai davvero perso tutto”. 

Anziché vendere nella cerchia dei conoscenti cosmetici o enciclopedie si vendevano azioni a rate. Vi era un bel po’ di differenza. 

In quel periodo, significativa coincidenza, nell’ambito dei programmi di educazione finanziaria voluti dal Ministero competente, si era rappresentata la pièce teatrale tratta dalla biografia di Charles Ponzi, probabilmente il maggiore tuffatore finanziario di tutti tempi, che nell’ultima intervista concessa prima della morte, aveva dichiarato:

Even if they never got anything for it, it was cheap at that price. Without malice aforethought, I had given them the best show that was ever staged in their territory since the landing of the Pilgrims! It was easily worth fifteen million bucks to watch me put the thing over. (Anche se nessuno ha ottenuto niente, era tutto a buon prezzo. Senza malizia alcuna, ho dato loro il migliore intrattenimento mai messo in scena sui loro territori da quando arrivarono i Padri Pellegrini. Di sicuro, valeva 15 milioni di dollari lo spettacolo che offrivo, mentre li fregavo. (T.d.A.)

Dabbenaggine, raggiri, avidità, captatio bonae fidei, disattenzione dei controllori. Il mondo è sempre il solito, nessun cambiamento. E’ troppo facile cavarsela così! (2.Continua)

7.

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