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Sono tornata 3/6

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Riassunto dei capitoli precedenti.La più grande banca del paese era fallita e la Grande Controllora, Autorità Finanziaria Unica Nazionale stava tentando un disperato salvataggio, mobilitando i suoi uomini migliori. Ne andava della sua reputazione e del prestigio del paese. Il percorso era tutto in salita, per l’affollarsi di personaggi ambigui e progetti di salvataggio che poggiavano sulla sabbia. Lettere drammatiche stavano per essere recapitate alla banca commissariata.

Capitolo Terzo

Debito, maledetto debito

Poi tornavo a giocar con la mente e i suoi tarli (Lucio Battisti, 1974)

Qualche giorno dopo, all’apertura della corrispondenza una lettera indirizzata al Commissario recitava così. La parte più drammatica era sottoforma di diario con qualche data mancante, come se, al precipitare della situazione, il tempo, i giorni non avessero più valore.

Gentile Prof. Fronzoni, 

Ho saputo della Sua nomina a commissario della banca. Anche io ero tra i suoi migliori clienti da anni; mi ha aiutato dapprima con parsimonia e competenza a finanziare la mia piccola impresa. Poi le difficoltà economiche, per quanto di natura temporanea secondo la mia valutazione, hanno interrotto questo rapporto di fiducia e mi hanno fatto precipitare nel baratro finanziario e personale. Non mi resta più niente. Le mando alcune pagine del mio diario che racconta i miei ultimi giorni, prima di sparire, perché non sapevo più come far fronte alle mie difficoltà con la banca. Dovevo salvare me stesso. Era l’unico obiettivo che mi ero imposto. Potevo accettare per quanto mi lacerasse nel profondo l’annientamento della mia impresa, non quello della mia persona. Non mi suiciderò!  Come è possibile? Di storie come la mia in giro ve ne sono molte. A tutte imporrete di restituire i debiti?

Buona fortuna e buona lettura, commissario! 

15 novembre 2016, Venerdì

1.

Oggi avevo programmato la fusione del metallo, per la produzione di quella partita di catename d’oro che mi ha ordinato la ditta Oscar Meldolesi, che a sua volta rifornisce una serie di oreficerie di prestigio.  Non un gran che come commessa, se confrontata con quelle di una volta.

Ora invece è diventata importante, vitale per me, in questi momenti di poco lavoro.

Debbo rispettare i tempi e la qualità della produzione, secondo quanto abbiamo contrattato.  La Meldolesi è una ditta seria, con la quale lavoro da anni. È molto scrupolosa e controlla i miei prodotti con attenzione.

Il titolare dice sempre Sciur Mario, mi raccomando la qualità, la qualità l’è tut.

I nostri rapporti sono stati sempre di reciproca soddisfazione. E ancora mi fa arrivare i suoi ordini.

Soltanto che non mi paga più a sessanta giorni.

Ma a centoventi. Però è sempre puntuale. Non ci sono mai stati disguidi.

Né contestazioni della merce. Anzi si è spesso complimentato della qualità.

Quando devo dedicarmi alla fusione del metallo, che richiede il massimo della concentrazione, pena dover rifare tutto, mi organizzo per essere a bottega fin dalle 7 del mattino. È l’unica circostanza nella quale sono inflessibile con i miei due aiutanti, due apprendisti davvero bravi che ho allevato come figli. Devono arrivare alle 7 e 45 massimo.

Ebbene oggi sono stato io a fare tardi. Non mi era mai capitato.

Sono arrivato alle 10. Giorgio e Andrea erano preoccupati di non vedermi e abbiamo dovuto rinviare tutto alla prossima settimana.

Mi sono giustificato farfugliando una scusa qualsiasi, ma non mi è parso di essere stato convincente. Hanno incrociato lo sguardo, con espressione interrogativa. Me ne sono accorto e ho subito dettato loro le incombenze per la giornata.Senza tanti giri di parole. Mi hanno subito ubbidito, in silenzio.

Mi sono seduto alla scrivania e ho cominciato a sfogliare le ultime fatture arrivate dai fornitori. Ma non sono riuscito a fare mente locale.

Per tutto il giorno non sono riuscito a concentrarmi su nulla.

Dopo due notti che non dormo, la testa fissa su quel problema, spero di avere qualche ora di riposo, almeno stanotte.

Così non reggo.

2.

16 novembre 2016, sabato

Ieri notte sono riuscito, grazie a Dio, a prendere sonno.

Sarà stata mezzanotte. E per sei ore non ci sono stato più. Mi sono alzato un minimo riposato. Ma la testa è subito tornata sul problema che mi angustia.

Oggi il mio laboratorio è chiuso per il week end.

Andrea ha la partita di calcetto, Giorgio passa la giornata con la fidanzata.

Io sono invece al lavoro. Sono  stato quasi sempre presente anche di sabato e a volte pure la domenica mattina a bottega.

Ci sono sempre tante cose da fare. A bottega.

La bottega è il mio mondo. Nel quale vivo, soffro, gioisco. Che accudisco, accarrezzo. Con la quale parlo, discuto, mi arrabbio, faccio l’amore. Ora appassionato, ora tenero, ora consolatorio, ora allegro.

È il mio rifugio, il mio regno. Lei, la bottega, mi ubbidisce in tutto. Soddisfa tutte le mie voglie, i miei desideri. Non mi tradisce. Non mi tradisce mai.

Mia moglie dice che la bottega è la sua rivale. La mia amante che non cerco di nascondere a nessuno, tanto meno a lei. Anzi la ostento con soddisfazione, portandola sempre al mio fianco, a braccetto. Da un lato ho mia moglie, dall’altro la mia amante.

Sono un adultero, recidivo e senza pentimento.

Se dei due qualcuno deve rimproverarsi qualcosa quello sono io.

Negli anni non l’ho saputa sempre difendere a dovere, la mia amante.

Ha avuto alti e bassi, il nostro rapporto, come tutti. Ma ci siamo sempre riconciliati e abbiamo ricominciato più uniti che mai. Più appassionati che mai. Ma con l’ultima crisi, non è stato più così.

Era prosperosa la mia amante fino a poco tempo fa, sfilava ben vestita, collana al collo, anelli e bracciali. Ora sta sfiorendo e la colpa è mia che l’ho lasciata ammalare, che non l’ho saputa curare. Io l’ho tradita. Con i miei errori. Non so se potrà riprendersi. Se morirà, morirò anch’io con lei.

3.

L’anno scorso la mia attività si è improvvisamente e drasticamente ridotta. Ho dovuto licenziare cinque persone, con le quali lavoravo da anni. Tre avevano la mia età, mogli e figli. Due erano più giovani, entrati da poco con regolare contratto di apprendistato.

Anche gli altri avevano un contratto regolare, a tempo indeterminato. Previdenza, buste paga, stipendi pagati senza mai un giorno di ritardo.

Tutto in regola per nutrire il mio orgoglio di imprenditore!

All’improvviso, ordini disdetti, nessun nuovo cliente si è affacciato alla porta del mio laboratorio. Nessuno ha avuto più bisogno di me e dei miei servigi.

Sono Sparito. Sono diventato Invisibile.

Vado a casa anche oggi dentro a una nuvola di disperazione. E’ inutile sfogarsi e confidarsi con qualcuno. Ti direbbero solo buone parole, magari di circostanza. Io non ne ho bisogno. Ho bisogno di un po’ di liquidità, non di parole.

18 novembre 2016, domenica

Ieri, tornando a casa, ho trovato una cartolina della Banca che mi convoca con urgenza per domani lunedì.

Debbo presentarmi al Titolare della piccola filiale dove ho il conto da sempre.

Conosco tutti gli impiegati, all’infuori del nuovo Direttore, da poco subentrato al precedente.

Vorrà conoscermi.

Vorrà sapere di più della mia storia di imprenditore e chiedermi se abbia bisogno di altri prestiti, come quando portai in banca il progetto di acquisto della nuova macchina  catenatrice.

Erano contenti, quasi entusiasti di partecipare all’impresa offrendomi un nuovo finanziamento di 120.000 euro. Non mi chiesero tante informazioni. Ci conosciamo da tempo, mi dissero. La Banca è orgogliosa di averla tra i suoi clienti. Mi dissero Direttore e funzionari, alla firma del contratto.

Mi avevano fatto accomodare nel loro ufficio più elegante. Un funzionario mi aveva addirittura aiutato a togliermi il cappotto. E mi avevano offerto il caffè.

E devo dire che anche il tasso di interesse e le altre condizioni erano favorevoli.

Ora di un altro finanziamento avrei proprio bisogno. Faccio fatica a pagare i miei creditori. Un mutuo a dieci anni. Un po’ alla volta sono sicuro che ce la farei a riprendermi.

4.

Ho stabilito una specie di turno tra i miei creditori. Qualcosa a tutti. Distribuisco le mie poche risorse con parsimonia, ma voglio anche tenerli vicino.

Ho detto come mi sarei comportato. Sono stato trasparente con loro. E loro finora hanno apprezzato, comprendendo le mie difficoltà. 

So che anche loro hanno problemi. La catena dei nostri rapporti commerciali va tenuta in piedi. Se un anello cede, cadiamo tutti.

Nel pomeriggio mia moglie e io siamo andati al cinema. Avevo bisogno di rilassarmi e di smettere di pensare alle mie preoccupazioni almeno per un po’.

Lunedì 19 novembre.

Sono uscito dalla banca sconvolto.

La discussione con il nuovo Direttore si è messa subito male.

Fin dal primo memento è stato brusco, scostante. Non avevo nemmeno finito di stringergli la mano, che è sbottato.

“Signor mio, così proprio non va. Non mi ha chiamato neanche per nome. Signor mio, mi ha apostrofato. Per tenermi subito a distanza. 

E ha proseguito “Il suo fido ha una movimentazione di superficie, epidermica. Spesso sconfina. L’indebitamento è cresciuto troppo in relazione al fatturato, in calo ormai da tre anni. La situazione finanziaria è squilibrata, il patrimonio è minimo, i bilanci sono in perdita. E non si può nemmeno pensare che la sua azienda abbia risorse nascoste. A nero, mi capisce?”

Nella nostra classificazione in base al rischio di insolvenza la sua azienda è praticamente nella classe più bassa. Se anche gli altri clienti fossero nella sua situazione, la banca sarebbe già al dissesto.

Non mi ha dato tempo di replicare. Ha fatto un discorso tutto filato. Mi è sembrato quasi la recita di una parte mandata a memoria.

Non so nemmeno se aveva capito quale fosse la mia attività. E a che cosa fosse destinato il credito.

Per lui ero una sfilza di numeri che comparivano sulle videate del suo computer. Mi sono sentito trasparente come persona.Contava soltanto il mio essere debitore. E debitore poco affidabile.

L’ho guardato allibito.  So bene delle mie difficoltà degli ultimi tempi, ma non credevo di meritare quella accoglienza.

5.

Ora non ho tempo. Ha soggiunto. La chiamerò io nei prossimi giorni, per stabilire le modalità di rientro del suo debito. Ma dovrà farlo e al più presto.

Una stretta di mano fredda e formale ha concluso l’incontro.

Data xxyyzz

È domenica anche oggi.

E sono di nuovo a bottega, almeno fino all’ora di pranzo. Poi la mia famiglia si ritrova, tutta riunita, per un po’ di serenità. Farò di tutto per nascondere ai miei figli le mie preoccupazioni.

Mi devo rilassare. Devo trovare un momento consolatorio nel mio cervello. Debbo fare un esercizio di rilassamento emotivo.

Stamani voglio tornare con la memoria alle mie esperienze di artigiano orafo.

Artigiano, non artista, come qualcuno nei tempi migliori era arrivato a incensarmi, dopo una mostra di gioielli da me creati, che aveva avuto una certa risonanza.

Non mi sono mai piaciuti gli adulatori.

Ho preso in mano uno dei miei primi lavori. Era la riproduzione di una antica fibula etrusca. 

È stato come riaprire una scatola di ricordi. Dall’idea iniziale, allo studio dell’oggetto originale, che analizzai fin nei minimi particolari al museo della mia città dove è esposto. E poi disegno, modellazione, fusione, rifinizione, senza saldature, nemmeno dei punti di aggancio. Un pezzo unico, artisticamente e produttivamente.

Ho studiato le tecniche di allora, per riprodurlo anche nei dettagli della fattura.

6.

Ho voluto dargli anche un senso di mistero, incidendo su di esso alcune iscrizioni dal significato mai chiarito. Misteriosi caratteri etruschi. Fu un successo tra gli esperti e tra il pubblico. Poi ne feci una versione in stile moderno, più lineare, meno elaborata, stilizzata. 

Dissero che avevo creato un gioiello futuristico, prendendo spunto da artisti sconosciuti di un lontanissimo passato.

Mi feci una certa fama a copiare gioielli di civiltà antiche, per le quali l’oro è sempre stato il materiale perfetto.

Data xxyyzz

Il Direttore della Banca mi ha fatto chiamare al telefono, convocandomi per domani.

Ho preparato un po’ di documenti da mostrargli, per spiegare meglio la mia attività.

Porto anche il catalogo dei miei prodotti. Per convincerlo che posso farcela, anche con i pochi clienti che mi sono rimasti.

Ho ridotto il personale, licenziando.

Ho ridotto all’osso anche le mie spese personali. Ho venduto l’auto di mia moglie e abbiamo rinunciato alle vacanze.

Deve capire che io credo fermamente nella possibilità di riprendere in mano la situazione.

Deve darmi soltanto un po’ di tempo e aumentarmi un po’ il credito. Non chiedo altro. Un po’ di tolleranza, se vado fuori fido. So bene come regolare i miei bisogni finanziari. E ho buone probabilità di concludere favorevolmente alcune commesse, di cui aspetto gli ordini di conferma. Gli mostrerò la corrispondenza commerciale con alcuni clienti.

Si deve fidare. Altrimenti mancherà il modo per continuare ad avere un po’ di guadagni. E in quel caso anche la banca resterà con un pugno di mosche.

Questo non glielo dirò, dovesse interpretarlo come una manifestazione di arroganza da parte mia.

Sono convinto di riuscire a convincerlo. Dopo tutto faccio appello al buon senso. Niente promesse a vuoto. Soltanto un po’ di buon senso e un po’ di pazienza.

Si deve fidare. Sono sicuro che troveremo il modo.

7.

Data xxyyzz

Non c’è stato nulla da fare. Formalmente il Direttore è stato meno scostante della prima volta. Ma senza mezzi termini mi ha detto che devo rientrare di cinquantamila euro in due settimane.

Ho provato a fargli capire che per me è impossibile trovare quella cifra.

È stato irremovibile.

La mia direzione generale, ha detto, mi chiede di far rientrare la sua esposizione in misura consistente e al più presto, scaricando la responsabilità sui suoi superiori.

Mi ha detto anche che, se non verso quell’importo, mi dovrà fare gli atti, prendendo in considerazione anche la possibilità di chiedere il fallimento della società.

Il fido è garantito dalle firme di mia moglie e mia, che possediamo la casa di famiglia.  E quindi è a rischio la nostra stessa abitazione, che è il frutto dei risparmi di venticinque anni di lavoro. La vedo già messa all’asta. La nostra casa. La casa dove sono nati e cresciuti i nostri figli. Con tutto il discredito possibile su di noi.

Nessuno si fiderebbe più di noi, per sempre. E’ la morte civile dell’imprenditore. 

Non sarei più in grado di risollevarmi, se ciò accadesse. Dovrei cominciare una vita di espedienti.

Saremmo esclusi dalla nostra comunità come falliti.

Ho visto davanti a me il baratro. Sono entrato in uno stato di agitazione che non mi conoscevo.

Non ho avuto la forza di replicare. Ho cominciato a tremare. Stavo per avere una crisi di nervi.

Vedendo il mio disagio, il mio interlocutore ha avuto un momento di esitazione. È diventato appena più conciliante, dicendomi che ci saremo risentiti. Ha promesso di studiare una soluzione. Non so se è stata una frase di circostanza, affinché non mi agitassi ancora di più.

La chiamo io, ha concluso.

8.

Data xxyyzz

Sono passato a trovare mio cognato. Non abbiamo mai avuto buoni rapporti. Lui fa il commercialista, ma non mi sono mai rivolto a lui per farmi assistere in qualche  bisogno dell’azienda, neanche fiscale.

Ho sempre avuto l’impressione che fosse invidioso delle mie abilità di artigiano.

Non ha mai apprezzato le mie creazioni. Mai ha comprato un monile d’oro per sua moglie, che è la sorella della mia.

Dice che non gli piacciono. Così io ho evitato di regalargliene.

Ho provato a tastare il terreno, se poteva aiutarmi in qualche modo. Se poteva trovarmi un socio affidabile, onesto e serio, interessato alla mia attività, per entrare in società con me. Senza dubbio tra i suoi clienti, può esserci qualcuno disponibile a investire, magari un socio di minoranza, che mi consenta di mantenere la maggioranza della società. Non ho bisogno di molti capitali, ma mi devo liberare almeno in parte dei debiti bancari. Gli ho detto delle prospettive di ripresa della mia piccola società. Annuiva, ma capivo che mi seguiva distrattamente.

Quando ha compreso meglio le mie intenzioni, mi ha guardato con sufficienza. Poi con l’aria di chi è addentro alle cose economiche mi ha detto che è molto difficile trovare qualcuno disposto a entrare in un business che ha problemi.

Altri sistemi ci potrebbero essere, ma non chiedermi di suggerirteli. Entriamo in qualche pericolosa zona d’ombra. Magari ne sa di più il Direttore della tua banca di certi percorsi. Non ha voluto pronunciare la parola usura. Ma a quello pensava.

Meglio il fallimento. Con il fallimento qualcosa puoi salvare.

Ho capito che era inutile insistere. L’ho salutato. Dopo tutto era un tentativo nel quale io stesso non riponevo molte speranze.

Intanto è arrivata una lettera con il logo della banca. L’ho appoggiata sul tavolo di lavoro, chiusa. Ho il terrore di aprirla e di leggerla. Non lo farò.

9.

Diario del giorno finale 

Non aggiungo altri particolari Ho deciso di sparire, di non farmi più vedere. Farò perdere le tracce. Tenerife, Bulgaria, Malta. Chi sa? 

Ho escluso alternative. Io non voglio finire sui giornali come l’ennesimo caso di suicidio per fallimento d’impresa.

Ma in sostanza è lo stesso perché non riuscirò mai più a riprendere la mia vita e la mia attività. Questo è il debito, non di una grande impresa, è il debito di un artigiano, di una piccola impresa che viene stritolata. La banca scoprirà, dopo la mia sparizione, che non recupererà nulla. Mia moglie andrà a vivere con mio figlio. Abbiamo affittato ad altri la casa di proprietà. Una casa affittata non vale nulla al momento delle aste per il recupero del credito. La banca perderà tutti i soldi che mi ha prestato. A chi ha giovato non trovare una soluzione? A nessuno. Dove è la logica? 

Fine della lettera e del diario ma di sicuro niente era più come prima. Tante situazioni come questa sono espressione dell’umana disperazione, che chiede rispetto. Pubblicarne altre non ha senso e soprattutto non lo ha pubblicare i biglietti di chi, in ragione di un debito bancario non più sostenibile, ha deciso di farla finita. Finisce tutto se manca il credito. La fine del credito è la fine del tempo. La fine del tempo è semplicemente la fine.

Si sa che in molti casi la banca da credito in modo sbagliato ed eccessivo. Ma c’è l’altro estremo. L’altra faccia della medaglia. Il lato oscuro dove si ritrovano paradossalmente insieme vittime e carnefici. 

Fronzoni aveva sentito una volta un esperto di cose bancarie esporre lapidariamente il suo pensiero. La banca vive nel mezzo a due mostri perennemente in lotta per inghiottirla.

Se vince Scilla che la spinge a prestare i soldi a chi non glieli restituirà, essa morirà di perdite, se prevale Cariddi che la induce a rifiutare il prestito a chi lo merita, essa morirà di mancate opportunità. Dei due errori il peggiore è il secondo! Ha sentenziato.

10.

Che fortuna son qui ho tanti amici e son tutti felici (Giorgio Gaber,1970)

Una missiva altrettanto significativa recapitata al Commissario Fronzoni fu quella indirizzata dall’ex Presidente della banca, ormai esautorato, agli azionisti. E’ talmente esplicativa, per certi versi esemplare, da non aver bisogno di commenti. 

Al di là delle formalità giuridiche, il Presidente esprime la convinzione che la banca non fallisce quando le autorità la dichiarano tale. Quando ciò avviene, è già fallita da un pezzo, solo che nessuno fino ad allora ha voluto ammetterlo. Ecco di nuovo il tempo a farla da padrone!

Quando Fronzoni lesse la lettera, pensò che fosse il più feroce capo d’accusa mai formulato nei confronti del sistema, per di più avanzato da chi fino a poco prima ne aveva fatto parte, conoscendone regole e liturgie e godendo di tutti i privilegi.

Care socie, cari soci,

l’anno appena passato ha visto la fine della nostra, della vostra banca. Fondata nel lontano 1892 oggi quasi non esiste più e quindi l’anno che arriva non ci porterà proprio nulla, se non rabbia e recriminazioni. La mia lettera è dunque inusuale.

Sono stato con voi per quasi sei mandati, molti dei quali lusinghieri e floridi, quanto a risultati. Poi il botto finale con quel tragico ultimo consiglio di amministrazione che mi ha costretto alle dimissioni, perché la banca era pressoché fallita lasciando un enorme buco.

Mi ritroverò rinviato a giudizio per truffa, false comunicazioni sociali e ostacolo alla vigilanza.

11.

È la prima volta che il Presidente di una banca in simili condizioni scrive alla propria ex compagine sociale per ringraziare della fiducia sempre accordata e per scusarsi.

In genere, i miei sodali preferiscono stare zitti per farsi dimenticare. Io, no. Non sembri una provocazione, siete oltre centomila, uomini e donne, ad aver creduto incondizionatamente in quello che facevo. E vi devo dare conto di come sono andate realmente le cose.

Innanzitutto, sfatiamo alcuni miti. La crisi economica c’entra fino a un certo punto. Quando personaggi del massimo lignaggio ti dicono che da te dipendono le sorti di importanti operatori, bisogna esserci, sempre, in ogni circostanza e bisogna correre, anche all’impazzata dietro ogni affare. E io, o meglio la banca ha corso sempre più velocemente, perché se si fermava era bell’e che morta. È la condanna del banchiere che deve assecondare tanti bisogni. Bisogna dire di sì. Non si può dire no. Non è una scusante, ma nessuno sembra capirlo, quando si è ancora in tempo. Per dire di sì a tutti, la banca doveva solo crescere, a tutti i costi, in tutti i modi.

La banca è tempo e io dovevo comprare tempo, senza badare al prezzo dei rischi che compravo. Cioè dovevo rinviare i problemi, o meglio dovevo coprire un rischio, assumendone altri, sempre maggiori, fino a quando il giuoco non è stato più sostenibile. Dovevo evitare che qualcuno rimettesse il conto troppo presto. È possibile che ci sia ancora qualcuno che crede che quando si corre all’impazzata, si possa frenare in tempo? E noi tutti, e quando dico tutti, dico tutti volevamo davvero illuderci che questa volta fosse diversa dalle altre. Che noi banchieri avessimo trovato la pietra filosofale? Non poteva essere così e non è stato. È come credere che gli asini volino.

La cattiva gestione, il credito agli amici degli amici sono indubbiamente una causa di una certa rilevanza. Anche la politica ha avuto il suo peso.E sono colpevole anche di questo. Eppure, non sarei sincero fino in fondo se non vi dicessi che c’è molto altro. La vostra sconfinata fiducia mi ha inorgoglito, mi ha fatto sentire dotato di un potere immenso che ho inteso mettere a servizio di tutti. Grazie alla vostra forza sono stato osannato da banchieri, autorità di controllo, politici e giornalisti.

12.

Mi inebriavo per essere l’arbitro delle più importanti iniziative economiche del paese, purtroppo anche di quelle più strampalate. 

La cerchia degli amici era a tal punto compiaciuta che mi spingeva ad espandere gli affari in altri campi, poco conosciuti. Grazie a voi eravamo diventati davvero invincibili, in Italia e finanche all’estero. Ero come un imperatore romano, al quale nessuno recitava il memento mori.

Io sono quel che voi volevate che fossi: una macchina per fare soldi e se qualcosa è rimasta attaccata alle mie mani non è gran cosa. Non è questo il problema. Sono ricco di mio.

Mi fanno sorridere certe discussioni fatte di se e di ma. Scusate se mi ripeto, ma fermare un treno in corsa non è possibile. Voi stessi li avreste sbranati coloro che si fossero permessi di sollevare dubbi.

D’altro canto venivamo multati per qualche irregolarità secondaria e tutto rimaneva come prima. Eravamo tutti appagati. A ciascuno il suo tornaconto. Nessuno aveva l’ardire di chiedermi un passo indietro. La magistratura arriva dopo, come gli uccelli notturni che volano dopo il tramonto. E i controllori con tutte le loro raccomandazioni non sono riusciti a ottenere alcunché. Eppure dicono di aver fatto tutto il possibile. A che servono, allora?

Siamo tutti colpevoli e quindi nessuno lo è? No, sarebbe troppo comodo. Io pagherò qualcosa a livello penale se la magistratura riuscirà a concludere in tempo i processi che mi riguardano. Mi assumo le mie responsabilità, ma vi dico subito che sul piano civilistico coloro che hanno subito un danno economico riceveranno ben poco.

La fiducia incondizionata che mi avete riservato per tanti anni doveva fare aprire gli occhi a tanti. Vale a dire che si dovevano rafforzare le difese previste dall’ordinamento, perché il vulnus, il serpente dell’onnipotenza si era già insinuato e stava consumando la banca con operazioni scorrette di credito malato e risparmio tradito.

I danni prima o poi sarebbero arrivati e sarebbero stati mortali. Così è stato. Se vi sto scrivendo questa lettera chi doveva controllare guardava altrove. E se lo avesse fatto, dispiace dirlo, non saremmo nel nostro paese. 

Quando si diventa troppo forti ci devono essere i giusti anticorpi per impedirlo. Il primo a essere mancato è stato il controllo sociale, quindi sono mancati i controlli istituzionali, per non parlare di quelli degli organi interni e dei revisori dei conti della banca, che appena nominati facevano manifestazioni di sudditanza nei miei confronti.

13.

Io non potevo essere il controllore di me stesso. Per la contraddizione che non lo consente, avrebbe detto il sommo poeta.

Cinicamente, ma anche consapevole di quanto mi aspetta, ho il diritto di affermare che se di un potere concesso in misura praticamente illimitata, non si abusa, che potere è?

Carissimi e carissime chiudo qui questa terribile lettera. Terribile perché dagli arresti domiciliari provo rabbia a sentire le tante e inutili discussioni sulle cause del dissesto della banca. Siete stati in tanti a creare un mostro avido e tentacolare, del quale nessuno si è accorto e che, tanto meno, ha provato a contrastare negli anni dei miei ripetuti e vittoriosi mandati.

Che gli auguri per le Feste di Natale e Capodanno non appaiano, dopo il danno, la beffa finale. 

Così non ve li faccio. Ne ho bisogno per me.

P.S.: Vi dovrebbe essere chiaro ora cosa è una banca. Un’impresa? Ma quando mai! La banca è potere, brutale o raffinato, ma sempre potere. Una prova? Quando decideranno di liquidare la nostra, la vostra banca, molti personaggi che se ne occuperanno riceveranno pubbliche lodi e saranno gratificati con prestigiosi incarichi. Scaricheranno il deficit patrimoniale della banca su voi azionisti e se non basterà su voi contribuenti. E’ solo la forza del potere che dal marcio riesce a trovare altro potere in nome dei propri interessi. Come capita durante una guerra, conta solo chi vince.

Rileggendo il diario del povero debitore e la lettera del potente banchiere, Fronzoni si trovò a riflettere con amarezza sull’essenza di un’attività che va oltre i rapporti economici e coinvolge la quotidianità delle vite di molti, finendo per cambiarle, modificarle, distruggerle. E pensò che le due missive erano testimonianze ormai inghiottite nelle viscere del tempo, troppo tardi per porvi rimedio.(3.Continua)

14.

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