Home Educazione Finanziaria Sono tornata 4/6

Sono tornata 4/6

2025
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Riassunto dei capitoli precedenti.La più grande banca del paese era fallita e la Grande Controllora, Autorità Finanziaria Unica Nazionale, stava tentando un disperato salvataggio, mobilitando i suoi uomini migliori. Ne andava della sua reputazione e del prestigio del paese. Il percorso era tutto in salita. Missive di situazioni drammatiche erano state recapitate alla banca, finalmente commissariata.Operazioni straordinarie si stavano tentando come ultima spiaggia prima del naufragio. Tutto riposava sulla fiducia dei clienti, che si stava sciogliendo come neve al sole.

Capitolo quarto I tempi cambiano

Let me please introduce myself (Rolling Stones, 1968)

Ragno convocò nel tardo pomeriggio, quando era già buio pesto, i responsabili delle strutture per discutere di importanti cambiamenti. Nella circostanza si giocava una carta importante che riposizionava la Grande Controllora, di cui era l’indiscusso leader, nel nuovo millennio.

Molte trasformazioni erano nell’aria e lui vi vedeva l’occasione per far crescere ancora la sua figura e la sua reputazione. All’esterno, inoltre, egli voleva dare il segnale che, nonostante la crisi della principale banca del paese, tutto era business as usual. Infine, non mancava di appoggi in alto loco per continuare ad alimentare le sue, pur legittime, aspirazioni.

Esordì:

Esiste un modo oggettivo, inequivocabile per sondare la customer experience nel mondo delle banche e della finanza: i reclami per torti subiti o per denunciare scorrettezze. In tali casi, il cliente invoca giustizia e inizia a domandarsi quale rimedio possa ottenere. Grazie alla mia iniziativa i rimedi sono tanti: reclamo alla propria banca, esposti alle autorità, portali di whistleblowing, reclami agli arbitri o azione legale sempre possibile presso il giudice ordinario.

 Il settore del contenzioso è una fiorente attività economica che vede coinvolti, oltre i soggetti che ricevono le lamentele, anche professionisti, associazioni dei consumatori e consulenti di vario tipo. Con la riforma che avviamo in questi giorni niente sarà come prima. E, particolare non secondario, saranno creati nuovi uffici e nuove posizioni da dirigenti”.

Lasciò la parola al dr. Sebastiano Federici, vice di Pirro, per illustrare i presupposti della riforma, nonché lo stato dei rapporti tra banche e clientela, in verità non esaltante. Costui quasi tremava all’idea di esporre la proposta da solo senza l’appoggio del suo Capo, che a tutto credeva tranne al fatto che l’istituto si dovesse trasformare in un ufficio per dirimere contenzioso bancario. 

Mai una associazione di consumatori nel mio ufficio”, aveva più volte esclamato, manifestando la sua più netta contrarietà a questo genere di competenze. Che gli pareva una diminutio, rispetto all’alto compito di tutelare dall’alto la solidità del sistema.

1.

Ragno aveva invece fiutato l’occasione irripetibile per guadagnare consenso presso l’opinione pubblica e farsi paladino di coloro, ed erano in tanti, che avevano da recriminare per un torto subito da banca o da una assicurazione. La Grande Controllora è vicina ai cittadini, è intorno a te e alla tua famiglia. Lo slogan era accattivante e diffondeva tranquillità.

Federici si fece coraggio e iniziò con puntiglio la sua relazione.

Il punto è che ne sappiamo veramente poco. E’ la somma che fa il totale, diceva qualcuno. Invece, ciascuno guarda solo nel proprio orticello. Nel senso che ogni autorità da’ ovviamente conto degli esposti che riceve, ma nessuno si preoccupa di tirare le fila e soprattutto di avere dati complessivi e comparabili tra di loro. In base ai nostri numeri si tratta di quasi un milione di esposti ogni anno, come si ricava con un po’ di approssimazione da una indagine spot sui bilanci dei principali intermediari. 

Disarmanti, poi per chi voglia fare una indagine più approfondita, sono le differenze dell’ordine di decine di migliaia di reclami che si riscontrano tra banche che hanno lo stesso peso di mercato. Alcune quasi vacillano sotto il peso dei ricorsi. Altre sembrano addirittura virtuose. Che significa tutto questo?”

Ragno annuiva a quelle parole e pareva pure divertirsi. Egli era così. Gli piaceva ascoltare le cose che aveva a cuore anche se quel che gli premeva di più era ascoltarsi, mentre parlava pacatamente di tutto, fosse in inglese o nella sua lingua madre. 

Fu allora che Federici entrò nel vivo e dopo aver ricordato i punti salienti della normativa proseguì:

L’aspetto che colpisce di più sono le tante iniziative, anche lodevoli, che molti intermediari intraprendono per migliorare la qualità dei servizi bancari e l’informazione al pubblico e al mercato. Ma siccome, come ho già detto, non esiste una raccolta centralizzata di dati per giudicare la bontà e l’efficacia di tali procedure, non si capisce nemmeno se il contenzioso tra banca e cliente diminuisce o aumenta di anno in anno. Dalle informazioni parziali che si riescono ad avere, la situazione sembra peggiorare. Vi sono intermediari che nel giro di poco tempo vedono raddoppiare i reclami, ma non danno spiegazioni della loro peggiorata qualità dei servizi. In altra sede affermano perentoriamente che il valore principale della mission aziendale è la soddisfazione del cliente. Per non parlare degli effetti delle crisi bancarie degli ultimi anni che hanno riversato sulle sedi giudiziarie quantità notevoli di ricorsi e di class action di fronte alle disinvolte prassi di vendita di prodotti bancari e finanziari di molte banche.”

2.

Ragno a questo punto intervenne per dare il suo autorevole punto di vista, definitivo per tutti.

Probabilmente il punto su cui si arenano le normative e le buone intenzioni è la autoreferenzialità del sistema bancario che preferisce valutarsi, ma non essere valutato dall’esterno anche per la poca concorrenza, che in verità pare essere il motivo principale delle tante lamentele della clientela. A ciò si aggiunge la scarsa incisività dell’azione delle associazioni dei consumatori e dei tanti programmi di educazione finanziaria. La soddisfazione dei clienti in banca è un fenomeno random, piuttosto che sistemico; nessuno garantisce nulla perché trasparenza e correttezza quasi mai si inseriscono negli obiettivi dei budget aziendali. Per esempio, nessuna banca rende noto quanto le costa (tempi, risorse impiegate, risarcimenti, etc.) smaltire le lamentele della clientela.

In conclusione, mi pare che sia giunto il momento per una seria riflessione, avviando azioni per migliorare la qualità dei servizi bancari. La clientela beneficerebbe anche di minori prezzi.”

Quindi  si passò al varo della nuova normativa che prevedeva la costituzione di una piattaforma informatica ove inserire tutti i ricorsi o i reclami del mondo bancario, assicurativo e finanziario promossi dagli utenti. Allo stato, lo sforzo non era di poco conto, poiché la tutela del consumatore aveva una serie di ambiguità non facili a risolversi.

Federici aveva alle spalle solidi studi giuridici. Aveva contribuito con passione alla predisposizione di meccanismi di tutela della clientela bancaria, il contraente debole nel rapporto con la banca. Quella riforma era una novità assoluta per il paese, ove una vertenza in tribunale durava anni. Inoltre, l’ordinamento giuridico si adeguava con grande ritardo alle normative internazionali. Siccome era anche un dirigente solerte ed onesto, il dottor Federici non poteva fare a meno di pensare che la riforma appena varata fosse incompleta e, in parte, inefficace.

Pensò di esprimere le sue perplessità, per quanto incerto sul grado di accoglienza dei suoi capi.

3.

Bisognerà evitare che la vigilanza di tutela del consumatore possa entrare in conflitto con la vigilanza sulla stabilità finanziaria delle banche. Chi prevale tra queste due funzioni in caso di dissidio? La riforma appena avviata si occupa del contenzioso, cioè delle liti ex post, quando invece la vera tutela del consumatore dovrebbe essere ex ante. La vera tutela del consumatore è di natura preventiva. Su questo aspetto nulla si dice.”

A supporto lesse alcune relazioni degli uffici di Compliance delle banche nelle quali era riferito dell’esistenza di comportamenti scorretti da parte di alcuni responsabili di aree locali in merito all’abbinamento forzoso tra mutui e polizze, il prodotto che si vendeva di più in tutto il paese.

Fece esempi che avrebbero dovuto essere il campo di applicazione delle nuove regole. 

Voleva essere chiaro nelle sue enunciazioni e lo fu. Il materiale che aveva con sé era esemplare di come il cliente fosse spesso abbandonato a sé stesso, quando si reca a uno sportello bancario.

Da una relazione lesse: 

“Ogni giorno decine di mail ci obbligano a vendere (..) nei casi di mutui e prestiti sempre e comunque l’assicurazione facoltativa CPI (credit protection insurance) al di là di adeguatezza del prodotto e interesse del cliente a sottoscriverlo. Tale condotta vietata dalle norme legislative mette i direttori e noi consulenti in filiali in grave difficoltà. Ci obbligate a vendere quello che i clienti non chiedono o spesso non vogliono con la minaccia che o non gli diamo il finanziamento o lo facciamo a tassi più alti”.

4.

La relazione era corredata dalle mail spedite alle filiali dal responsabile dell’area con espressioni del tipo: “cavalchiamo a più non posso l’assicurativo, ricordandoci che i mutui al 100% di dicembre vanno coperti con l’abbinata DPG e vita protetta per ovvie ragioni” o ancora “la CPI su molte filiali non viene venduta in abbinata (…) la verità è che non siamo ancora riusciti a far capire ai colleghi che la marginalità riveniente da questo prodotto è essenziale per il conto economico”.

In un’altra segnalazione si leggeva: 

Egregi signori, con la presente sono a segnalarvi il comportamento, a mio avviso, grave e scorretto che l’addetto condizioni dell’Area di … tiene verso i colleghi. Ad ogni richiesta delle condizioni per finanziamenti a privati o imprese vuole che ci sia la copertura assicurativa e in caso contrario non autorizza le condizioni. Inoltre, come nel caso in questione, chiede che si apra un conto corrente nuovo ove erogare il finanziamento per evitare che l’erogazione intacchi il fido di conto. Ritengo entrambe le richieste gravi comportamenti scorretti nei confronti dei colleghi e ancor più dei clienti che: a) devono sempre fare la copertura assicurativa pena pagare commissioni / tassi più alti b) devono aprire un conto nuovo con duplicamento delle spese e dei tassi da pagare pieni sia sul finanziamento sia sul conto affidato. Queste cose ci pongono in seria difficoltà perché spesso i clienti percepiscono la richiesta come un ricatto bello e buono.”

I presenti ascoltarono lo stato dell’arte, con espressioni perplesse o attonite. Dopo qualche silenziosa riflessione in cuor loro, nessuno osò esplicitamente commentare. Nella sala scese il silenzio e tutti rimasero in attesa che accadesse qualcosa. Secondo alcuni, la Grande Controllora era una monarchia assoluta piuttosto che costituzionale, secondo altri, meno raffinati, una caserma, la cui disciplina prevedeva solo obbedienza e devozione.

5. 

Anni prima in uno slancio di apertura a gestioni più manageriali il predecessore di Ragno diede incarico a un team di psicologi del lavoro di tratteggiare i profili psicoattitudinali dei dirigenti. Il capo era un noto psichiatria che aveva introdotto nel paese, importandoli dagli USA le diverse prove psicometriche. Prima di ricevere l’incarico illustrò un particolare molto importante. I risultati ottenuti tramite le risposte a un ponderoso questionario possono essere del tutto inattesi: anziché distribuirsi secondo una funzione gaussiana, in pochi veramente bravi, in pochi inadeguati, il resto intorno ad una media, i punteggi potrebbero presentare differenze non percepibili. I Dirigenti della Grande Controllora potrebbero essere molto simili sotto il profilo comportamentale, ovviamente per motivazioni a loro non ascrivibili, ebbe l’ardire di sottolineare. Un test analogo condotto presso un altro istituto, di stampo militare, poco tempo prima aveva dato proprio tale risultato, tanto sorprendente quanto inatteso per i generali, ma non per lui che aveva familiarità con la  natura umana.

Quando il capo del team presentò l’esperimento che aveva in mente e i rischi connessi presso le alte sfere, non suscitò molti consensi. Al contrario, fu congedato in fretta e non venne più chiamato  neanche per altre consulenze. Egli ebbe però il tempo di spiegare che l’appiattimento dei valori individuali è sintomo di una forte influenza della struttura, cioè del contesto lavorativo in cui si opera. L’individuo quasi scompare ed è sostituito da una cultura aziendale grigia ed uniforme in cui alla fine conta solo la volontà del capo e il desiderio di accondiscendere alle sue idee. Non aggiunse altro. Ma tutti capirono che scarsa dialettica porta a scarso spirito critico e al rischio di omologazione. Nessuno dei presenti fu preso tuttavia dalla curiosità di saperne di più, formulando qualche domanda. Il progetto fu accantonato e non se ne parlò più. Chissà cosa sarebbe successo, non lo sapremo mai.

6.

Ritornando agli esiti della riunione, tutti stavano lì ad immaginare la sorte del povero Federici. Ci pensò Ragno che, senza degnarlo di uno sguardo, lo fulminò con poche parole:

“Grazie dr. Federici, ma non ho bisogno dei suoi consigli. Sono un economista e posso occuparmi di tutto. Si ricordi una cosa, se dopo anni di lavoro non l’ha ancora capita. Noi qui non siamo noi, ma quello che rappresentiamo.” 

Da quel giorno, a Ragno fu affibbiato il nomignolo di Grande Eclettico, mentre il dr. Federici si sentì abbandonato a sé stesso per quella frase che lo aveva ferito davanti a tutti. Era caduto in disgrazia. Nessuno lo aveva trattato mai così, sottomesso per una questione di lavoro. Uscì che era ormai tardi e con i suoi mesti pensieri fu inghiottito nella metro che lo riportava da sua moglie, a casa, al porto sicuro dei suoi libri e della sua musica. L’indomani era Sabato e si sarebbe sentito lontano anni luce dalla Controllora e dai suoi riti, che non contemplavano il suo punto di vista, la sua osservazione del mondo.

7.

There is no hiding in my memory (Genesis, 1974)

Qualche tempo dopo, Federici incontrò Massimiliano Leonardi, suo amico di un tempo ed ex controllore andato via anni addietro tra molti dissapori. Si accomodarono in un caffè lungo il corso principale dirimpetto al Palazzo della Grande Controllora. Lontano da occhi indiscreti Federici mise al corrente Massimiliano delle novità della riforma e dei dubbi, che nutriva.

Massimiliano ci pensò un attimo e decise di aprirsi con il suo amico con cui non si vedeva da tempo. Desiderava fargli capire che certi eventi nella vita professionale delle persone non capitano a caso.

La prese alla lontana e iniziò con i ricordi della sua vita e del suo lavoro, per lui un nesso inscindibile. A poco a poco il suo racconto divenne inarrestabile.

“Il mio insegnante di Ragioneria all’Istituto Tecnico, era uno di quei professori che si fanno ricordare per la vita. Basso, rotondo, calvo, carnagione scura e occhi chiari, un normanno-siculo. Parlava un italiano perfetto e colto, ricorrendo al dialetto in poche circostanze e aveva il vezzo di spiegare e spiegarsi per metafore. Per essere il più chiaro possibile, però, non il più sibillino possibile. Rispetto alla sua materia coltivava una forma di amore/odio. Desiderò per tutta la vita aver studiato e insegnato filosofia.

8.

Ce lo confessò quando, uomini fatti, lo vedemmo per l’ultima volta. Scoprimmo che aveva scritto diversi libri e articoli di filosofia. Non sull’arida tecnica della partita doppia.”

E continuò:

Aveva l’ossessione di formare futuri dirigenti d’azienda, non impiegati precisi, puntuali e soprattutto obbedienti, ma poco attenti a capire che cosa girava intorno a loro. Con voce baritonale, amava prendere le distanze dal mondo, rilasciando giudizi definitivi, che lo facevano assomigliare, nell’immaginario di noi ragazzi, al grillo di Pinocchio. Non era mai pedante, però.

Ricordo che nel corso di un ricevimento di professori ebbe a dire di me ai miei genitori ciò che conservo come uno degli apprezzamenti più belli: “in una classe di orbi, il ragazzo almeno ci vede da un occhio”. Mi beatificò!”

Federici lo seguiva divertito perché sapeva che tutto alla fine sarebbe confluito in punto di caduta che gli avrebbe dato la morale del racconto e anche un po’ di sollievo al suo avvilimento.

Una mattina il mitico Professore, iniziando la sua ora di lezione, disegnò alla lavagna un grande rubinetto da cui sgorgavano al posto dell’acqua i nomi di conti, sottoconti, voci e registrazioni contabili, e sotto un grande scolapasta che setacciava il tutto. Ultimato l’enigmatico disegno si rivolse a noi: “Vi presento il Grande Frocione; oggi, ragazzi, parleremo del Conto Economico”. Nel gergo siciliano per “frocione” s’intende proprio la portata di liquido che un rubinetto riesce ad erogare nella sua massima apertura.”Nonostante fossimo già avvezzi alle sue uscite, un’allegra risata accolse il programma del giorno.

9.

Nello specifico, a completamento di quanto fino ad allora avevamo studiato voce contabile per voce contabile, il messaggio era che da quell’unica condotta transitavano tutte le componenti economiche negative e positive che fossero, le quali, filtrate con regole ad hoc, generavano un unico elemento: l’utile o la perdita d’esercizio di ogni azienda.”

Capisci, mio caro amico. Il grande frocione era  la voce di sintesi che spiegava tutto. La ragione dell’esistenza dell’homo oeconomicus, se cioè il suo esistenziale e materiale affannarsi aveva avuto o non aveva avuto senso. Era in senso hegeliano il modo in cui per il caro professore Reale e Razionale non coincidevano mai, il suo modo di metterci in guardia da verità assolute. Ricordatevi, ragionieri di domani, del grande frocione, ma non fidatevene. Scrutate, leggete, interpretate. Ma non credete mai a che cosa vi vuole raccontare. Sarebbe stato un imprinting indelebile nelle nostre menti. Nella mia lo fu.”

“Di lì a pochi anni ebbi modo di approdare a una grande azienda che corrispondeva ai miei desideri. Vi fui assunto dopo un concorso selettivo. Non era una banca qualsiasi. Era il top. Il sancta sanctorum. Il regno della perfezione delle regole. E della certezza assoluta del suo costante buon operare. L’apoteosi di ogni aspirante a un posto di lavoro fisso, ben remunerato. Privilegiato.

L’occasionalità del successo derivò dalla mia propensione per la matematica. Le carenze in altre prove (uso delle macchine e cultura generale) furono compensate da quelle attitudini. La soddisfazione fu tale che, sul momento, non me la presi più di tanto per essere assegnato al comparto cassa, uno dei lavori più ripetitivi e manuali che c’erano. Un po’ alla volta crebbe però la frustrazione per quell’impegno, che presto mi sembrò fuori dai tempi.”

 

10.

“Ti tralascio il complicato e doloroso excursus che, in forza della determinazione a non rassegnarmi a un lavoro che interpretavo come versione aggiornata della fatica di Sisifo (contare e ricontare biglietti, a mano, inutilmente, senza fine) mi fece approdare, quale ultimo incarico, agli uffici cui miravo: ai controlli della Grande Controllora. Sarei andato finalmente a incontrare da vicino il grande frocione, proprio ora che le storiche banche della mia terra cominciavano a saltare come pop corn sulla padella. Erano gli anni Novanta. Un secolo fa.”

“Che cosa era nascosto nel loro grande frocione?” chiese divertito Federici che, più giovane di Massimiliano era stato assunto una decina di anni dopo, quando, come ripetevano i suoi capi i tempi erano cambiati grazie al loro impegno e certi deficit non ci sarebbero più stati. Altre modalità di selezione della classe dirigente erano state introdotte! Chi rimaneva al lavoro lo faceva in ragione del fatto che aveva fatto carriera, per gli altri non c’era posto e potevano accomodarsi in quiescenza, ove possibile.

Massimiliano continuò:

11.

Volevo correre dal Professore, aiuto! mi dia una parola di conforto! Trovi un’altra metafora a cui mi possa riferire. Egli come capita agli uomini, non c’era più. Reale e razionale diventavano per me definitivamente discosti e angoscianti. Fu la mia perdita dell’innocenza. Nel grande frocione scorrevano soltanto grandi falsità. Avevo un osservatorio privilegiato, ma mi sembrava di non avere bussole, mappe, strumenti di navigazione. Almeno non quelli che mi sarei aspettato.

Mi fu assegnata prima ancora che me ne accorgessi la nomea di rompiscatole. Di portatore del virus infettante di ogni organizzazione. Ero infetto e infettavo. Fui assalito da sensi di colpa etico-sociali-professionali. Potevo essere di cattivo esempio per i più giovani. Dovevo mettermi in perenne autoisolamento? Mi incartai, coltivai contenziosi, talvolta inutili. Alla fine me ne andai in pensione. Assunsi su di me ogni responsabilità dei miei poco allineati comportamenti. Non avrei trascinato altri nelle mie disavventure aziendali.

Eppure non trovavo la quadra. La partita doppia non quadrava. Il tanto predicato rispetto delle regole, trovava deroghe in ogni interstizio. Ogni caso era a sé, non si trovavano risposte univoche.

Dal grande frocione usciva ancora acqua putrida dei banchieri che, incontrastati per anni, avevano fatto i loro interessi, mentendo su tutto. Nessun segno premonitore dal grande frocione! Muto. Inutile. Dannoso. Solo arzigogolate e finalizzate distorsioni. E nessuno che se ne fosse accorto. Eravamo nel terzo decennio del terzo millennio e nulla era cambiato dal secolo precedente.

 

12.

Anzi, no. Una novità c’era. Era subito pronta la giustificazione a posteriori. A buoi scappati. Reato: ostacolo all’attività della Grande Controllora. Informazioni false, ripetute, gigantesche, esplosive. Nulla da fare. Banche fallite, quattrini sperperati. Processate il grande frocione! E domande inutili, senza risposta: chi controlla il controllore? Nessuno, perché è sempre al di sopra di ogni critica!

Mi crollava definitivamente il mito dell’infallibilità della mia istituzione. Se fosse ancora fra noi il mio professore, avrebbe detto di me  “è rimasto purtroppo fermo a vecchi principi etici che non sono mai stati – ancor meno oggi – valori. Un illuso. Ha tenuto aperto il suo unico occhio, ma a che cosa è servito?”  Sarebbe stato su di me minimamente concessivo, secondo la sua chiave di osservazione del mondo. Era pur sempre una questione filosofica, di filosofia morale, anche la mia. Una branca che a lui piaceva, pur non avendola mai insegnata.”

Federici rimase colpito dal racconto nel quale l’istituzione che era anche la sua mostrava i suoi caratteri. Così pronta a criticare quel che accadeva nel paese, a dare lezioni, a fare la morale a tutti e così restia a ricevere critiche dall’interno e dall’esterno. 

Gli venne l’immagine della turris eburnea, che viveva di dogmi come oggi neanche un Papa è disposto a fare. Abbracciò l’amico, lo ringraziò per quella conversazione e si promisero di rivedersi, questa volta per una cena innaffiata da buoni vini, che nessuno dei due disdegnava.

13.

Massimiliano, permetti un suggerimento? Perché non scrivi un libro, un racconto con i tuoi ricordi, le tue esperienze professionali? Sono i punti di vista come i tuoi ad essere utili. Apportano spirito critico che spesso manca. Le banche e noi stessi facciamo tediose lezioni di educazione finanziaria nelle scuole con concetti scontatissimi, mentre ben altro sarebbe necessario. Pensaci, dai!”.

Osate cambiare, cercate nuove strade (Robin Williams, 1980)

Questa riforma per i consumatori andava digerita dalle strutture e comunicata bene all’esterno, era questo il pensiero ricorrente di Ragno e dei suoi più fidati collaboratori. 

Erano capitati in passato cortocircuiti comunicativi molto seri tra la Controllora, il Governo, il Parlamento e la comunità finanziaria. Ciò era stato fonte di incomprensioni e polemiche quando fallirono inopinatamente e in poco tempo una decina di banche regionali.

Infatti, a livello internazionale per evitare di gravare troppo sui contribuenti si stabilì il principio che pagassero prima gli azionisti ed alcune categorie di obbligazionisti. E in effetti questo capitò con quelle banche, tra la ignavia più assoluta di chi disse che non ne sapeva nulla e chi sapeva ma non disse nulla.

In sostanza, non era più possibile giocare con il tempo quando una banca falliva. La classe dirigente del paese non sembrava del tutto consapevole degli effetti delle regole che pure aveva approvato. All’estero, in molti si chiesero che paese fosse il nostro, ma alle risse da comari erano pure abituati e non vi fecero tanto caso.

Pirro, tuttavia, aveva mandato delegazioni di dirigenti a trattare, negoziare, discutere le nuove regole e quindi per così dire si autoassolveva. La sostanza è sostanza ed essa è salva perché scritta nei sacri testi, soleva ripetere ai suoi. La comunicazione ai risparmiatori, di fare molta attenzione, seguirà. Compito esaurito.

14.

Il guaio fu un altro. Invero, tutti sapevano o fingevano di non sapere perché, per non creare allarmismi, in molti si precipitarono a dire che le banche del paese erano solide e avremmo potuto fare a meno della nuova normativa che penalizzava azionisti e obbligazionisti in caso di dissesto. La verità era quindi salva anche se era una mezza verità.

Ragno dovette rispondere a mezzo di interviste stampa, oltre che in varie audizioni parlamentari a questa situazione. A distanza di tempo, quando le acque si erano un pò calmate, Ragno si aprì con il suo fidato addetto alla comunicazione. Sotto, sotto era contento per come ne era uscito. 

Per spiegarsi fece riferimento al paradosso del mentitore, che aveva studiato da ragazzo al liceo dai padri Liguorini della Congregatio Sanctissimi Redemptoris.

Il paradosso descrive come, data una proposizione autonegante come “Questa frase è falsa”, nessuno riuscirà mai a dimostrare se tale affermazione sia vera o falsa:

  • se infatti fosse vera, allora la frase non sarebbe falsa (la verità della proposizione invalida la falsità espressa nel contenuto della proposizione).
  • se invece la proposizione fosse falsa, allora il contenuto si capovolgerebbe (è come se dicesse “Questa frase è vera”), quando abbiamo appena affermato il contrario.

Ricordava che Padre Pompeo, il suo insegnante di greco, ne aveva parlato a lungo perché vari filosofi avevano elaborato schemi su questo rompicapo della logica umana. Gli era rimasto impresso il racconto del coccodrillo di Diogene Laerzio.

15.

Un coccodrillo ghermisce un bambino che gioca sulle rive del Nilo; la madre del piccolo implora il coccodrillo di restituirle il figlio, ma il coccodrillo le fa la seguente proposta: “Se indovini quello che farò, ti restituirò il bambino”. 

La madre allora dice al coccodrillo: “Credo che mangerai il piccolo”. Se la madre ha detto il vero, se ha cioè indovinato che il coccodrillo vuole mangiare il bambino, il coccodrillo ha promesso di restituire il bimbo. 

Ma se il coccodrillo restituisce il bimbo, significa che non lo ha mangiato, e quindi la donna non ha indovinato le intenzioni del coccodrillo e non potrebbe salvare la vita del figlio. In tutti i casi, se la madre dice “tu lo mangerai”, non potrà mai riavere il figlio e il coccodrillo non potrà mai mantenere la promessa di restituirlo.

Un pò come la storia delle banche e di chi paga quando falliscono. La verità fu detta ma se poi non ne abbiamo bisogno di questa verità è come non averla detta.

Un capolavoro di retorica di cui si discuterà per anni, visto che in tanti (contribuenti compresi) avevano perso molti quattrini, dopo che anche tentativi di salvataggio di altre banche si erano rivelati vani. Certo, per il futuro erano da evitare scivoloni simili che sul piano interno erano costate carriere a molti dirigenti.

All’esterno non una parola fuori posto trapelò, il fronte fu compatto nell’affermare che la Controllora aveva fatto tutto il possibile per salvare le banche in crisi. Essa si autoassolveva, nonostante le polemiche e varie Commissioni di inchiesta, parlamentari e regionali, che provavano a far luce sull’accaduto.

16.

Il padre confessore di Ragno, padre Domenico, a sentire queste cose, commentò che il magistero della Chiesa vede nell’autoassolvimento degli umani il trasferimento della responsabilità a Dio. E, pertanto, lo giudica con favore. E spiegò come la Chiesa vede le bugie buone, senza che facesse minimamente riferimento alle banche.

Se si può, quando non si vuol mentire, è meglio fare silenzio, perché dice il Signore: “Di ogni parola infondata gli uomini renderanno conto nel giorno del giudizio; poiché in base alle tue parole sarai giustificato e in base alle tue parole sarai condannato” (Vangelo di Matteo 12,36-37). 

E il Catechismo afferma: “Il bene e la sicurezza altrui, il rispetto della vita privata, il bene comune, sono motivi sufficienti per tacere ciò che è opportuno non sia conosciuto, oppure per usare un linguaggio discreto. Il dovere di evitare lo scandalo spesso esige una discrezione rigorosa. Nessuno è tenuto a palesare la verità a chi non ha il diritto di conoscerla” (Catechismo della Chiesa Cattolica).

E Dio perdona tutto se non ti metti contro l’Altissimo. “Caro fratello Ugo, tu devi piacere a Dio, sotto il cui sguardo vivi, più che agli uomini”, gli spiegò una volta per tutte. Grazia di Dio e ragion di stato non sono affatto incompatibili.”

Devi avere le spalle larghe per proteggerci. Dio solo sa quanto un uomo può sopportare”.Lo guardò pieno di misericordia e continuò:”La tua coscienza non deve sentirsi in colpa, perché noi siamo in colpa per aver rischiato  avventatamente e per cupidigia il nostro risparmio.”

E per maggiore consolazione finì per dire “Chi tocca uno di noi, tocca tutti noi”. Il suo cuore era colmo di paura per quel che aveva appena detto all’amato fratello Ugo. (4.Continua)

17.

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