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Sono tornata 6/6

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Riassunto dei capitoli precedenti.La più grande banca del paese era fallita e la Grande Controllora, Autorità Finanziaria Unica Nazionale, stava tentando un disperato salvataggio, mobilitando i suoi uomini migliori. Ne andava della sua reputazione e del prestigio del paese. Il percorso era tutto in salita. Missive di situazioni drammatiche erano state recapitate alla banca, finalmente commissariata.Operazioni straordinarie si stavano tentando come ultima spiaggia prima del naufragio. La fiducia dei clienti era finita ma chi è al comando non può mai finire con essa.Qualcosa va maledettamente storto e quindi si può ripartire.

 

Capitolo sesto Sic transit gloria mundi

Vado così forte in salita per abbreviare la mia agonia (Marco Pantani, senza data)

Di mattina presto il fidato e solerte segretario, bussò alla maestosa porta del dr. Ragno per commentare l’intervista del vice di Pirro, il dr.Toti Verdi, il cui mandato sarebbe scaduto tra qualche giorno.  Le gole profonde sussurravano che era profondamente deluso perché non era riuscito ad avanzare ulteriormente in carriera.

Egli aveva sentito la necessità di condividere con i lettori i suoi ricordi, professionali e non, e i suoi progetti futuri. Il tono oscillava tra Proust e il work in progress.

Si parte da lontano. Verdi si laurea in scienze politiche e entra nella Grande Controllora, ove si occupa di studi finanziari.Nel tempo, ben 40 anni, scala tutte le posizioni gerarchiche e diventa Consigliere del Controllore Principale, in sostanza tra i primi tre dirigenti del Palazzo. 

Nelle ultime settimane, di fronte alle turbolenze sollevatesi nel procedimento di riconferma, decide di fare con saggezza un passo indietro. Convinto dalla moglie. Chi te lo fa fare, ha detto la signora. Un siparietto casalingo, di natura familiare lo richiama ai suoi doveri personali. Esclude che si stia ritirando per fatti istituzionali. Ne’ è un Cincinnato deluso dalla irriconoscenza dei suoi concittadini. Ma, con stile, si produce in una serena e soddisfatta uscita di scena.

1.

Quale morale il racconto ci trasmette non lo abbiamo capito. Un civil servant che fa un passo indietro? Un messaggio edificante rivolto ai futuri studenti universitari, visto che dice che andrà ad insegnare in una prestigiosa università, senza peraltro indicare la materia?

Quando l’intervistato passa a rievocare gli aspetti istituzionali della sua lunga carriera, il giornalista gli chiede se ha capito perché le banche falliscono. Certo che dall’alto, egli risponde, non sempre si vedono i dettagli delle crisi, dei controlli sulle banche si occupa la struttura, ma chiedendo in giro lui se ne è fatta una ragione, anzi due.

La prima è che con i poteri che le autorità di settore hanno è stato fatto tutto il possibile. Nessuna responsabilità. La seconda è che organismi esteri non ci hanno permesso di salvare le nostre banche, per partito preso nei nostri confronti. Ancora nessuna responsabilità, anche se così dicendo fa apparire il suo mondo come un gigante in patria e un nano fuori.

 A questo punto Ragno sbotta in una forte e stridula risata: “Accidenti, la solita storia! Non è bastata la guerra a rovinarci, ora ci si mette anche lui che affossa le nostre banche.”

Il segretario, che non era certo privo di ironia quando le situazioni lo permettevano, aggiunse: “Sintesi del Verdi-pensiero: la nostra vigilanza è stata un (quasi) successo, cosa che ci fa tornare in mente il celebre “quasi goal!” del radiocronista sportivo Nicolò Carosio. E di nuovo il “siamo arrivati primi, ma non abbiamo vinto” di quel segretario di partito”.

2.

Ma c’era dell’altro. Ragno invitò il segretario a sedersi e dopo aver ordinato un caffè tramite interfono disse:”seguimi nel mio ragionamento. All’interno, a seguito dell’uscita di Verdi non ho più antagonisti che possono aspirare alla mia posizione, che diciamoci la verità è strumentale, per incarichi di più alto rango. Ora ti chiedo in tutta amicizia chi vedi tra i miei competitori che mi sono davvero nemici? Ti prego, non parlarmi degli amici, che non temo, ma dei nemici”.

Il segretario non immaginava una tale confidenza, ma ci pensò un attimo e rispose che l’unico che poteva sbarrargli la strada era il Prof. Lucido de Falco, dal curriculum pressochè inarrivabile, per la quantità di incarichi interni ed internazionali che poteva vantare. Non vedeva altri antagonisti. Lucido era soprannominato 007 negli ambienti finanziari, perchè come per il celebre agente di Sua Maestà britannica, the world is not enough. Inutile competere con lui.

Grazie, rispose Ragno. 

Sornione, ribatté che non era preoccupato per De Falco, suo buon amico dai tempi del liceo e vicino di casa in un quartiere  residenziale della capitale. Le rispettive consorti poi erano solite vedersi  al burraco per scambiare un pò di chiacchiere su come va il mondo che conta.

3.

In effetti, continuando e quasi ragionando a voce alta, oggi gli scranni che contano nel paese sono Presidente della Repubblica, Primo Ministro, e, tra i ministeri, gli unici due che danno proiezione internazionale, sono gli affari esteri e le finanze. Questi ultimi sono essenziali per un paese sottomesso come il nostro per un  debito pubblico monstre, che non accenna minimamente a scendere.

Quindi concluse, se all’amico De Falco offrono il diritto di prima scelta io non mancherò di seguirlo a ruota.

La sera Ragno tornò a casa, cenò e andò a dormire con ritrovata tranquillità, ritornando con la mente ai discorsi di prima. In sostanza, era fatta per lui, bisognava solo aspettare, De Falco non era un problema, un ostacolo. 

Ma dormì male, sognò di stare alla fermata dell’autobus e di non riuscire a prenderlo perché non aveva il biglietto. Al momento, non capì se fosse un triste presagio o un brutto sogno. 

Si svegliò prestissimo e alle sei e trenta era già in ufficio, dentro il Grande Palazzo.

Alle sette in punto la squadra delle donne delle ditta delle pulizie della sig.ra Silvana marcò l’ingresso riservato agli addetti ai servizi della Grande Controllora. Erano in sette e, attraversato l’ampio cortile, salirono al piano nobile ove, dietro ad una cortina di vetri blindati, si apriva un ampio corridoio lungo il quale si affacciavano gli uffici degli alti dirigenti, Ragno e Pirro compresi.

4.

Si incamminarono in un dedalo di anse, disimpegni, sale d’attesa e postazioni di controllo degli addetti alla sicurezza, cominciando a svolgere i loro adempimenti. Un vero fortilizio, inespugnabile. Alle pareti di un corridoio erano appesi i quadri di tutti i Grandi Controllori succedutisi dal 1800 in poi. Sguardi seri, espressioni composte che incutevano timore. Li differenziava il vestiario, a seconda delle epoche per uno o più particolari: delle ghette, una tuba, un panciotto. Poi abiti più moderni, meno ricercati, ma non meno severi. Grigio antracite, in pochi casi blue notte. Una nota di colore era affidata alla cravatta. Qualche altro dettaglio usciva dalle pose assunte da ognuno davanti ai pittori di quei ritratti. 

Da come si vestivano si capiva che non erano persone ordinarie e ci tenevano a farlo capire. Erano classe dirigente del più alto lignaggio. Il sancta sanctorum, il cuore della istituzione. 

In quei luoghi nessuno poteva addentrarsi senza un pass e un appuntamento. Ciò valeva anche per dipendenti, qualsiasi fosse il loro grado. A un comune mortale erano semplicemente preclusi. Il tutto serviva a creare distacco fisico e spirituale con il resto del mondo e per le signore incaricate delle pulizie, per quanto abituate a quei luoghi per la loro quotidiana frequentazione, introdurvisi aveva quasi il sapore di un rito mattutino.

5.

Avevano a disposizione un’ora per pulire i pavimenti, svuotare i cestini e marcare con l’inchiostro rosso i sacchi con la data. Era capitato tempo prima di trovarvi cose strane, un preservativo non usato, delle strane fotocopie fatte dagli addetti alla sicurezza dei loro peni per improbabili gare di virilità, nelle loro interminabili ore notturne di sorveglianza. Era capitato che durante le pulizie fosse stato rivenuto qualche documento gettato nei cestini per sbaglio. Dovevano sbrigarsi, inconvenienti in quel sancta sanctorum erano possibili. Dopo la pandemia degli anni precedenti avevano il compito supplementare di sanificare gli ambienti.

La caposquadra, la signora Silvana, era orgogliosa di queste prerogative, sembrandole di essere in qualche modo partecipe della vita di illustri personaggi come Ragno e Pirro. Cercava di trasmettere alle sue collaboratrici serietà professionale, scrupolosa attenzione a ogni dettaglio, senso di appartenenza.

A Natale erano sempre munifici nei loro confronti, con piccole gratifiche e pacchi doni per le famiglie. Erano datori di lavoro davvero eccellenti!

6.

Alle otto e cinque terminarono il loro lavoro e si avviarono all’uscita. Sarebbero tornate verso sera per pulire quel che rimaneva del giorno, lasciando alla mattina seguente le rifiniture di un lavoro ben fatto.

Verso le nove arrivò il capo della sicurezza, “Salve ragazzi, disse a due dei suoi collaboratori, venite a prendere un caffè al bar. Non è arrivato ancora nessuno, Giusto?”

Decisamente era un ambiente molto amichevole e rilassato. 

Ricordiamoci di disattivare al rientro il sistema di video sorveglianza. I tecnici della logistica devono installare cinque telecamere a infrarossi per aumentare la visibilità notturna delle riprese.”

Verso le nove e trenta, arrivò la Segretaria del dr. Ragno, Giovanna Mengacci, competente e brava anche perché parlava correntemente quattro lingue. Sulla cinquantina, alta, bionda, una bella donna. Il suo arrivo segnava per tutti gli altri impiegati della Segreteria l’inizio della giornata. Bussò alla porta del suo ufficio, ma non ricevette risposta. Strano. Riprovò, ancora niente. In effetti lei era l’unica ad avere accesso diretto all’anticamera dello studio di Ragno. Gli altri, Pirro incluso, dovevano rivolgersi a lei, se intendevano conferire con il Controllore Principale. Decise di non aspettare oltre. Aprì la porta con cautela, dapprima un pò e poi sempre di più per scorgere quel che mai avrebbe immaginato.

7. 

Buongiorno...”, le parole le morirono in gola per lo strazio di ciò che si mostrò ai suoi occhi.

Dietro la scrivania di mogano, artisticamente rifinita con le divinità greche dell’amore e della morte, giaceva Ragno il capo reclino sul piano, il volto pieno di sangue, accanto una Luger 22. Urlò con tutto il fiato che aveva in corpo:

“Dio mio che è successo. Accorrete! Il dr.Ragno è morto!

Il capo della sicurezza si precipitò con le due guardie e nemmeno lui sul momento riuscì a capacitarsi dell’accaduto. Certo, bisognava chiamare subito ambulanza e polizia. Con fare convulso compose il numero diretto. Presso la stazione di polizia del quartiere trovò il suo amico, il Vicequestore dr. Francesco Ingragavallo, Ciccio per gli amici. Ciccio rimase per un attimo senza parole. Poi profferì un “arrivo subito!” e chiuse la linea.

Appena sul posto fece uscire tutti. Era funzionario di provata esperienza, tarchiato, baffetti da detective, occhi arguti, con poche certezze, tra le quali quella che i primi accertamenti in loco sono fondamentali, per accorgersi di qualche dettaglio, per farsi domande cui cercare risposta. Sapeva che la scena del crimine parla ad occhi esperti. E poi che caspita! Nel cuore del potere sarebbe stata inammissibile qualsiasi trascuratezza investigativa.

8.

Già immaginò le inchieste parallele della stampa e della televisione, anche a distanza di anni, le ricostruzioni più o meno fantasiose di qualche preteso esperto, i libri, i saggi, le realtà romanzate.  Il complottismo, sempre pronto a manifestarsi, avrebbe avuto materiale a non finire. Le sue indagini sarebbero state vagliate, scrutinate, sezionate. E infine criticate come superficiali, affrettate, depistate. Anche se non lo avessero detto espressamente, lo avrebbero lasciato intendere. Ingragavallo certe cose le conosceva benissimo. 

Si concentrò al massimo sul lavoro da fare. Si aggirò con circospezione nella stanza, si mosse negli spazi liberi dai mobili con la più scrupolosa cura, sfiorò con le dita qualche oggetto, traguardò la scena da ogni prospettiva. La luce che entrava dalle finestre attraverso i vetri azzurrini, si concentrava proprio sulla scrivania, sulla quale riverso, giaceva il corpo di Ragno. Il resto restava in penombra, quasi nell’oscurità. La scena gli ricordò i giuochi di luce dei quadri di Caravaggio. La luce illuminava il soggetto principale, il resto era di dettaglio, inutile alle indagini.

Fece aprire dai tecnici della scientifica la cassaforte posta alle spalle della scrivania. Rovistò tra le carte un pò impolverate. Lo colpì una lettera vergata a mano e indirizzata al Capo dello Stato, la cui amicizia con Ragno era nota.

9.

Era senza data. Era lì da qualche tempo. Si accorse che non era terminata. Cominciava con queste parole dal significato inequivocabile Essendo Ella uomo della massima stima e di incondizionata fiducia, rimetto…

Che voleva dire? si interrogò il Vicequestore. 

La lettera lasciava intendere la disperazione dell’uomo, prima ancora che del grande economista, e poteva essere vista come il lascito di Ragno al momento di spararsi con quella pistola, dal sapore sinistro, essendo l’arma di ordinanza delle SS.

”Si è suicidato per un senso di resipiscenza, allora” e si incupì ancora di più al pensiero che qualcuno potesse darsi la morte per chissà quali crimini orrendi avesse commesso da quella sua posizione.

Certo all’esterno pensionati, risparmiatori, artigiani ribollivano di rabbia per aver perso i loro risparmi nella crisi della grande banca. Vi erano stati dei suicidi, dramma nel dramma. Ma non sarebbe stato possibile per nessuno entrare e sparare a Ragno. Tuttavia, tra le 8 e 05 e le 8 e 45 vi era un buco nel sistema di telesorveglianza a causa dei lavori di manutenzione delle telecamere.

I giornali uscirono presto in edizione straordinaria, con i titoli che propendevano tutti per l’ipotesi del suicidio. Egli probabilmente non aveva emotivamente retto all’ondata di sdegno che stava attraversando il paese per il fallimento della maggiore banca. Un pentimento, l’estrema assunzione di responsabilità, il riconoscimento della propria inadeguatezza a svolgere il compito di grande controllore l’avevano portato a quel gesto definitivo.

10.

La resilienza aveva abbandonato il campo a vantaggio della resipiscenza!

Il Vicequestore ricevette prima di sera la chiamata del Segretario del Ministro che chiedeva lumi su quella strana morte, per nulla prevedibile.  Era costernato, ma riuscì a far capire che la richiesta di maggiori informazioni arrivava da più in alto, da molto più in alto dello stesso Ministro. E che in tanti, anche all’estero, erano in trepida attesa di saperne di più.

Bisognava non prendere posizione e rispettare il dolore della famiglia per la scomparsa dell’amato Ragno. Questa fu la linea ufficiale a cui il Palazzo si sarebbe attenuto. Un suicidio nelle sfere alte del potere scuote sempre le istituzioni. Meglio sopire per quanto possibile.

11.

Where are you going with that gun in your hand? (Jimi Hendrix, 1967)

Fu dopo qualche giorno che altre verità vennero a galla, grazie alla perspicacia del Vice Questore. 

Un pomeriggio a casa si sedette accanto al figlio, laureando in macroeconomia, mentre costui stava seguendo dei video di Ragno, ripreso nelle sue periodiche relazioni al parlamento. Erano brevi lezioni di economia, in cui raccontava con abbondanza di dettagli e con linguaggio un pò barocco, ma inappellabile, la congiuntura economica del paese che, invero, non brillava da anni. Ernesto, questo era il nome del figlio, era entusiasta di queste lezioni e succintamente prendeva appunti dai video che scaricava da internet.

D’improvviso Ciccio Ingragavallo notò, con un brivido che gli percorse la schiena, che Ragno per scorrere le pagine della relazione che leggeva usava la mano sinistra e, quando alcuni parlamentari gli ponevano domande, egli prendeva appunti a margine delle carte che aveva davanti a sé, sempre usando la sinistra. 

La contrapposizione era evidente. Ernesto scriveva con la destra, specularmente Ragno nel video che scorreva usava la mano sinistra. Se era mancino, come poteva essersi sparato con la destra dato che la Luger era stata rinvenuta sul lato destro del corpo? Nessuno gli aveva confidato quel carattere particolare. Ne’ lui lo aveva chiesto.

12.

Caspita, pensò, cambia tutto. Allora non è un suicidio, ma un omicidio, un’esecuzione! E chi può volere la morte di un uomo così probo e potente. I poveri cristi in questo paese non fanno queste cose, il terrorismo chiaramente non c’entra, dato che i gruppi armati degli anni bui sono scomparsi da un pezzo. Poteva pure coinvolgere i servizi segreti su quella scoperta non da poco, ma sarebbe stato un maledetto pasticcio che doveva sbrogliare  da solo.

Con molta cautela avvisò il Segretario del Ministro, che assicurò che il Ministro ne avrebbe riferito subito in alto. Veramente in alto, aggiunse. 

Sarebbe stato ancor più grave se si fosse scoperto che qualcuno aveva attentato alla vita di Ragno.  La circostanza della mano mancina sarebbe presto venuta fuori e quindi sarebbe stato opportuno che il Vicequestore si inventasse qualcosa di compatibile con la tesi del suicidio. Il paese ne sarebbe uscito meno destabilizzato. E poi se il presunto omicida non si trovava o non si faceva vivo con qualche comunicato che figura avrebbe fatto la polizia?

Silenzio, si gira un altro film.

13.

Chiuse nuovamente la telefonata. Si preparò per il giorno dopo in cui dopo aver effettuato l’autopsia le autorità di polizia diedero il via libera per i funerali. Quanto all’accaduto solo lui e la Segretaria avevano visto il punto esatto dove si trovava la pistola e la signora poteva non ricordare il particolare, sconvolta come era. La scientifica non aveva avuto modo di fotografare subito la scena del crimine e chiunque anche per caso poteva aver spostato la pistola alla destra del cadavere, nel rimuovere il corpo. Questo nel caso che fosse venuto alla luce il mancinismo del povero Ragno.

Ma era confuso, pieno di dubbi perché era privo di punti di riferimento, ad iniziare dalla sua coscienza. 

Tempo addietro aveva letto Todo Modo e forse solo ora gli pareva di capire il protagonista, il pittore ateo, anticlericale, mero spettatore degli eventi nella bolgia orgiastica di Zafer. Nella figura del pittore il Vicequestore vide allora se stesso. E rifletté tra cinismo e ironia sulla propria posizione, si rassegnò al mistero, al segreto per sempre sepolto e al fatto che, alla fine in un tragico parallelismo «Si arriva che tu, io, diventiamo sospettabili quanto costoro, e anche di più: e senza che si possa attribuire una ragione, un movente…».

14.

E lo Stato che fa? Si costerna, s’indigna, s’impegna, poi getta la spugna con gran dignità (Fabrizio De Andrè, 2001)

La Cattedrale era gremita all’inverosimile, fu possibile distanziare la gente solo in parte. Le mascherine erano ormai diventate d’uso tanto comune da essere accessorio obbligatoriamente intonato al colore d’ogni abbigliamento. Come una cravatta, una pochette, un foulard. La maggior parte dei convenuti si mantenne fuori della chiesa, dove erano state installate transenne per contenerla. 

Nel primo banco a destra  spiccava la figura mesta del Capo del Governo con accanto Pirro, costernato ed avvilito, il volto tirato, terreo.

Egli si chiese se il capo della polizia lo avesse reso edotto dell’ipotesi dell’omicidio. Ne era al corrente e si disse terrorizzato. Chi aveva sparato a Ragno poteva farlo con altri. Nessuno escluso. Lui compreso. 

Che tragedia, e tutto per una banca.

15.

Il Capo del Governo lo guardò in modo quasi paternalistico e gli sussurrò:

Sa, mica mi dispiace che sia andata così. Lui si era candidato come mio successore senza mai essere essersi sottoposto a nessun test elettorale. Bisogna pure finirla con queste storie. Vi occupate di risparmio o volete fare politica? Non ci vedo affinità tra morire per questioni risparmio e morire in gloria.”

Abbiamo fatto tutto il possibile e lo abbiamo dimostrato in tutte le sedi in cui siamo stati chiamati. I responsabili li abbiamo pure denunciati per ostacolo ai controlli”, replicò a mezza voce Pirro, ma con meno convinzione rispetto a come avrebbe fatto in passato.

Con voce tagliente questa volta il primo ministro:

“La prego, l’ostacolo ai suoi poteri è un reato metafisico, nessuno è e sarà mai condannato per questo, perché  lei non è riuscito a fare quello che doveva. Un ladro è condannato perché ha rubato, non perché non ha confessato. Ma che volete? Che un banchiere corrotto venga da voi e vi dica sono un farabutto. Prevenire, prevenire, prevenire se lo ricordi, altrimenti capitano tragedie come queste ed altre di tanti poveri cristi che si sono suicidati o hanno perso tutto”.

16.

Poi si arrestò, era in Chiesa e voltò la testa a cercare l’altare, la pietà e la santità, rispetto a quei discorsi buoni per legulei.

Pirro non voleva credere a quelle parole che gli arrivarono come la potenza devastante di un lanciafiamme. In Chiesa, il Capo del Governo, senza mezzi termini, mi dice così. Ma dove siamo mai arrivati in questo paese? Però, se fosse veramente così. E se lo fosse? si chiese di nuovo incredulo. La sua anima era ghiacciata dallo sgomento.

Ma dopo un momento si ritrovò nella testa un pensiero: Questa tragedia, in fondo, toglie di mezzo qualsiasi ostacolo alla mia promozione a Controllore principale, concluse tra sé stesso Pirro. Questo mi sta dicendo il Capo del Governo, è fatta anche per me, prenderò il posto di Ragno e poi chissà che altra prospettiva di carriera mi aspetta…

Nell’aria risuonava il Dies irae, il canto gregoriano per il rito delle esequie che accompagnava la cerimonia di Stato, mentre si diffondeva la fragranza salvifica dell’incenso.

17.

Il lungo tormento degli uomini che accompagna la morte e il potere stava conoscendo il suo climax. La celebrazione ecclesiastica delimitava il finis terrae, l’ultimo lembo di terra prima del mare aperto della posterità. L’austera Cattedrale somigliava al luogo estremo, ospitale e sacro, ove tutto accadeva. Il potere era lì, tra quegli scranni di legno, duri e scomodi.

Introibo ad altare Dei, iniziò il Cardinale, incaricato della cerimonia funebre con a fianco padre Domenico, che aveva raccolto pochi giorni prima i tormenti di Ugo Ragno, dandogli conforto e che mai avrebbe immaginato una fine del genere.  Dona  ei requiem, pregava tra di sé.

Ad Deum qui lætíficat iuventútem mèam, risposero i presenti all’unisono. 

Auditorium nostrum􏰀 in nómine Dómini, rispose di nuovo alla comunità Sua Eminenza.

E poi in italiano, 

Noi uomini di buona volontà siamo qui riuniti per salutare il nostro fratello in Cristo Ugo, che ci ha lasciato travolto dal suo senso di responsabilità. La sua forza di civil servant è stata superiore a qualsiasi rispetto di sé, della sua persona fisica, della sua vita. Anche se la Chiesa non approva decisioni tanto estreme, non possiamo, come appartenenti alla comunità civile, non interrogarci nel profondo sulla disperazione che può cogliere l’uomo pubblico, soprattutto quando si carica di pesi tanto grandi. Dobbiamo essere certi che la forza fragile di Ugo…”

18.

Si compiacque con sé stesso per quell’ossimoro della forza fragile, tanto semplice quanto efficace e si disse che l’avrebbe usato di nuovo, ricorrendone le circostanze. Per un attimo si interruppe. Quindi riprese:

“Dicevo che sono sicuro, dobbiamo esserlo tutti, che la forza fragile di Ugo troverà nelle braccia misericordiose di nostro Signore quella pace che non gli è toccata in vita. A noi non resta che la pietà”.

In un lato, in fondo alla splendida navata gotica, l’orafo che aveva avuto la vita distrutta dalla grande banca, era venuto ad osservare l’epilogo di quello che riteneva un atto individuale di giustizia contro un potere altrimenti inespugnabile. Da anarchico anonimo e moderno. Da chi aveva perso in un sol colpo moglie e amante e cercava la pace dell’anima nel farsi giustizia da solo.

Scivolò, senza essere notato, fuori dalla chiesa prima che la cerimonia fosse terminata. Con la massima naturalezza lasciò cadere sul pavimento una catenina d’oro, alla quale era attaccato un ciondolo realizzato per la circostanza: una piccola Luger, perfetta in ogni dettaglio, con incastonato un rubino rosso sangue. La sua abilità di artigiano era sempre intatta. Non gli interessava chi l’avrebbe  raccolta. Nessuno, nemmeno Ingragavallo, avrebbe saputo ricollegare quel piccolo simbolo all’autore del caso che conveniva legare ad una spiegazione pubblica meno lacerante di un omicidio. La verità non sarebbe mai emersa, anche perché non conveniva a nessuno inseguirla.

19.

Si accorse che stava pensando a una canzone del suo cantautore preferito in voga quando era giovane….non esiste un detersivo così potente da poterci sbiancare tutti…Non ricordava più il titolo, forse Anima Latina o forse Due Mondi…

Un’ora dopo l’aereo che lo riportava a Tenerife rullava sulla pista. Nel bagaglio a mano una tuta da inserviente di ditta di pulizie. Chissà perché quella mattina la signora Silvana non si era accorta che la composizione della sua squadra era diversa dal solito.

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