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Postfazione al romanzo di Educazione Finanziaria ‘Sono tornata’

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Tempo di lettura: 5’. Leggibilità **.

Questa settimana si è conclusa la pubblicazione su questa piattaforma di SONO TORNATA di Davide Maria De Crescenzi, romanzo a puntate sulle banche e sui loro controllori.

E’ un racconto surreale, ricco di misteriosi colpi di scena. Riteniamo con soddisfazione che sia stato un successo, dato che i sei capitoli hanno avuto decine di migliaia di visualizzazioni, a testimonianza che gli eventi che vi sono immaginati richiamano aspetti incastonati nella memoria di molti. E’ stato un modo meno consueto, ma a nostro avviso efficace, di celebrare il mese dell’Educazione Finanziaria.

Eppure dobbiamo costatare, caro De Crescenzi, che i suoi sforzi di fantasia, per quanto notevoli, non sono in grado di superare la realtà, come dimostrano due episodi di queste ore, che hanno come protagonisti banchieri in carne e ossa.

Trionfo e caduta di un banchiere locale

Il primo fa riferimento alle reazioni alla condanna di Denis Verdini, che da presidente della sconosciuta Cassa Rurale e Artigiana di Campi di Bisenzio (banlieu fiorentina), poi baldanzosamente rinominata Credito Cooperativo Fiorentino divenne potente demiurgo politico nazionale. E’ uno dei fondatori di Forza Italia, fa e disfa liste elettorali e in tempi più vicini fa e disfa governi nazionali con il famoso patto del Nazareno tra Berlusconi e Renzi. Per un periodo è l’incontrastato re del Parlamento, dedito a dirigere il traffico dei cosiddetti ‘responsabili’ a sostegno di governi.
Gli è stata confermata dalla Suprema Corte la condanna a oltre sei anni per il reato di bancarotta per il dissesto di quella piccola banca, con la motivazione che la amministrava come un bancomat personale.

Accuse gravissime, già provate in più gradi di giudizio, avrebbero dovuto consigliare a molti esponenti nazionali di stare un pò alla larga da questo personaggio. Invece no, le sue capacità politiche sono diventate un patrimonio della Nazione.
Oggi contrizione e vicinanza gli sono espresse, dicono le cronache giornalistiche, da Salvini, Berlusconi e Renzi. Ora, al di là della umana pietà che deve accompagnare ogni esito del genere, come fa il cittadino a considerare normale questo connubio tra economia e politica, stante gli effetti nefasti sulla vita collettiva? Chi era veramente questo Carneade bancario assurto alla guida-ombra del Paese, ci sarebbe da chiedersi senza dietrismi, aggiungendo amare considerazioni sui meccanismi di selezione della più alta classe dirigente.

Altre commemorazioni in articulo carceris arrivano a dire che con il fallimento della Banca del Verdini, come tutti familiarmente la chiamavano, nessuno ci ha rimesso niente. Chiedetelo al Fondo di garanzia dei Depositanti del Credito Cooperativo per sapere del centinaio di milioni e passa necessari per far assorbire quello che ne rimaneva alle Consorelle BCC e in via traslata a soci e clienti delle medesime, nonché al fisco. La vicenda che si snoda per oltre un ventennio sarebbe da romanzare, caro De Crescenzi, magari con il titolo La irresistibile ascesa e l’inattesa e ingiusta caduta di un banchiere di paese, sottotitolo Forse l’ascesa era resistibile e la caduta prevedibile.

Che ne dice? Intervistando qua e là qualche ispettore della Banca d’Italia, che ha avuto modo di stigmatizzare in più occasioni l’allegra conduzione del Credito Cooperativo Fiorentino, scoprirebbe una disinvolta idea di banchiere locale. In poche parole fidi rischiosi e altri favori ad una ristretta cerchia di amici.
Seguirà alla condanna penale l’azione civile da parte dei danneggiati dal dissesto (il Fondo di cui sopra in primis), per tentare il recupero di somme? O vi saranno questioni di opportunità che consiglieranno magnanimità?

E la meravigliata espressione attribuita dalla stampa al nostro banchiere, che si chiede come sia possibile essere condannato con l’accusa di aver danneggiato la sua stessa creatura non ha dell’incredibile? Io che l’ho tanto amata e curata, come avrei potuto farla morire? Avrebbe pronunciato a sua inconfutabile difesa, il Verdini. Forse il dissesto della sua amata è stato un imprevedibile caso di Covid bancario, per un’infezione presa per caso, per uno scherzo della sorte, per un beffardo giuoco del destino. Fate un po’ voi! I giudici della Cassazione, malgrè la difesa di grandi principi del foro, qualche dubbio hanno continuato a nutrirlo.

Generosità di banchieri locali

Apprendiamo anche di un’altra vicenda che ricorda, con le dovute differenze, il saccheggio di città e territori in tanti episodi della storia italica. Sul Corriere Fiorentino del 4 novembre è riportata la notizia della sentenza del TAR della Toscana che ha imposto ai commissari liquidatori della Banca Popolare di Vicenza di restituire alla proprietà della Fondazione Cassa di Risparmio di Prato la collezione di quadri già appartenuta alla Cassa di Risparmio di Prato. Trattasi di opere di grandissimi autori (Bellini, Filippo Lippi, Caravaggio) che Zonin, Presidente della Banca Popolare Vicentina, trasferì da Prato a Vicenza nel 2013, dopo l’acquisizione della Cassa nel 2003, rilevandola dal MPS. Anche qui lasciamo al lettore ogni ironia sul banking locale. Affari tra banche all’epoca sulla cresta dell’onda, guidate da banchieri osannati, diventate in pochi anni decotte e richiedenti ingenti interventi con soldi pubblici.

Il vigneron veneto, in un impeto di mecenatismo a favore della sua più prossima comunità, li sottrasse a quella pratese, trasferendoli in quel di Vicenza. Voleva conseguire oltre al primato finanziario, anche quello culturale sulla banca acquistata? Oppure, nel sano provincialismo che si sostiene che non abbandoni mai il banchiere locale, voleva far dolcemente catturare il suo territorio dal più raffinato soggetto conquistato. Come accadde alla Grecia, che conquistata da Roma, la catturò con la sua più avanzata civiltà, in una virtuosa sinergia. Insomma una rivisitazione moderna del famoso Graecia capta ferum victorem coepit. Ah, saperlo!

Ora la Fondazione pratese potrà organizzare la esposizione al pubblico delle opere giudiziariamente restituite.

Ritorna, come si vede, un’idea tutta particolare di promozione dei territori, con azioni che si protendono nel tempo come se, anche dopo morte, le banche locali non riescissero a riposare in pace. Sono in grado di restituire ancora qualcosa, come le anime morte di Gogol.

Chissà perchè negli ultimi anni gran parte del banking disastrato d’Italia è passato tra Veneto e Toscana, dove un certo dinamismo dell’economia (quella dei distretti e della terza Italia) si pensava che avrebbe fatto nascere anche una nuova dirigenza bancaria, senza trovare linfa nel connubio con la politique d’abord e in capitani d’impresa che ci ricordano quelli di ventura.  E tanto per non dimenticare, debbono ancora essere risolte le crisi di altre banche locali cresciute a dismisura, senza che a nessuno venisse in mente di fermarle in tempo, come nel caso di Carige e della Popolare di Bari.

E il futuro bancario che cosa ci riserva?

Quanto alle solide banche più grandi, Unicredit e Intesa, dovremo abituarci a vederle crescere in un paese che non cresce (Intesa con Ubi grazie a un goodwill negativo di oltre 3 miliardi di euro e Unicredit assorbendo MPS, previa un’altra ricapitalizzazione da parte dello Stato).

E le autorità, i controllori nazionali che faranno? Si avviano a non contare più come una volta. Perchè a furia di perdere banche, accompagnandole alla morgue resterà loro ben poco da sorvegliare, ritagliandosi il tempo per gli studi sul nostro trapassato sistema. Scriveranno la storia delle banche del territorio che non esistono più, assisteranno impassibili a fusioni bancarie di ampia portata, ma di corto respiro e a necessitanti operazioni di salvataggio, anche in ragione della montagna di crediti che andranno in sofferenza causa pandemia.

E tutti, all’occorrenza, saranno sempre attenti «de nier ce qui est, et d’expliquer ce qui n’est pas» .

Caro De Crescenzi, se non ti sei stancato di cimentarti con il genere letterario che hai inaugurato, siamo certi che le storie non ti mancheranno. Dubitiamo che faranno prefigurare cambiamenti rispetto a certe nostre consolidate abitudini.

3 COMMENTS

  1. Nel caso, il nostro Davide Maria, una volta sfruttata ogni vena mineraria dell’universo bancario, potrebbe ben dedicarsi anche alle altre macchie di leopardo (come ebbe a evidenziare in una sua metafora il buon Bersani) che caratterizzano la società italiota in ogni campo.
    Un assetto che fondamentalmente rimane incollato a schemi feudali, che sono rimasti dei principi cardine nel comportamento degli abitanti.
    Al riguardo, per rinverdire il concetto, riporto ciò che riconduce al significato etimologico del termine feudalesimo.
    Nell’assetto sociale “Il vassallo nella società feudale indicava il rapporto tra un uomo libero che si assoggettava a un signore promettendogli fedeltà, in cambio di protezione. Il re nominava il vassallo come suo fedele rappresentante. Il valvassore a sua volta era un vassallo non direttamente dipendente dal sovrano, ma da un altro vassallo e così via”.
    Gli italiani hanno saputo ben inglobare questi principi in tutti i gangli della loro repubblica. De Crescenzi avrebbe anche qui, quindi, molto da scrivere, e potrebbe essere utile a far risvegliare tanti dal diffuso sopore.

  2. Si guardi alle linee essenziali del suo “essere imprenditore: impiego razionale di denaro e di qualsiasi altro mezzo, diretto ad ottenere il massimo vantaggio col minimo sacrificio”. Vi troveremo al più una delle tante varianti di “un modello imprenditoriale”, che ha segnato in maniera caratteristica il miracolo economico senza questo esaurirne il profilo: “mezzi (patrimonio, reddito, credito) di cui dispone un ente pubblico o privato per l’esercizio della propria attività e il perseguimento dei propri scopi”, all’ insegna di un intreccio fra finanza-economia e politica che è andato ben oltre il classico equilibrio del “protezionismo liberale” ma rappresenta anche qualcosa di più e di diverso della sua mera corruzione clientelare.

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