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Il lato oscuro della Silicon Valley, due libri per giovani startupper

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Tempo di lettura: 5’.
Alla conquista del Futuro!

Il mio amico Mario Mancini, che, con intelligenza e ironia, riesce a cogliere connessioni tra gli argomenti più diversi, si è cimentato alcuni giorni fa in un racconto quasi surreale, dal titolo California: democrazia, maiali e start up (su questa piattaforma). Che a leggerlo bene poi il pezzo tanto surreale non è, ben rappresentando un mondo che incarna all’estremo sovrapposizioni, contrapposizioni e contraddizioni, per intrecciarle inestricabilmente sulla via della Conquista del Futuro.

Io non sono altrettanto smart e scelgo sul tema punti di prospettiva più dimessi. Senza dubbio più noiosi.

Conosco giovani e brillanti informatici, che sognano la Silicon Valley, per andare a lavorare in qualche high tech start up, tra le miriadi che vi fioriscono incessantemente, inseguendo il Mito della Creatività. Che subito dopo diventa il Mito del Successo Immediato, degli unicorni, che raggiungono in una notte, valori oltre ogni ragionevole ipotesi, in round di centinaia e centinaia di milioni di dollari. È individualmente un’ambizione comprensibile, ma le probabilità sono pari a quelle dei minatori di imbattersi in inesauribili vene aurifere nella corsa alla California di metà Ottocento. L’oro digitale non è meno arduo da trovare e da estrarre di quello fisico.

A chiunque intenda sbarcare nell’ultimo Eldorado consiglio dunque di leggere un paio di libri, che non hanno la pretesa del saggio o del documento tecnico che spieghi i risvolti di qualche innovazione in grado di cambiare il corso dell’Umanità, ma quella di mostrare i riti che si celebrano nel Tempio Mondiale dell’Innovazione.

La valle oscura dell’innovazione

I due lavori (recenti e non molto noti) raccontano, in forma di romanzo, esperienze reali dei protagonisti. Non sono temi facili per farci letteratura. E probabilmente non saranno mai fonte di capolavori. A me hanno aiutato a riflettere su certi argomenti molto di moda e così ne parlo, beninteso senza trarre generalizzazioni.

Il primo si intitola La valle oscura di Anna Wiener (Adelphi, 2020, traduzione M.Z. Ciccimarra, € 19). È il racconto autobiografico di una giovane newyorkese, con una formazione non tecnologica, che sbarca a San Francisco, inserendosi non senza difficoltà, prima in una start up dedita al software per l’analisi dei dati, quindi in una piccola società che sviluppa software open source. Intorno a lei, un prato sconfinato (non ci sono limiti alla creatività), nel quale ogni fiore (ogni start up) ambisce ad essere riconosciuto come il più originale, il più brillante, il più attrattivo per i giganti del tech, affinché si chinino a raccoglierlo, inondandolo di soldi e riconoscimenti. Sulla copertina del libro un volto di donna (bionica?).

La start up che vi riuscirà, segnerà la vita non solo del suo amministratore delegato che diventerà miliardario, attraverso la vendita delle stock option ricevute, e, con lo stesso meccanismo seppur in scala minore, determinerà anche le fortune di collaboratori e dipendenti. L’amministratore delegato che fallirà sarà costretto alle dimissioni, ma, dopo qualche tempo, si rigenererà, inseguendo le opportunità o le illusioni di altre start up, in un carosello senza fine. È frenesia pura, dove il caos sembra trionfare. Non è così. Le liturgie che vi si incontrano sono al limite del maniacale.

Ad aumentare la confusione, pezzi della sopravvissuta controcultura californiana degli anni sessanta, ispirata a trasgressive libertà, convivono con le rigidità del nuovo ordine del Tech. Nell’anelito alla creatività a tutti i costi, ognuno è impegnato a incapsularsi in stereotipi. Agli ideali di vita individualista, si oppone una assoluta uniformità di schemi, di classificazioni, di ruoli. Non vi potrebbe essere contraddizione più palese. La libertà sognata si ingabbia nella più stretta omologazione.

Omologarsi, necesse est

Scrive la Wiener sulla unicità culturale e sulla paranoica molteplicità delle figure che vi si incontrano.

”La cultura intellettuale della Silicon Valley era la cultura di Internet: leadership di pensiero, esperimenti di pensiero. Intellettualismo da forum. C’erano economisti e razionalisti; altruisti efficaci, accelerazionisti, neopromitivisti, millenaristi, oggettivisti, survivalisti, archeofuturisti, monarchici, futarchici. Neoreazionari, fautori delle città galleggianti, biohacker, estropianisti, bayesiani, hayekiani. Ironici e mortalmente seri. Spiritosi e no”.

La Wiener dedica al venture capitalism, linfa finanziaria d’ogni avventura innovativa, un’acuta analisi, non solo sulle distorsioni di valutazioni delle nuove imprese, ma anche sulla distribuzione della ricchezza.

L’autrice mostra attraverso episodi, molto spesso frustranti, del vivere quotidiano come le regole del nuovo creino classi di cooptati che, come tutte le caste, esercitano un deciso potere di separazione dalle altre. L’esclusività dell’appartenenza si realizza in termini di genere e di etnia, privilegiando i giovani maschi bianchi, contro le donne e i coloured, che non sono mai soggetti trionfanti, relegati in ruoli secondari, più spesso comparse. Le start up tecnologiche non sembrano pane per i loro denti!

Cartellini rossi

Chi resta ai margini di questo circo ne viene continuamente espulso, attraverso la selettività dei prezzi delle abitazioni. Gli squilibri che si determinano fanno quasi pensare che il fondamento d’ogni rapida dinamica economica, d’ogni euforia, d’ogni rapida crescita di valore di asset per quanto immateriali, abbia il punto di caduta nella solida fisicità degli edifici, nelle divisioni nette dei quartieri della città, con rigide assegnazione degli spazi alle diverse aree sociali.

Come contrapporsi a chi sostiene che l’unica forma di speculazione duratura è quella edilizia? Le altre sono bolle transeunti, destinate prima o poi a dissolversi in essa. La finanza, la new economy, l’innovazione tecnologica, il Tech sono varianti lungo una sola direzione: l’appropriazione fisica della materia terraquea (e ora anche celeste, con il primo turismo spaziale di ricchi privati californiani). Non di ideali e di magnifiche sorti e progressive si tratta, ma di esercizio di supremazia.

Il libro alla fine sembra aprirsi su qualche prospettiva di riequilibrio della parossistica ricerca di efficienza segnata dalla informatica di consumo, destinata a creare e soddisfare ogni bisogno effettivo o presunto, orientandosi verso campi di maggiore utilità sociale. Ma le oscurità di questo progresso si contrappongono alle sue luci, evocando il dubbio della distopia.

Antonio nella Silicon Valley: una piccola storia italiana 

L’altro romanzo cui faccio riferimento è Il sogno di Antonio, sottotitolo Manuale sentimentale di management (Eliane Cordà, ed. GoWare 2018, cartaceo €. 13, online €4,99), uno dei primi esperimenti di letteratura d’impresa in Italia. È il racconto del fallimento di una piccola azienda, che, per illogicità, protagonismi, ambiguità, piccole guerre di potere, non coglie l’opportunità di una solida alleanza con una big company della Silicon Valley, interessata al suo progetto. (Lascio il lettore ad indagare sulla coincidenza che anche questo libro esponga in copertina un enigmatico volto femminile).

Prima che la storia si concluda mestamente, con un episodio di speculazione (anche qui edilizia), ovviamente minore, più alla buona, da provincia italiana, insomma, Antonio, il protagonista, arriva nella Baia di San Francisco e resta abbacinato dalle manifestazioni più visibili del Tempio dell’Innovazione.

Anche se avverte da subito il disagio di non saper conciliare alcune palesi contraddizioni, i suoi dilemmi restano in superficie, volendo conservare a tutti i costi l’ottimismo della sua scelta imprenditoriale. Eppure nella ricerca di riferimenti e conferme del suo viaggio verso il Nuovo, i suoi (un po’ ingenui) tentativi di afferrare qualche rassicurante appiglio restano evanescenti.

Dubbi irrisolti

Nella kermesse annuale della grande Corporation che lo ha invitato, Antonio vede l’entusiasmo collettivo che si fa processione di fedeli idolatranti della religione del Tech, nelle grandi architetture delle più affermate organizzazioni ritrova il simbolismo dei templi antichi, delle grandi cattedrali, delle regge sfavillanti, come prova di successo, ma, soprattutto, come affermazione di verità assolute, con il Mercato nel ruolo di supremo officiante.

È il trionfo del pensiero creativo o è l’organizzazione più impietosa della vita dell’uomo, che si avvale degli stessi strumenti di potere del passato? Non ci sono risposte. Antonio, dal suo microcosmo, non è all’altezza di darne. Al massimo riesce ad avere sensazioni di confusione e di incertezza di fronte alle tante apparenze che, al tempo stesso, lo attirano e lo respingono.

Conclusioni un po’ sconclusionate

Ecco finisco qui, per evitare qualsiasi pretesa di spiegare fenomeni più grandi di me, sconfinando in scontate ovvietà. Mi concedo solo un ulteriore piccolo spazio.

Se oggi si predica la irrinunciabile necessità di educare le generazioni ai più edificanti temi (ambientali, sanitari, finanziari, sessuali e via dicendo), ci deve pur essere ragione anche per una Educazione al Nuovo. Se mai qualcuno se ne occuperà, gli auguriamo di farlo con avvedutezza e modestia.

Io non ho suggerimenti, salvo che Around the Golden Gate Bridge, it’s not that glittering gold. Intorno al Ponte sul Cancello Dorato, non è tutto oro (digitale) quello che luce.

E poi, se vogliamo davvero superare certe nostre arretratezze, anche in Italia ci sono opportunità per i nostri startupper per essere efficacemente innovatori in loco.

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