sabato, febbraio 16

Cosa c’è dopo il localismo bancario? La risposta passa per la Banca d’Italia

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Tempo di lettura: cinque minuti. Test di leggibilità **.

Mala tempora currunt

La crisi dei distretti industriali, dell’edilizia e di tante partite IVA, prima, i numerosi fallimenti bancari poi stanno cambiando il paese. Si tratta di cambiamenti, probabilmente, irreversibili. Ciò aumenta la necessità di conoscere a fondo l’economia dei territori, per stabilirne la resilienza: vale a dire il grado di resistenza e di duttilità. Per assumere decisioni politiche basate su analisi serie e condivisibili. Non è più il tempo di confortarci con il passato, ma di curare le ferite e stabilire le modalità di rilancio della nostra articolazione produttiva.

Cio’ può avvenire comprendendo fino in fondo la robustezza dei fondamenti e l’apporto della nuova economia digitale, evitando la rincorsa a effimere mode. Bisogna comprendere in questa fase la mentalità degli imprenditori, delle professioni e dei lavoratori e ridisegnare le reti delle interdipendenze. Un fatto è certo. Siamo in fase di riconversione produttiva.

Per raccontare il momento storico prendiamo a prestito il comunicato stampa con cui il CENSIS ha presentato le Considerazioni generali del 52° Rapporto sulla situazione sociale del Paese, a dicembre 2018.

Da un’economia dei sistemi a un ecosistema di attori individuali

Siamo di fronte a una politica dell’annuncio. Ma la funzione politica, la responsabilità della classe dirigente, il ruolo dell’establishment stanno nel proporre una prospettiva nel futuro. L’annuncio, senza la dimensione tecnico-economica necessaria a dare seguito al progetto politico, da profetico si fa epigonale.

L’errore attuale rischia di essere quello di dimenticare che lo sviluppo italiano continua ad essere diffuso e diseguale. Bisogna prendere coscienza del fatto di avere di fronte un ecosistema di attori e processi. C’è bisogno di un dibattito sull’orientamento del nostro sviluppo e sulla capacità politica di definirne i nuovi traguardi. Ritorna il tema dell’egemonia e del ruolo delle élite. Serve una responsabilità politica che non abbia paura della complessità, che non si perda in vicoli di rancore o in ruscelli di paure, ma si misuri con la sfida complessa di governare un complesso ecosistema di attori e processi.

In poche righe sono racchiusi i fattori che frenano lo sviluppo economico dell’Italia da anni. E poi si indica ciò che serve, un pò l’araba fenice dei tempi a venire: responsabilità, capacità politica, comprensione del nuovo ecosistema di attori individuali. Si ritorna al territorio, ai cento campanili del Paese Italia, alcuni un po’ malandati, altri crollati, altri che provano a riprendersi e a distinguersi in nuove attività.

Economia dei territori e Banca d’Italia

Queste parole ci sono venute in mente leggendo una breve relazione della FISAC Banca d’Italia sul destino dell’ARET – Divisione di Analisi e di ricerca territoriale. Sono in sostanza Uffici Studi a livello regionale presso ogni Sede della Banca, coordinati da strutture tecniche dell’Amministrazione Centrale dell’Istituto. È una struttura creata negli ultimi 40 anni.

La rete territoriale di ricerca è costituita da 21 unità, attive presso le Filiali capoluogo di Regione e nella provincia autonoma di Bolzano. Vi lavorano alcune centinaia di economisti. Svolgono attività di analisi e ricerca sulle economie locali, sotto il profilo sia delle condizioni cicliche sia della struttura economico-finanziaria ed altri aspetti.

Non è questo il luogo per entrare in questioni specifiche, ma, secondo la FISAC, si prospetta un ridimensionamento di queste unità di ricerca economica. La questione ovviamente non riguarda solo le relazioni sindacali, ma ha una valenza di carattere più generale. Essa riguarda il tema della sostenibilità, della prossimità e dell’economia dei territori.

Il timore di un arretramento non è un buon segnale, soprattutto se consideriamo l’investimento  fatto nel tempo dall’Istituto in termini di selezione delle risorse e di percorsi formativi.

Ma soprattutto dobbiamo chiederci se questo mutato interesse sia un segnale di cambiamento nella interpretazione dei profili economici del Paese, a rischio di una informazione economica più generica.

Le cause dell’attuale assetto

Qualche ricordo personale può forse aiutare a meglio inquadrare il problema. Quando queste unità furono costituite intorno alla metà degli anni ‘80 del secolo scorso, esse rispondevano a precise esigenze strategiche dell’Istituto.

Stava prendendo avvio un deciso programma di decentramento delle funzioni di vigilanza bancaria e finanziaria. In tal senso le banche di minore dimensioni venivano seguite dalle Filiali e non più direttamente dall’Amministrazione Centrale di Roma. Vi era dunque il bisogno di contestualizzare questa funzione nei sistemi economici regionali, assai diversi tra Nord e Sud, tra Terza e Quarta Italia. I dualismi e le dicotomie pesavano nelle performance delle imprese e quindi delle banche. Si prendeva atto del Paese composto da cento campanili. Si approntavano misure atte a comprenderne la struttura economica e le dinamiche di sviluppo.

Non sembri enfatico, ma le elaborazioni dottrinali dell’epoca, in Banca e nelle Università, mutuavano da studi teorici di insigni economisti, da Akerloff a Fama, da Stiglitz a Tirole.

Si era definitivamente capito che i mercati del credito hanno distorsioni intrinseche che li allontanano dalle frontiere dell’efficienza e della concorrenza. Le asimmetrie informative, i conflitti di interesse, il rapporto principale/agente sono connaturati all’intermedazione finanziaria e spesso sono causa di vulnerabilità e di fallimenti. Tema delicato, perchè quasi sempre le crisi bancarie sono risolte con onerosi interventi a carico dello Stato e dei risparmiatori.

I bisogni conoscitivi delle economie locali

Quindi in quegli anni, la Banca in modo lungimirante si rafforzò con tutta una serie di iniziative quali la riorganizzazione della Centrale dei Rischi, la promozione della vigilanza decentrata, l’introduzione della Centrale dei Bilanci delle aziende manifatturiere, nella costituzione dei primi ARET, allora chiamati Nuclei per la Ricerca Economica.

Era una linea organica messa sul campo per conoscere, prevenire e contrastare i momenti di crisi che si originano a livello locale.  L’idea all’epoca sembro’ una scelta di successo. Come in tutte le attività, non sono mancati errori realizzativi.

E’ comunque importante capire le cause degli interventi che si attuano in una Banca Centrale sul piano delle scelte di studio.

Nel frattempo, molte funzioni di banca centrale sono state accentrate a livello europeo: emissione banconote, politica monetaria, vigilanza, SEPA, TARGET ecc.

Dall’altra parte, la morfologia organizzativa della banca ordinaria è cambiata attraverso un drastico accentramento di funzioni e di razionalizzazioni distributive e produttive. Il mutamento è avvenuto anche a seguito delle numerose e profonde crisi bancarie succedutesi.

Non è fuor di luogo dire che il modello di banca locale, esaltato per molti anni come garanzia di sviluppo diffuso, ne sia uscito fortemente ridimensionato. Quasi non esistono più le banche regionali e locali. La politica creditizia del territorio viene a poco a poco sussunta da grandi banche, direttamente o mediante divisioni specializzate.

Al contempo, grazie proprio alla spinta propulsiva degli ARET, lo studio della congiuntura e della struttura economica a livello regionale si è diffuso come mai in passato.  Esso oggi è appannaggio anche di Università, Regioni, Confindustria, Unioncamere. Una proliferazione di centri di ricerca forse salutare sul piano scientifico, ma di sicuro anche ridondante.

Non per questo, tuttavia, sembrano scomparse le ragioni che portarono 40 anni fa all’istituzione dei Nuclei di Ricerca, poi ARET.

Quello che preme sottolineare con queste brevi considerazioni è il segnale che potrebbe passare se il ridimensionamento di queste strutture di ricerca procedesse. Sarebbe un abbandono del territorio da parte di una istituzione prestigiosa, quando forse è il momento in cui si avverte maggiormente il bisogno della sua presenza.

L’alternativa, e la stiamo già sperimentando, è l’affermazione di cento sovranismi poco permeabili a confronti e diversità di vario genere. Molte opinioni, poche certezze. Queste certezze non si possono formare su dati di sintesi macro, che oggi si producono a iosa, ma attraverso la conoscenza ravvicinata delle situazioni. Se avessimo osservato più analiticamente il formarsi di posizioni di rischio creditizio che nulla avevano a che fare con il finanziamento dell’economia, non ci saremmo forse trovati a gestire la più alta montagna di Npl d’Europa.

Qualche esemplificazione

In positivo, notiamo lo sviluppo di diversi centri di eccellenza, con le loro attività di ricerca applicata. Sono la fonte per l’apertura di nuovi settori, come, ad esempio, la robotica nelle sue pressoché illimitate applicazioni.

L’agricoltura, seppur con grande fatica sta sperimentando nuove tecniche di produzione, impegnandosi nella creazione di nicchie di prodotto più redditizie o più salutari. L’edilizia muove i primi passi nella diffusione della tecnologia del legno.

Le smart city e le smart community pongono il tema del rinnovamento e dell’integrazione dei servizi al cittadino.

Il cambiamento delle tecnologie produttive richiede di essere compreso in dettaglio per capirne i caratteri. Come pure la conoscenza delle cause di certi ritardi nel ricorso ai finanziamenti europei, essenziali anche per le economie locali, deve essere meglio analizzata.

C’è bisogno di capire perché alcuni incentivi fiscali abbiano attirato in alcune aree meno interesse che in altre.  La questione dell’arretratezza digitale è forse frutto di scarsa propensione alla formazione anche da parte delle sezioni territoriali delle organizzazioni di categoria? Quali sono i fattori locali di resistenza alle reti di imprese?

Dobbiamo capire meglio perchè certe catene di trasmissione degli impulsi a livello locale non funzionano. La questione della trasversalità tra credito, servizi evoluti di pagamento, spesa pubblica locale, innovazione informatica crea molti temi da approndire. Siamo convinti sostenitori dell’economia delle interdipendenze, piuttosto che di quella dei silos.

La vetta della montagna degli NPL ha raggiunto qualche tempo fa la cifra record di 400 miliardi di euro, al lordo delle rettifiche. Questa montagna va smaltita e le condizioni di trattamento e recupero sono essenziali. E’ innanzitutto utile sapere a chi sono andati questi crediti inesigibili per abbassare, se possibile, gli elevati livelli di moral hazard di molte banche. Parimenti, va monitorato l’impatto deflazionistico che questo smaltimento produce sui prezzi degli immobili a garanzia. Esso è causa di aggravamento delle condizioni di povertà per molte famiglie italiane.

La domanda di analisi economica territoriale che formuliamo deriva anche dalle nostre esperienze dirette imprenditoriali e manageriali. Non ci pare che manchi il lavoro.

Abbiamo fatto degli esempi, per evitare di nascondere le nostre considerazioni, per quanto minime, dietro la figura retorica “dell’orecchio appoggiato al terreno, per coglierne le più piccole vibrazioni”. Ma è altrettanto vero che nei documenti di analisi delle economie locali, spesso non troviamo risposta alle domande che ci sembrano proprie.

Sono conoscenze che si acquisiscono mediante sistemi di relazione locale, da intensificare, non da contenere.

Noi chiediamo quindi di sapere se, con la nuova politica degli ARET, sia in corso non tanto una modifica organizzativa della funzione, della qual cosa poco interessa, quanto una rivisitazione dei canoni di analisi economica del territorio, per capire i cambiamenti della nostra dispersa, frazionata, diseguale economia.

Questo ci attendiamo dal più prestigioso servizio studi italiano. Dare conto di ciò non è rinunciare alla propria autonomia e indipendenza nella ricerca. Al contrario, ci ricordiamo bene le motivazioni di economisti del calibro di Tommaso Padoa Schioppa, Rainer Masera e Pierluigi Ciocca, quando spiegarono perché era necessario costituire quei punti di avvistamento e favorirne l’integrazione con le funzioni istituzionali della vigilanza creditizia e della sorveglianza sui pagamenti. Se ciò si ripetesse, non crediamo che l’Europa avrebbe nulla obiettare. E il quadro si farebbe più vivo dentro la cornice.

 

 

 

 

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