sabato, febbraio 16

Il valore sociale dei dati

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Tempo di lettura: quattro minuti. Test di leggibilità ***.
Ciò che fai sono i dati che generi

Una definizione dei dati utilizzata da noi informatici quando vogliamo darci una parvenza di business è che i dati sono la benzina del motore delle aziende: le aziende necessitano di sapere per sapere, controllare, decidere. Il nostro mestiere è creare mondi di dati aziendali, cioè dati che i sistemi gestionali raccolgono durante il loro quotidiano operare: clienti, bonifici, fatture, ordini, note di trasporto etc.

La competizione obbliga le aziende a conoscere più da vicino tutti i suoi stakeholder, in primis i clienti o quelli che non lo sono ancora, i prospect. Nel tempo sono pertanto prosperare tecniche informatiche sopraffine (Business Intelligence) per supportare tecniche di marketing sempre più audaci per interpretare i gusti e le aspirazioni dei nostri client / prospect, prima, e poi di capire come si sarebbero potuti evolvere ed infine come influenzarli, percostruire stili di vita veri e propri e cercare di recintarli in community di consumatori. La Business Intelligence quindi esamina in modo olistico i comportamenti dei consumatori / cittadini nella scelta di prodotti e acquisti.

Il ruolo di Internet

Una ventina di anni orsono fu la Rete commerciale e, fra le grandi dichiarazioni di stampo sociale ne ricordo una che all’epoca mi sembrò alquanto bizzarra: “Quando sei in Rete, tu guardi il mondo, e il mondo guarda te”. Frase quanto mai profetica.

Negli anni sono nate milioni di applicazioni basate sulla Rete che non sono più strumento aziendale per ottimizzare le cose quotidiane e normate, ma sono dirette al largo pubblico che le utilizza e sappiamo che le App raccolgono i dati degli utilizzatori:sia i fatti formali (prenotazione, acquisto ecc.) sia quelli personali(social).

Oggi l’ICT è molto più Consumer e dipendente dalla Rete rispetto a quella che era anni orsono. Più di vent’anni fa mi dicevano in Microsoft che il mercato del software per PC (p.es. Office) sarebbe stato una frazione rispetto a ciò che si sarebbe potuto vendere al pubblico. All’epoca si pensava ai PC e alle TV e il cellulare era solo un telefono.

E tu, quali dati porti?

Una volta i dati erano solo strutturati, oggi sono multimediali e sono molto più “granulari”, nel senso che le nuove tecnologie registrano non più solo scelte, ma anche semplici intenzioni di scelta carpite spiando la sequenza delle pagine web scorse dall’ignaro utente.

Un bonifico è un fatto razionale, un post sui Social spesso è una reazione scomposta ma sono entrambi dati. Un bonifico è un fatto che ha un contesto normato di business, la pubblicazione di una foto, di un commento è un fatto personale fuori dagli schemi normati di business. Sono le due facce della stessa moneta, una pubblica ed una privata.

Se chiedete ad un sociologo quale dato sia più interessante la risposta è nota e questo spiega i fiumi di parole dette e scritte sull’argomento. Se chiedete la stessa cosa ad una persona del marketing sarà man mano sbilanciato verso il secondo quanto più opererà nell’ambito Consumer. Le App sono gratuite proprio perché le abbiamo già pagate con la moneta più pregiata: noi. E quanto più ci sbilanciamo verso la Rete, tanto più i nostri dati, le nostre idee, emozioni ed intenzioni diventano dati che verranno venduti a qualcuno.

Lasciamo in Rete anche la dimensione geolocalizzata (dove siamoquando facciamo una certa cosa?) e l’hardware utilizzato (un super cellulare o uno economico? Un PC?).

La memoria storica di questi fiumi di dati non manca di certo per cui tecniche sopraffine di Intelligenza Artificiale scorrono questi dati per poter anticipare la nostra prossima mossa di consumatore, di cittadino, di elettore.

Un senso di soffocamento

Chi opera nel mercato Consumer (detto anche Mass Market), vuole creare l’illusione che una certa offerta sia esclusiva per te e per fare questo ha bisogno di sapere chi sei, sia per ciò che hai comprato in passato, sia per la vita che fai. Chiudere i consumatori in recinti (pardon, profili o segmenti) necessita di occasioni di raccolta dati sempre più intima, da qui l’entrare nella vita privata con nuovi strumenti tipo: assistenti per la domotica, TV sempre più intelligenti, orologi che misurano valori medici … e il dato sei tu 24×7.

La cosa più inquietante è, secondo me, l’invasione di questo spazio da parte dei movimenti politici e d’opinione poiché usano le stesse tecniche sia in positivo (la propaganda mirata) sia in negativo (la diffamazione mirata). Posso mandare al diavolo un’improvvida telefonata di un call center, ma ho meno difese ho nei confronti di un gruppo di ragazzotti al soldo di qualche movimento politico che è pronto a devastare la mia vita se dissento. Cose già viste in passato ed oggi amplificate su scala globale.

Catacombe virtuali?

Dato che oramai siamo in Rete, mi sembra difficile far finta di niente. Abbiamo bisogno di una nuova cultura della privacy ove ci siamo paletti veri fra il pubblico ed il privato e, naturalmente, una nuova consapevolezza di quale prezzo stiamo pagando per avere in cambio cosa.

Tim Cook (CEO di Apple) continua a rimarcare questi temi forse per smarcarsi da Mark Zuckenberg CEO di Facebook, il quale non ha passato un grande 2018 e il 2019 non sarà diverso, specie perché anno di elezioni politiche in tutto il mondo. La normativa europea GDPR è seguita da altre nazioni al mondo ma coglie la parte più visibile del problema, non affrontando il tema del mal utilizzo delle informazioni carpite.

Possiamo nasconderci in catacombe virtuali nell’attesa che passi questa buriana? Ripeto, possiamo dire di no ai Social, ma allora non dobbiamo neanche più fare transazioni on line e pagare con carta di credito, tanto per fare un esempio.

Second Life?

Un libro uscito da poco, “La vita segreta” di Andrew O’Hagan (Adelphi, € 22), narra tre storie di questa era digitale:

Julian Assange (Wikileaks), personaggio reale

Satoshi Nakamoto (Bitcoin), personaggio a metà strada fra il reale e la leggenda
Ronnie Pin (Dark Web), personaggio inventato

Le storie di queste tre persone esprimono altrettanti possibili vite che hanno senso solo in questa nostra era: il Robin Hood dei diritti digitali, un uomo tecnologico di business che ha paura di rivelarsi, un uomo che si costruisce per gioco una seconda vita parallela e poi la distrugge.

Soffermiamoci su quest’ultima, poiché è la più inquietante. L’autore del libro decide di costruirsi una seconda identità partendo da quella di un ragazzo deceduto. Ne studia la sua vita passata e lo fa rinascere virtualmente, ma con un’altra personalità.

Nasce così un nuovo individuo, con documenti (patente di guida inclusa) e titoli di studio comprati da vari siti compiacenti. Ha un profilo Facebook, è in contatto con altre persone. Ha un conto in banca (in bitcoin) e un falso indirizzo di casa. Nessuno gli chiede di incontrarlo fisicamente.

Spende i bitcoin sul Dark Web (la parte criminale del Web) per comprare droghe, armi, denaro falso e gioca d’azzardo. Ha una propria personalità riconosciuta dalla Rete. Un giorno il suo autore decide di cancellare la sua creatura, ma le sue tracce rimarranno nella Rete ancora per tanto tempo.

Il paradosso è che la Rete sa molto di chi esiste, ma anche tanto di chi non esiste. Per la Rete noi siamo un insieme di dati, un Avatar, un ologramma. Per la Rete pare che la First Life valga quanto la Second Life: per voi quale vale di più?

 

 

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