Home Imprese&Lavoro Come ridurre le diseguaglianze: The American Job

Come ridurre le diseguaglianze: The American Job

30
0
Tempo di lettura: quattro minuti. Test di leggibilità **.
Microsoft e Amazon, Seattle (USA)

Nelle pagine del New York Times troviamo un’interessante analisi. La riproponiamo con alcune considerazioni di politica industriale che riguardano il nostro Paese. La vicenda verte su come si creano le diseguaglianze sociali ed economiche e sui tentativi per ridurle. Il luogo è l’area di Seattle nel Nord Ovest degli USA al confine con il Canada. Lì hanno sede i due colossi dell’hig-tech Microsoft e Amazon. Il focus è la crisi dell’housing che ha fatto seguito alla crescita esponenziale del tech hub.

Il progetto targato Microsoft è davvero ambizioso. La società ritiene di avere una propria responsabilità sociale nel consentire ai residenti di trovare casa a prezzi accessibili. I destinatari sono non solo i lavoratori, ma anche coloro che vivono nell’area. D’altronde, negli ultimi 8 anni i prezzi delle case sono quasi raddoppiati. Un market failure che impatta direttamente sulla vita dei tanti ingegneri che vi lavorano e ovviamente di coloro che cercano lavoro e casa nella zona.

Molte famiglie pagano di affitto 1/3 del loro reddito disponibile. È una quota quasi insostenibile. Il paradosso è che in una regione tra le più sviluppate al mondo il costo della casa tenda a generare povertà. A mano a mano che gli affitti aumentano, i più svantaggiati sono espulsi dalle case in cui vivono e sono costretti a traslocare altrove.

In precedenza, Amazon aveva bloccato una legge che istituiva una tassa sul costo del lavoro diretta a finanziare residenze per persone svantaggiate. Il motivo addotto era che l’iniziativa avrebbe creato distorsioni nel mercato del lavoro.

Ora ha cambiato opinione. Anche altre importanti società sono orientate a intervenire con finanziamenti delle rispettive fondazioni per la politica dell’housing.

L’iniziativa di Microsoft è considerevole. Si tratta di 500 milioni di dollari in tre anni di prestiti a tassi di favore assistiti da benefici fiscali per i mutuatari. Questa mossa ha innescato un dibattito di più ampia portata che coinvolge l’intero settore dell’high-tech. Microsoft ha un valore di Borsa di oltre 800 miliardi di dollari con numeri esaltanti. 9 miliardi di utili nell’ultimo trimestre e ben 136 miliardi di liquidità.

Potremmo catalogare queste vicende nell’ambito dell’economia sostenibile e della responsabilità sociale dell’impresa.

E in Italia?

Tra fine dell’800 e i primi del ‘900 lo sviluppo industriale manifatturiero aveva realizzato modelli simili, quasi unici. Altri interventi si ebbero negli Anni Trenta e negli Anni Cinquanta e Sessanta. A guardarli a ritroso sembrano una vera e propria linea di politica industriale. Ricordare alcuni esempi di tale lungimirante approccio è utile. Potremmo difficilmente paragonarli al panorama industriale di oggi, affollato di partite IVA e di aspiranti al reddito di cittadinanza. Certo sono tempi diversi, ma se pensiamo alla storia raccontata dal New York Times di sicuro non sono modelli obsoleti. In questa sede, ne ricordiamo brevemente 3, attingendo ai siti web delle rispettive società. Esse sono: Marzotto, Solvay, Olivetti.

Marzotto, Valdagno  (Vicenza)

Con l’industria del tessile cresce il paese di Valdagno. Viene edificata la Città sociale da parte della famiglia Marzotto, dove una precisa organizzazione di assoluta avanguardia rispetto  ai tempi, forniva case agli operai, villini ai dirigenti e una serie di servizi per i lavoratori e le loro famiglie.

Il villaggio operaio, cresciuto ai piedi del vecchio paese di Valdagno, era dotato di asilo, scuole, ospedale, casa di riposo, panificio e fattoria modello. Per lo svago vi era il dopolavoro e il teatro, per i piccoli la colonia estiva sulle Dolomiti e a Jesolo, per gli adulti l’albergo sul monte Albieri. Anche a Manerbio nel bresciano fu realizzata la Città sociale (1939) e il dopolavoro con cinema e piscine, oltre che un asilo, un albergo, numerosi appartamenti, ville e un parco pubblico.

Solvay, Rosignano  (Livorno)

Il punto di svolta si ebbe all’inizio del ‘900 con l’apertura della linea ferroviaria Livorno-Cecina e l’accresciuto interesse per la tratta costiera di Castiglioncello. L’area fu oggetto delle attenzioni dell’industriale belga Ernest Solvay, che qui volle innalzare uno stabilimento per la fabbricazione della soda. I lavori iniziarono nel 1913.

L’acquisto dei terreni si svolse rapidamente e in breve, attorno alla fabbrica, sorse un nucleo urbano costituito da case per impiegati e operai dello stabilimento. Nel marzo del 1917 il Comune di Rosignano Marittimo deliberò di denominare il nuovo agglomerato Rosignano Solvay. La fabbrica e il villaggio furono ampliati nei decenni seguenti. Nel 1923 alcuni gruppi di case operaie furono costruite oltre la linea ferroviaria, verso la costa. Furono potenziati anche molti servizi.

La frenetica attività edilizia degli anni ‘40 conferì alla cittadina industriale l’immagine attuale: i viali, l’alberatura, i lotti squadrati, gli orti, l’architettura, le pinete, fanno parte di un disegno generale che caratterizza l’intero agglomerato urbano affermando il tipico “stile Solvay”.

Olivetti, Ivrea e Pozzuoli (Napoli)

La visione del ruolo dell’impresa e la sua poliedrica personalità portano Adriano Olivetti ad occuparsi in modo innovativo anche di problemi sociali, di urbanistica e di architettura industriale, di cultura e di editoria.

Fabbrica Olivetti a Pozzuoli

A Ivrea avvia la progettazione e costruzione di nuovi edifici industriali, uffici, case per dipendenti, mense, asili, dando origine ad un articolato sistema di servizi sociali.
Olivetti cerca e ottiene la collaborazione di giovani e brillanti architetti, urbanisti e sociologi. A loro chiede di garantire strutture architettoniche, organizzazione degli ambienti e del territorio capaci di far coesistere bellezza formale e funzionalità. Soprattutto auspica il miglioramento delle condizioni di lavoro nell’impresa e della qualità della vita fuori dall’impresa.

Per Olivetti “la fabbrica” non è solo un luogo di produzione, ma il motore principale dello sviluppo economico e sociale. Un motore che ha anche la responsabilità di mettere a disposizione della collettività e del suo territorio più lavoro, più prodotti, più servizi, più cultura.

All’urbanistica, che ha un ruolo importante nello sviluppo ordinato di un territorio, Olivetti dedica particolare attenzione. Nel 1936 avvia uno studio preparatorio per un piano regolatore della Val d’Aosta (in quegli anni Ivrea fa parte di quella provincia). Nel 1951 assume l’incarico di predisporre il piano regolatore della città di Ivrea.
Dopo aver aderito fin dal 1938 all’Istituto Nazionale di Urbanistica, nel 1950 ne diventa presidente. Nel 1949 fa rinascere, finanziandola personalmente, la rivista “Urbanistica”.  Si impegna anche in vari progetti per la riqualificazione e ricostruzione edilizia in diverse aree del Mezzogiorno, tra cui quelle di Pozzuoli e di Matera.

Nel Canavese, a metà degli anni ’50, fonda l’IRUR, Istituto per il Rinnovamento Urbano e Rurale. Lo scopo è promuovere e sostenere lo sviluppo equilibrato della comunità locale attraverso piccoli insediamenti produttivi e strutture sociali e culturali nelle vallate e nelle aree periferiche.

Conclusioni

Potremmo andare avanti mostrando altri esempi di villaggi per lavoratori, costruiti con questa visione. E non si trattò di casi confinati alla grande impresa. Anche medie aziende si dimostrarono sensibili a questa esigenza.

Era l’Italia di qualche generazione addietro. Si ispirava all’idea che la fabbrica dovesse essere radicata nel territorio e nella società che essa stessa contribuiva a plasmare. Oggi è tutt’altra storia. Non abbiamo più di queste iniziative, nonostante le avessimo pensate e realizzate tra i primi in Europa e forse nel mondo. Ideologicamente, furono anche bollate come forme di paternalismo, che contrastavano con la “purezza” della contrapposizione di classe.

Dal canto suo, il distretto industriale, configurazione produttiva sviluppatasi successivamente, non estese la capacità aggregativa tra imprese al soddisfacimento dei bisogni di coloro che vi lavoravano. Si limitò per lo più a sviluppare sinergie tecnologiche e commerciali.

Il declino dell’industria manifatturiera non consente di prevedere il ritorno a certi approcci.  Ci resta la storia nei ricordi di fotografie ingiallite.

Dobbiamo inventarci qualcosa di nuovo per rispondere alle nostre ben note difficoltà di rilancio e alla domanda di migliori condizioni di vita della nostra società del lavoro. Gli Americani viceversa vi si stanno orientando.

 

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here