giovedì, Luglio 18

Banche & santi

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Tempo di lettura: tre minuti. Test di leggibilità ***.
Omicidio all’italiana

Nel 2017 è uscito nelle sale cinematografiche un surreale giallo di Marcello Macchia con Maccio Capatonda, Sabrina Ferilli e altri bravi attori. E’ intitolato Omicidio all’italiana. È una storia di anticonformismo e cinismo molto italica e molto irriverente. Spesso ai protagonisti andava male qualcosa ovvero si inceppava qualche situazione. E senza perdere la pazienza si rivolgevano al loro santo protettore, San Ceppato che cercava di dare loro una mano. Al limite del demenziale!

L’eco di queste situazioni ci viene in mente a proposito dei tentativi di rianimare le due banche in serie difficoltà in avvio del nuovo anno: Carige e Popolare di Bari.

Sono in condizioni di criticità in termini di redditività, rischi, resilienza patrimoniale e altro ancora. La novità però è un’altra e riguarda la governance.

In entrambe mostra volti affini. Il primo riguarda la rotazione vorticosa degli uomini bandiera: gli amministratori delegati.

I nuovi che arrivano sono sempre dell’entourage bancario, opportunamente riciclati nella salvifica parte del santo.

Abbiamo già visto un carosello simile in banche poi fallite. Amministratori e direttori generali già usciti per i negativi risultati conseguiti rientrare di nuovo. Prima della chiusura definitiva si susseguono in molti al capezzale della banca in giravolte frenetiche. Due, tre si danno il cambio in due, tre anni. E poi si parla tanto del valore della stabilità del management per dare credibilità ai piani industriali che tutti si affannano a stilare! Non sembrano provvidi ricambi.

Siccome sono tenuti all’impossibile cioè al miracolo, non hanno alla fine responsabilità. Se non ci riescono, non sarà mai colpa loro. Loro vi avranno messo il meglio di loro stessi.

Il secondo volto della nuova governance riguarda l’improvviso ingresso nei consigli di amministrazione e l’altrettanto rapida uscita di personalità di rilievo: economisti di fama, noti professori universitari, editorialisti ben conosciuti in Italia e all’estero. Diventano Consiglieri indipendenti e anche Vice Presidenti.

Tutt’a un tratto, senza preavviso, in silenzio, si dimettono dopo aver accettato poco prima di metterci la faccia. Entrati anche loro con il lodevole intento di sacrificarsi per disincagliare la situazione, l’hanno subito trovata maledettamente inceppata.

Meglio andarsene prima di rimetterci la faccia e magari beccarsi qualche disonorevole sanzione.

Gli è che non danno mai spiegazioni pubbliche del loro comportamento. Del perché abbiano accettato prima di essere cooptati e del perché abbiano poi deciso di andarsene, chiarendo da quali magagne abbiano inteso al più presto dissociarsi.

Il parco buoi, cioè le decine di migliaia di soci e clienti, osserva incredulo, senza ricevere soddisfazione. Quali “orrori bancari” avranno visto gli esperti? Si chiedono. Che debbo fare davanti a questi segnali?

Non è un grande esempio di responsabilità, nemmeno questo. E’ uno spettacolo che non fa bene alla fiducia.

La governance, stabile per anni, balla prima della fine

Ora sia subito chiaro. Osservando questi balletti non è che siamo a favore della inamovibilità dalle cariche. Questa è soltanto l’altra faccia della medaglia dei nostri deficit di governance.

Sul versante assistiamo infatti a Presidenti che sfidano l’eternità. Anche loro se si vuole santi in terra. E non santi dell’ultima ora come quelli di cui sopra. Riconosciuti, riconfermati plebiscitariamente, più volte, dalla democrazia assembleare, puro spirito presidenziale.

Si vedono anche Direttori generali che raggiunti i settanta/settantacinque anni di duro lavoro si fanno eleggere alla carica di Presidente, per dare ancora sacrosanti contributi. Potremmo andare avanti con altre torsioni e giravolte negli organi sociali. Per loro quota cento è una bazzecola. Loro sono per la metafisica, tout court.

Alcuni si preoccupano finanche della progenie e regnano, padre e figli, sullo stesso trono. In accordo perfetto, senza dilaniarsi in qualche contrasto generazionale. Nemmeno Shakespeare o Pirandello troverebbero ispirazione per sanguinari parricidi o subdoli tarli del potere. Verrà il turno di ciascuno. Chapeau!

Evitando altre metafore, questo è il problema. Si trovano casi delle specie sopra elencate in ogni tipologia di banca: dalle public company, alle popolari, alle cooperative di credito.

Come abbiamo visto, si oscilla tra due estremi entrambi forieri di sventure. Da un lato, vertici inamovibili per lustri che generano conflitti di interessi, prestiti agli amici, altri trattamenti preferenziali. Dall’altro, si intravedono le sliding door degli ultimi momenti di vita della banca. Tutti capiscono che sta per iniziare  il valzer dei santi cavalieri, con buone regole d’ingaggio. Vale a dire che le difficoltà sono di ordine strutturale e quindi praticamente irreversibili.

San Ceppato pensaci tu

Lasciando perdere la montagna di crediti deteriorati, quasi tutte le banche in difficoltà denunciano, da anni, perdite di bilancio e rapporti cost/income prossimi al 100%, anche se mantengono requisiti patrimoniali sempre rispettosi dei limiti. Cioè fanno poco o nulla in termini di nuovi rischi bancari. In breve gestiscono le gravi ferite del passato.

E’ un’impresa disperata riportarle in vita e infatti nessuna, salvo errori od omissioni, lo è mai stata. Sono finite nella pancia di qualcun’altra. A volte il boccone è indigesto, secondo la regola aurea che la somma di due debolezze non fa una forza. Intanto però si è comprato un po’ di tempo.  Il modello del salvataggio in articulo mortis, cioè quando la rianimazione non è riuscita, è il solito decreto nel quale lo Stato si accolla perdite.

Sarebbe il momento di parlare dei comportamenti dei risparmiatori, ma non vorremmo procurare allarmi, invitandoli a correre in tempo ai ripari. Vi sono pochi consigli da dare, i soliti: niente azioni bancarie, niente obbligazioni subordinate, depositi in conto fino a 100.000 euro.

Alla fine quella del fai da te è l’unica pragmatica soluzione. Non è per il risparmiatore inseguire i percorsi delle ristrutturazioni, degli aumenti di capitale a ripetizione, di vecchi e nuovi deus ex machina, di lentissimi progetti di riforma o di avveniristiche proposizioni, come quella degli ultimi giorni di un’unica banca del Sud.

Lasciamole queste cose ai manager, ai presidenti, alle autorità di controllo e alla politica.

A chi non ci riesce non rimane, come nel film, che pregare San Ceppato. Visto anche che gli altri santi protettori di banchieri e bancari, inseriti negli almanacchi, sembrano fare ormai orecchi da mercante. In molti scopriranno amaramente che San Ceppato e’ il patrono delle stampanti che si inceppano, non certo del risparmio.

 

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