Asimmetrie quotidiane e potere finanziario
Proprio di fronte alla facciata austera di un grande palazzo istituzionale nel cuore della Capitale, all’ingresso di un noto teatro dai gloriosi trascorsi e ormai chiuso da tempo, alcuni senzatetto dormono sotto povere coperte.
A pochi metri di distanza, invece, arrivano auto blu che accompagnano nel cortile del Palazzo le sagome auguste e indifferenti degli alti funzionari, quasi una coreografia, retaggio di abitudini che stentano a scomparire anche nell’era digitale.
Una scena urbana, quotidiana. Ma soprattutto, una rappresentazione perfetta.
Da una parte chi resta esposto: al freddo, alla strada, alle intemperie, all’imprevisto.
Dall’altra chi può muoversi protetto, schermato dal traffico, dai mezzi pubblici strapieni, dal contatto con quella massa indistinta di persone normali che ogni giorno deve sobbarcarsi spostamenti complicati per andare a lavorare. Al riparo delle auto blu, certi disagi semplicemente non entrano nel campo visivo.
È la stessa logica che ritroviamo, se vogliamo, aprendo un giornale economico.
Mentre osserviamo quella scena, leggiamo l’ennesimo annuncio trionfante: anche quest’anno, per una delle principali banche italiane, si registrano utili record, oltre 10 miliardi di euro. Naturalmente non è l’unica banca che festeggia. È in numerosa compagnia. Un successo raccontato come la naturale conferma di un sistema che funziona.
E, in effetti, funziona. Esattamente come quella scena davanti al teatro.
Funziona perché distribuisce protezione ed esposizione in modo asimmetrico.
Perché rende invisibile ciò che resta fuori dal perimetro protetto.
Perché scelte precise — su tariffe e commissioni — finiscono per apparire normali, quasi inevitabili.
Ogni anno, ormai da qualche tempo, ci ritroviamo così a commentare — con una certa malcelata indignazione — l’ennesima annata di utili record delle banche.
Una quota rilevante di quei risultati proviene dalle tariffe sul risparmio gestito e sui servizi: commissioni spesso elevate, soprattutto quando il costo non è immediatamente percepibile. È lo stesso meccanismo visto fuori da quel teatro: chi è esposto sopporta, chi è protetto non protesta.
Il tutto sotto lo sguardo dei clienti — spesso rassegnati e poco propensi a cambiare — e delle autorità di vigilanza che leggono quei risultati come un segnale di solidità del sistema bancario.
Naturalmente non si tratta di demonizzare la redditività: un sistema bancario fragile sarebbe un problema per tutti.
Ma interrogarsi in modo più critico su come quella redditività viene costruita — e su chi ne sostiene i costi — può essere utile.
Gli inviti, ormai rituali, al rispetto dei principi di correttezza verso la clientela sono necessari. Le regole sulla trasparenza esistono e sono migliorate nel tempo. Ma non basta.
Si informa di più, ma non si pagherà di meno finché gli incentivi continuano a premiare l’aumento dei carichi commissionali.
Il punto è creare condizioni in cui costi e valore siano realmente comparabili e la concorrenza possa operare senza frizioni.
A completare il quadro c’è un altro elemento, meno visibile ma non meno rilevante. Mentre gli utili crescono, il credito perde progressivamente centralità. Anche le garanzie statali introdotte durante la pandemia hanno avuto un ruolo. La situazione sembra quasi paradossale: gli impieghi ristagnano, il rischio tende a diventare collettivo e gli utili restano privati.
Il potere delle banche non è scomparso: ha cambiato forma. La tecnologia ha ridotto le barriere fisiche, ma non quelle cognitive. Il digitale, spesso, è solo la nuova scenografia di una relazione che resta asimmetrica.
Forse l’intelligenza artificiale potrà incidere più profondamente sui modelli di business del settore bancario e finanziario. Ma oggi il vero collo di bottiglia non è tecnologico: è culturale.
Ed è qui che si intravede una possibile crepa nel potere di mercato delle istituzioni creditizie.
Arriverà quando una competenza finanziaria minima diffusa diventerà la norma. Non per trasformare tutti in esperti, ma per permettere a chiunque di capire quanto costa delegare, riconoscere alternative ragionevoli e sapere che scegliere — o non scegliere — ha comunque un prezzo.
Dovrebbe far riflettere, ad esempio, che molti fondi comuni collocati in banca applicano commissioni annue nell’ordine dell’1,5%—2,5%, mentre strumenti come gli ETF spesso costano dieci volte meno. Oppure che un conto corrente tradizionale può costare mediamente oltre tre volte un conto online, a parità di operatività di base.
In un noto spot pubblicitario ci sono consulenti finanziari che, abbandonati, piangono. Si ipotizza che il cliente abbia (finalmente?) cambiato banca. Ma il costo non è dato saperlo. Comunque, potremmo dire che anche i “banchieri” piangono. Ma solo negli spot.
Fuori, davanti a quel teatro chiuso, e ogni mattina sui treni affollati, c’è chi non piange affatto. Non perché vada tutto bene, ma perché è troppo impegnato a resistere. Come i pendolari stipati nei mezzi pubblici, anche molti clienti sopportano in silenzio costi, commissioni, decisioni prese altrove, con la stessa rassegnazione con cui si accetta un viaggio scomodo.
Nel frattempo, il sipario si apre ogni anno sugli utili record.
Ma fuori dal teatro, la platea è un’altra. E non sempre conosce il prezzo dello spettacolo.




Un commento a caso dell’AI:
“Per contenere l’impatto ambientale degli spostamenti di servizio sono in esecuzione contratti di noleggio a lungo termine per 15 auto elettriche, nonché di noleggio con conducente, effettuato con 17 auto ibride o elettriche.”
E purtroppo e’ tutto vero le 32 auto blu e verdi che scorazzano per il congestionato centro di Roma, risultando cosi dalla Dichiarazione di sostenibilità 2024 della Banca d’Italia, ormai magister magistorum di trasparenza, sostenibilità’ ed educazione finanziaria.