Negli ultimi decenni, la geopolitica ha visto intensificarsi le azioni per riappropriarsi del Pianeta attraverso mezzi diversi dalla occupazione militare.
Volendo trovare la sintesi di questo processo, è il prevalere di logiche di rete che balza in evidenza. E’ logica di rete quella che presiede alle comunicazioni del web e satellitari, sono configurazioni di rete l’intrecciarsi sempre più fitto dei cavi sottomarini che stabiliscono i collegamenti tra continenti più delle rotte aere e navali, sono rete gli oleodotti e i gasdotti attivati in funzione di rischi geopolitici secondo una trama sempre più convulsa, sono rete i sistemi che si moltiplicano per assicurare gli scambi finanziari, offrendo alternative ai monopoli che hanno prevalso finora.
La logica di rete comporta di governare accessi e divieti, aprire e chiudere nodi e passaggi. Le reti escludono e includono, allo stesso tempo. L’esercizio del potere sulle reti è la parte più efficace del potere degli Stati moderni. Molto più della guerra aperta.
Anche il libro di Elena Tempestini Le isole decidono il mondo, sottotitolo Geopolitica delle isole e del potere globale (Edizioni Salvemini) descrive un pianeta avvolto in una rete, i cui nodi sono entità naturali, disseminate tra tutti i continenti.
Sono le decine e decine di isole che assumono valenza strategica. Da quelle più conosciute, a quelle ignote ai più, da quelle più estese a quelle minime, da quelle naturali a quelle artificiali costruite sul mare e anche sotto il mare.
L’argomento centrale — le isole come dispositivi sistemici di potere, non come eccezioni geografiche — è sviluppato con coerenza dall’apertura alla conclusione del libro, senza mai perdere il filo.
La tesi è enunciata chiaramente fin dal primo capitolo e quindi dimostrata, pezzo per pezzo, attraverso una rotta immaginaria, ma reale, che dal Mediterraneo raggiunge l’Artico passando per l’Oceano Indiano e il Pacifico, per poi tornare in Europa attraverso l’Oceano Atlantico. Un giro del mondo fatto compiere al lettore tramite una struttura narrativa non enciclopedica, ma argomentativa: ogni isola viene portata alla attenzione per aggiungere un elemento alla dimostrazione, non per elencare storie.
La prospettiva sistemica è convincente. L’autrice evita la trappola della monografia regionale: ogni capitolo non chiude un caso, ma apre una connessione. Malta rimanda a Cipro, Cipro a Diego Garcia, Diego Garcia alle isole dell’indo-pacifico, l’indo-pacifico alle nuove rotte del Polo Nord. Il lettore percepisce un’architettura, non una lista.
Tempestini scrive con ritmo, usando periodi brevi alternati a costruzioni più ampie, e mantiene un registro al tempo stesso rigoroso e accessibile. Frasi come “Le isole non separano: connettono e filtrano” o “il potere non domina il mare, lo organizza” funzionano sia come punto di caduta dell’analisi che come formule concettuali che restano nella memoria. Nel panorama editoriale, il libro si colloca in un filone che da noi è poco affollato, rispetto alla tradizione anglosassone (Kaplan, Hayton, Holmes). Ragione per la quale il lavoro va precipuamente apprezzato.
La categoria del tempo è la più originale. Tempestini sostiene che le isole non servono tanto a controllare lo spazio quanto a governare il ritmo della storia: rallentare le crisi, guadagnare margini decisionali, evitare che gli eventi precipitino troppo velocemente. Questa lettura — le isole come dispositivi di stabilizzazione temporale — è intellettualmente solida e relativamente poco esplorata nella letteratura geopolitica mainstream. E’ come se il pianeta respirasse più lentamente, proprio per il tramite della sua rete di isole.
Il testo integra sviluppi recenti — le tensioni nel Mar Cinese Meridionale, la questione groenlandese, l’Artico post-allargamento NATO, Hainan come santuario sottomarino — senza sacrificare la prospettiva storica di più lunga portata. Il materiale è vasto, per cui anche alcune disomogeneità (in alcuni casi il livello descrittivo è più profondo, in altri più epidermico), si fanno perdonare, come pure il rischio che l’uso sistematico di citazioni possa essere percepito come meccanico. Noi le abbiamo trovate tutte pertinenti ed evocative, come solida ci è apparsa la bibliografia finale.
Una qualche ripetitività contraddistingue il capitolo conclusivo, con alcuni concetti già espressi, talvolta anche con maggiore efficacia, nei capitoli precedenti. Ma le conclusioni sono comunque una sintesi incisiva e in definitiva rafforzano l’originalità dell’approccio.
In conclusione, Le isole decidono il mondo non è un manuale, né vuole esserlo. È un saggio interpretativo che invita a guardare la mappa del pianeta non come superficie di terre e confini, ma come sistema di mari con isole che ne regolano il ritmo, facendone una lettura di interesse per chi si occupa di geopolitica, relazioni internazionali, storia marittima e — più in generale — per chiunque voglia capire perché le grandi potenze continuino a investire risorse enormi in frammenti di terra apparentemente insignificanti.



