martedì, Aprile 23

Il Dataismo e il futuro della specie

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Tempo di lettura: nove minuti. Test di leggibilità: ***.

I Big Data e la fine del libero arbitrio

La teoria di Marx nella sua essenza è: chi possiede i mezzi di produzione, comanda. Questo è il capitalismo o la sua nemesi, cioè il socialismo.

Oggi andrebbe emendata nel seguente modo: chi possiede i dati, comanda. Questo è il dataismo. Ad esporre questa teoria è il giovane e volitivo storico israeliano Yuval Noah Harari che individua nella raccolta, nel possesso, nell’analisi e nell’utilizzo dei dati l’equivalente della proprietà dei mezzi di produzione. Sono da leggere i suoi “Homo sapiens”, “Homo deus” e “21 consigli per il XXI^ secolo” (Bompiani).

I big data saranno il capitale degli anni a venire. Per questo Harari parla di Dataismo. Sarà migliore o peggiore del capitalismo? La vita delle persone sarà più simile a quella della Londra descritta nei romanzi di Dickens che mostra il volto brutale del capitalismo o alla “comunità ideale” affrescata da Aldous Huxley in The Brave New World che mostra il volto falsamente felice della società della conoscenza?

I paragrafi che seguono sono una breve esposizione del pensiero di Harari sul dataismo e sulle sue conseguenze.

Da Dio, all’uomo, all’algoritmo

La nuova divinità del cyberspazio è l’algoritmo che soppianterà le società nate sul concetto di teocrazia e di umanesimo.

Per migliaia di anni l’umanità ha creduto che l’autorità venisse dagli dei, poi, durante l’età moderna, l’ha gradualmente spostata alle persone.

Jaean-Jacques Rousseau ha riassunto questa rivoluzione nell’Emilio (1762), il suo famoso trattato sull’educazione, in cui spiega di aver trovato le regole di comportamento da adottare nella vita.

Esse si trovano “in fondo al mio cuore, scritte dalla natura a caratteri indelebili. Dobbiamo solo consultare noi stessi su quel che vogliamo fare: tutto ciò che sentiamo essere bene, è bene, tutto ciò che sentiamo essere male, è male”.

Prima gli uomini del Rinascimento poi gli illuministi ci hanno convinto che i nostri sentimenti e i nostri desideri fossero una fonte suprema di significato e che il nostro libero arbitrio fosse la più alta autorità morale del genere umano. La legge morale dentro di me, proclama Kant.

Tutto il pensiero che si è sviluppato da quel momento in poi ha raramente messo in discussione il principio della capacità delle persone di impostare la propria vita secondo i propri scopi, concentrandosi sulle cause che ne impediscono il raggiungimento. Siano esse d’ordine sociale ovvero individuale.

Ora si sta verificando un nuovo cambiamento. Così come l’autorità divina era stata giustificata dalle religioni e l’autorità umana era stata legittimata da ideologie razionaliste, allo stesso modo i guru dell’high-tech e i profeti della Silicon Valley stanno dando vita a una nuova narrativa universale che legittima d’autorità degli algoritmi e dei Big Data.

I sostenitori più estremisti del dataismo percepiscono l’intero universo come flusso di dati. Vedono gli organismi viventi come algoritmi biochimici e sono convinti che la vocazione cosmica dell’umanità sia di creare un sistema onnicomprensivo di elaborazione di tali dati per poi fondersi con esso.

I dati: la nuova mano invisibile

Lo studioso tedesco Alexander Pschera si è occupato degli aspetti etici del dataismo in un libro tradotto anche in italiano da goWare.

Stiamo già diventando piccoli componenti di un sistema immenso che nessuno capisce realmente. Ogni persona riceve ogni giorno innumerevoli frammenti di dati, fra email, telefonate e post. Li elabora e in seguito li ritrasmette con altre email, telefonate e post.

Senza però essere realmente consapevole di quale sia il proprio posto all’interno del grande schema delle cose, né di come i propri dati si relazionino con quelli prodotti da milioni di altri esseri umani e computer.

Non c’è neppure il tempo di scoprirlo, perché si è troppo impegnati a ricevere e creare dati. Sta di fatto che questo flusso incessante dà luogo a invenzioni e punti di rottura che nessuno riesce a pianificare, controllare o comprendere. Ogni cosa è fuori controllo.

In realtà, nessuno è tenuto a capire. L’unica cosa che bisogna fare è rispondere più velocemente possibile alle sollecitazioni. Così come i capitalisti liberisti credono nella mano invisibile del mercato, i dataisti credono nella mano invisibile del flusso di dati.

Via via che il sistema globale di elaborazione diventa sempre più onnisciente e onnipotente, il collegamento con esso diventa l’origine di ogni significato. Il nuovo motto è: “Se fai qualcosa, registralo. Se registri qualcosa, caricalo. Se carichi qualcosa, condividilo”.

I dataisti credono inoltre che sulla base dei dati biometrici e del potere di calcolo tale sistema onnicomprensivo possa farci capire noi stessi molto meglio di quanto siamo riusciti a fare finora. Quando questo succederà, gli esseri umani perderanno la loro autorità e pratiche umaniste come le elezioni democratiche diventeranno obsolete quanto la danza della pioggia e i coltelli di selce delle nostre origini.

Vai dove ti porta il cuore

Il politico inglese Michael Gove ha dichiarato di aver seguito il suo cuore nel battersi per l’uscita del Regno Unito dall’Europa.

 Essa è costata il posto di lavoro al suo migliore amico e mentore David Cameron. Successivamente, sempre in nome del cuore, ha sgambettato il suo accolita Boris Johnson.

Quando Michael Gove ha annunciato la sua breve candidatura alla carica di Primo Ministro britannico, subito dopo il referendum per la Brexit, ha spiegato: “In ogni fase della mia carriera politica mi sono posto una domanda, ‘Qual è la cosa giusta da fare? È ciò che ti dice il tuo cuore?’”.

Si è dunque battuto strenuamente affinché la Gran Bretagna uscisse dall’Unione Europea. Si è sentito in dovere di pugnalare alle spalle il suo ex alleato Boris Johnson e di competere in prima persona per il ruolo di leader, perché il suo cuore gli diceva di farlo. Questa è il suo manifesto etico.

Gove non è certo il solo ad ascoltare il cuore nei momenti topici. Negli ultimi secoli l’umanesimo ha considerato il cuore umano come la fonte suprema dell’autorità non solo in politica, ma in qualsiasi campo d’azione. Fin dall’infanzia siamo bombardati da slogan che ci danno consigli del tipo: “Ascolta te stesso. Sii sincero con te stesso. Fidati di te stesso. Segui il tuo cuore. Fa ciò che ti fa stare bene”.

In politica si crede che l’autorità dipenda dalla libera scelta degli elettori. L’economia di mercato parte dal presupposto che il cliente ha sempre ragione. Nell’arte la bellezza sta negli occhi di chi guarda. L’educazione umanista ci insegna a pensare a noi stessi e l’etica umanista ci insegna che se una cosa ci fa stare bene dobbiamo andare avanti e farla.

Emozione: un algoritmo biologico

L’opposizione al Gay Pride di Gerusalemme è l’unica cosa che nella città santa ha finora unito ebrei, musulmani e cristiani, ogni anno da dieci anni.Ma nell’opporsi al Gay Pride c’è un argomento che non è per niente banale.

Certo, l’etica umanista si trova spesso in difficoltà nelle situazioni in cui ciò che fa bene a me fa male a te.  Il gay pride l’unico giorno di armonia per una città spaccata da un perenne conflitto.

La cosa più interessante, però, è l’argomentazione dei fanatici religiosi. Essi non dicono “Non dovreste fare il Gay Pride perché Dio proibisce l’omosessualità”, ma dichiarano davanti a microfoni e telecamere “Veder passare un Gay Pride per le strade della città santa di Gerusalemme ferisce i nostri sentimenti. Così come gli omosessuali ci chiedono rispetto, noi lo chiediamo a loro”.

Non importa come la pensiate su queste affermazioni paradossali. È molto più importante capire che in una società umanista i dibattiti etici e politici sono condotti in nome di sentimenti umani contrastanti, non in nome dei comandamenti divini.

Eppure oggi l’umanesimo sta affrontando una sfida esistenziale e il concetto di “libero arbitrio” è messo a repentaglio. Ricerche scientifiche sul funzionamento del cervello e del corpo suggeriscono che i sentimenti non siano qualità spirituali prettamente umane, bensì meccanismi biochimici utilizzati da tutti i mammiferi e dagli uccelli per prendere decisioni calcolando velocemente le probabilità di sopravvivenza e di riproduzione.

Contrariamente all’opinione popolare, le emozioni non sono il contrario della ragione, anzi, sono la manifestazione di una razionalità evoluzionistica. Quando un babbuino, una giraffa o un essere umano vedono un leone hanno paura perché un algoritmo biochimico calcola i dati attinenti, concludendo che la probabilità di morte è alta.

Allo stesso modo, l’attrazione sessuale si manifesta quando altri algoritmi biochimici calcolano che un individuo vicino a noi offra un’alta probabilità di accoppiamento fecondo. Questi algoritmi si sono sviluppati in milioni di anni di evoluzione. Se le emozioni di qualche vecchio antenato si sbagliavano i geni che la determinavano non passavano alla generazione successiva.

La convergenza tra biotecnologie e software

Sebbene gli umanisti sbagliassero a pensare che i sentimenti riflettono un misterioso “libero arbitrio”, il loro senso pratico ci è tornato molto utile. Infatti anche se le nostre emozioni non avevano niente di magico, erano comunque il miglior metodo per prendere decisioni. Nessun sistema esterno poteva sperare di capirle meglio di noi.

Anche se la Chiesa Cattolica o il KGB avessero spiato ogni minuto della giornata non avrebbero avuto le conoscenze biologiche e il potere di calcolo necessari per calcolare i processi biochimici che determinano le scelte e i desideri di una persona.

Quindi gli umanisti facevano bene a dire alla gente di seguire il cuore. Dovendo scegliere fra ascoltare la Bibbia e i propri sentimenti, era molto meglio la seconda opzione. In fondo la Bibbia rappresentava le opinioni e gli interessi di pochi sacerdoti dell’antica Gerusalemme, mentre le emozioni nascono da una saggezza frutto di milioni di anni di evoluzione, sottoposta ai rigidi test qualitativi della selezione naturale.

Ciò nonostante, dato che Google e Facebook hanno preso il posto della Chiesa e del KGB, l’umanesimo ha perso i suoi vantaggi pratici, perché adesso ci troviamo a un punto di confluenza di due tsunami scientifici.

Da una parte i biologi stanno decifrando i misteri del corpo umano, in particolare del cervello e delle emozioni. Nello stesso tempo, i tecnologi hanno acquisito un potere senza precedenti nella elaborazione dei dati.

Mettendo insieme le due cose si ottengono sistemi esterni in grado di monitorare e comprendere i nostri sentimenti meglio di noi. A questo punto l’autorità passerebbe dagli umani agli algoritmi e i Big Data potrebbero gettare la basi per il Big Brother.

È già successo in campo medico, un settore in cui le decisioni più importanti sono basate sempre meno sul senso di benessere o malessere o sul parere di un dottore e molto di più sui calcoli di computer che ci conoscono meglio di noi stessi. Un esempio recente è quello di Angelina Jolie, che nel 2013 si è sottoposta a un test genetico da cui è risultata essere portatrice di una pericolosa mutazione del gene BRCA1.

Secondo i database statistici, le donne che presentano tale mutazione hanno una probabilità dell’87% di sviluppare un tumore al seno. Pur non essendo malata, la Jolie ha deciso di prevenire il cancro con una doppia mastectomia. Non si è ammalata, ma ha dato ascolto ad algoritmi software che dicevano “Forse ti sembra di stare bene, ma il tuo DNA nasconde una bomba a orologeria. Fa’ qualcosa, subito!”.

L’algoritmo A9 di Amazon

L’algoritomo A9 di Amazon è alla base di tutto il suo sistema di relazione con il cliente.

Si comincia con le cose più semplici, come i libri da comprare o da leggere. Come fanno gli umanisti a scegliere un libro? Vanno in libreria, cominciano a curiosare in giro, sfogliano qua e là, leggono le prime righe, finché l’istinto non li connette a un libro in particolare.

I dataisti, invece, si affidano ad Amazon. Appena entrano nel negozio virtuale compare un messaggio che dice: “So quali libri ti sono piaciuti. Le persone con gusti simili ai tuoi tendono ad apprezzare questo o quel nuovo libro”.

Questo è solo l’inizio. Dispositivi come Kindle sono in grado di raccogliere costantemente dati sugli utenti nel momento stesso in cui stanno leggendo. Possono monitorare quali parti sono lette più velocemente e quali più lentamente. Su quali frasi ci si sofferma. Qual’è l’ultima frase che è stata letta prima di abbandonare il libro.

Se Kindle dovesse essere aggiornato con software per il riconoscimento facciale e con sensori biometrici saprebbe come ogni frase influenza il battito cardiaco e la pressione sanguigna del lettore. Saprebbe cosa ci fa ridere, cosa ci rende tristi o ci fa arrabbiare.

Presto i libri leggeranno voi, mentre li state leggendo. Anche se voi potete dimenticare velocemente ciò che avete letto, state certi che i computer non lo faranno. Tutti questi dati avrebbero lo scopo di permettere ad Amazon di selezionare i vostri libri con precisione sconcertante, oltre che di sapere esattamente chi siete e come far leva sulle vostre emozioni.

Se Google ci conosce meglio di noi

Saltando a conclusioni logiche, le persone potrebbero affidare agli algoritmi le decisioni più importanti della loro vita, ad esempio con chi sposarsi.

Nell’Europa fino a pochi secoli fa erano i preti e i genitori a deciderlo. Tutti ricordano la Monaca di Monza. Nelle società umaniste si ascoltano i sentimenti. Da cui il proliferare del romanzo rosa, ancora dominante. Nella società dataista chiederò a Google di scegliere al posto mio:

”Senti, Google”, gli dirò, “John e Paul mi stanno corteggiando. Mi piacciono tutti e due, ma in modo diverso e non riesco proprio a decidermi. Considerato tutto quello che sai, cosa mi consigli?”

E lui risponderà “Beh, ti conosco da quando sei nata. Ho letto tutte le tue email, ho registrato tutte le tue telefonate e conosco i tuoi film preferiti, il tuo DNA e l’intera storia biometrica del tuo cuore. Ho i dati esatti di ogni tuo appuntamento e posso mostrarti i grafici del tuo battito cardiaco, che ho tracciato secondo per secondo, la tua pressione e i livelli di zucchero nel sangue a ogni incontro con John e con Paul e, come è naturale che sia, li conosco entrambi come conosco te.

Basandomi su tutte queste informazioni, sui miei superbi algoritmi e su decenni di statistiche su milioni di relazioni, ti consiglio di andare con John, con l’87% di probabilità che tu sia più soddisfatta con lui nel lungo termine. In effetti ti conosco così bene da sapere che questa risposta non ti piace. Paul è molto più attraente e visto che tu dai molto peso all’aspetto esteriore desideravi segretamente che ti dicessi ‘Paul’. L’apparenza è importante, certo, ma non quanto credi.

I tuoi algoritmi biochimici, che si sono sviluppati decine di migliaia di anni fa nella savana africana, attribuiscono alla bellezza un peso del 35% nella classificazione dei potenziali accoppiamenti, mentre i miei, che sono basati sugli studi e sulle statistiche più recenti, dicono che l’impatto dell’aspetto fisico sul successo a lungo termine delle relazioni amorose è del 14%. Quindi, anche tenendo conto della bellezza di Paul, continuo a dirti che staresti meglio con John.”

 

Google non sarà perfetto. Non bisognerà nemmeno correggerlo in continuazione. Sarà solo mediamente più bravo di me. Il che non è difficile, dato che molte persone non conoscono bene se stesse e la maggior parte commette gravi errori nelle scelte più importanti.

La prospettiva dataista e il suo rimedio

La prospettiva dataista piace molto ai politici, agli imprenditori e ai consumatori perché offre tecnologie rivoluzionarie, oltre che poteri nuovi e immensi. Dopotutto, pur temendo di compromettere privacy e libertà di scelta, al momento di optare fra riservatezza e accesso a una sanità superiore, la maggior parte dei consumatori metterebbe al primo posto la salute.

Per gli accademici e gli intellettuali, invece, il dataismo rappresenta la promessa di un Santo Graal scientifico che ci è sfuggito per secoli: una singola teoria che unificherebbe tutte le discipline, dalla musicologia, all’economia, alla biologia.

Secondo il dataismo, la Quinta Sinfonia di Beethoven, una bolla finanziaria e il virus dell’influenza non sono altro che tre flussi di dati che possono essere analizzati attraverso gli stessi concetti e strumenti. L’idea è estremamente allettante, in quanto offre alla scienza un linguaggio comune, erige ponti sulle fratture accademiche ed esporta facilmente la ricerca al di là dei confini di settore.

Di certo, come i precedenti dogmi onnicomprensivi, anche il dataismo potrebbe basarsi su un fraintendimento della vita, in particolare non risolve il “problema della coscienza”. Al momento siamo molto lontani dalla possibilità di spiegare la coscienza in termini di elaborazione dei dati. Per quale motivo miliardi di neuroni si scambiano messaggi dando origine a sentimenti soggettivi di amore, paura o rabbia? Non ne abbiamo la più pallida idea.

In ogni caso, il dataismo conquisterebbe il mondo anche se si sbagliasse. Molte ideologie hanno ottenuto consenso e potere pur presentando incongruenze concrete. Se ce l’hanno fatta il Cristianesimo e il comunismo, perché non dovrebbe farcela il dataismo? Le sue prospettive sono particolarmente buone, perché attualmente si sta diffondendo in diversi ambiti scientifici e un paradigma unificato potrebbe facilmente diventare un dogma inattaccabile.

Se tutto questo non vi piace e volete rimanere fuori dalla portata degli algoritmi, forse c’è solo un consiglio da dare. È un po’ datato, ma può funzionare. Conosci te stesso. Dopotutto è un dato di fatto. Finché vi conoscerete meglio di quanto non vi possano conoscere gli algoritmi, le vostre scelte saranno ancora superiori alle loro e continuerete ad avere una certa autorità.

Ma se gli algoritmi sembrano sul punto di prendere il sopravvento, il motivo principale è che molti esseri umani non si conoscono affatto.

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