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La città, le infrastrutture verdi e le malattie del progresso

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Urbanismo verde.

Qualche anno fa Edward Glaeser economista urbano presso la Harvard University, pubblicò il libro “Il trionfo della città: come la nostra più grande invenzione ci rende più ricchi e più felici”(Bompiani, 2013) in cui demoliva molti luoghi comuni, cercando di convincerci sulle ragioni per cui dovremmo considerare le città come luoghi nei quali, a dispetto di tutti gli svantaggi che abitarvi può comportare, c’è molto che può renderci “più ricchi e più felici”.

Glaeser in altri suoi scritti ha più volte affermato che, per salvare il pianeta, dobbiamo costruire più grattacieli.

Nello stesso anno Peter Calthorpe, nel suo libro “Urbanism in the age of climate change” (Island Press, 2013) espone, con convincente specificità, il costo che dobbiamo sostenere continuando lungo il percorso di sviluppo diffuso – nel consumo di terra, nel consumo di acqua, nel consumo di energia e nei soldi spesi. Mostra anche quanto tutti questi costi potrebbero essere ridotti dall’implementazione di ciò che lui chiama “urbanismo verde”: semplici principi di progettazione urbanistica abbinati a tecnologia verde ed energia rinnovabile.

Usando i modelli sviluppati come parte di un’analisi dell’uso del suolo, egli stima che uno scenario urbanistico verde potrebbe comportare una riduzione del 43% delle miglia percorse dai veicoli per ogni famiglia americana, ad esempio, rispetto alle tendenze attuali.

Citando un altro grandissimo scienziato-scrittore, Jared Diamond, è altrettanto indubbio che la vita in città implica dei compromessi: grossi vantaggi in cambio di grosse rinunce. il compromesso fra libertà individuale e interessi collettivi e quello tra legami sociali e anonimato.

Se da una parte, infatti, le città sono innegabilmente centri di innovazione, di produttività, di gara intellettuale e hanno rappresentato e rappresentano tuttora un polo di attrazione per tutti (si pensi a Roma Imperiale, alla Firenze del Rinascimento, alla Parigi del ‘700 e alle città considerate attualmente all’avanguardia come Londra, New York, San Francisco, ma anche, più recentemente, Dubai, Singapore e Bangalore), dall’altra non possono cancellare le interazioni sociali, il contatto “face to face”che, pur essendo cambiati per essere al passo con i tempi,continueranno a giocare un ruolo fondamentale.

Il progresso materiale dell’uomo negli ultimi decenni è stato enorme soprattutto nei paesi più evoluti e ricchi. Il boom delle scoperte scientifiche e le nuove tecnologie hanno cambiato il volto della vita quotidiana, le nostre abitudini, i nostri gesti e anche i nostri rapporti personali che nell’era “social” sono purtroppo spesso ridotti a scontri sul web, invece che al confronto nella vita reale. Ma il progresso ha anche prodotto una situazione veramente difficile a causa delle alterazioni e delle distruzioni inferte dall’uomo all’ambiente. Oggi noi paghiamo interessi passivi troppo alti di questo “capitale ambientale” che abbiamo distrutto.

Le malattie del progresso

Eppure, il rapido progresso ha dato all’uomo la sensazione di un nuovo benessere, di una nuova ricchezza materiale, di un nuovo sviluppo civile. Ma il progresso porta con sé, come detto, anche dei guai, crea vere e proprie malattie di massa, esige dagli uomini un prezzo talora molto, troppo elevato. La società opulenta non elimina gli squilibri e i contrasti sociali, anzi, talvolta li esaspera.

Vincent Van Gogh, Vecchio che soffre

Non migliora il ritmo della vita, ma lo rende anzi più convulso e teso e favorisce malattie tipiche dei nostri giorni, come la depressione che, come segnalato dall’OMS, sarà nel 2030 la prima causa al mondo di giornate di lavoro perse per disabilità, superando il primato storico delle malattie cardiovascolari con un costo stimato in termini di perdita della produzione economica ammonterà a livello mondiale in oltre 16.000 miliardi di dollari tra il 2011 e il 2030 (fonte Sole24Ore, 2018) tanto che il 2019, per il World Economic Forum, sarà l’anno in cui agire: “Take action on mental health”.

Anche molte delle malattie tumorali, seppur di origine diversa sono comunque correlate a un ambiente sempre più deteriorato e insalubre. Pensiamo all’aria che respiriamo e al problema del particolato atmosferico. L’esposizione al particolato, soprattutto quello fine, contribuisce alla diffusione di malattie respiratorie croniche e acute (es. pneumocoriosi) ed è previsto che, entro il 2050, potrebbe arrivare a uccidere 6,2 milioni di persone all’anno.  Città e governi nazionali sono ben consapevoli della minaccia e stanno cercando con urgenza modi per ridurla, ma ognuno di noi deve esserne consapevole e, nel suo piccolo, fare in modo da ridurre la propria emissione di particolato.

Anche se la riduzione delle concentrazioni di PM2,5 attraverso il verde urbano e le barriere vegetali può essere modesta, essa produce significativi miglioramenti nell’incidenza delle malattie perché si aggiunge a tutti gli altri servizi ecosistemici prodotti dal verde che sono fondamentali per il benessere delle persone.

In questo scenario è, quindi, indubbio che la presenza di zone verdi può e deve svolgere un ruolo fondamentale per il miglioramento della qualità della vita e per il raggiungimento di una soglia minima di benessere per l’essere umano, per il quale è divenuta imperiosa la necessità di rigenerare sia il corpo, sia lo spirito.

Infatti, della nostra vita quotidiana di abitanti di grandi città, che cosa possiamo dire di più accettabile e scontato, se non che la viviamo con acuto affanno, senza la necessaria serenità e dedicando limitatissimo tempo alla meditazione? Quante volte, parlando del ritmo e delle condizioni in cui la conduciamo, usiamo i termini «tensione», «morsa», «ingranaggio», «velocità», «frastuono», «smog», ecc., lamentandone gli aspetti più pesanti da sopportare, più corrosivi per lo spirito, più nocivi per la salute?

Quante volte abbiamo pensato o parlato, o udito parlare e letto di possibili rimedi a questi mali, concludendo, invariabilmente, che essi rappresentano logiche conseguenze o inevitabili concomitanze di situazioni da cui, tuttavia, otteniamo molti vantaggi? Quante volte, dunque, tutto ciò ci è parso praticamente irrimediabile (Ferrini, 2018 – Prefazione libro di Francis Hallé)?

Eppure, è, e resta vero, che non pochi degli aspetti negativi e lamentati della nostra esistenza sarebbero eliminati, o attenuati nella loro gravità, se maggiore attenzione fosse posta da ciascuno di noi, nella sfera di attività che svolge e per l’autorità che personalmente riveste, alla costituzione e alla cura dei parchi, dei viali e dei giardini nelle città.

Verde e salute

Esiste un’amplissima letteratura scientifica che evidenzia come la presenza degli spazi verdi sia di gran beneficio per le condizioni di salute mentale. È stato dimostrato e lo abbiamo anche già scritto su questa testata che le persone che vivono in aree urbane più verdi tendono ad essere più felici delle persone in aree con meno vegetazione e hanno livelli significativamente inferiori di disagio mentale.

Vincent Van Gogh, Notte stellata

Un ambiente urbano con una buona dotazione di verde che supporta la salute in generale può, di riflesso, aumentare la produttività e il potenziale di guadagno delle persone, nonché la loro qualità della vita. Inoltre, la pianificazione, la realizzazione di aree verdi, nonché un loro adeguato mantenimento possono dare un contributo importante alla riduzione delle disuguaglianze sanitarie. Vi sono prove crescenti che dimostrano che i benefici dello spazio verde urbano possono essere maggiori per i gruppi socioeconomici più bassi, compresi i gruppi etnici minoritari.

In conclusione, dal punto di vista della sostenibilità la città diffusa e la “dispersione urbana”, tipiche del nostro Paese, sono sicuramente peggiori delle “compact cities” dal punto di vista del “costo ambientale” e il pensiero di Glaeser, seppure per alcuni possa sembrare una legittimazione per una speculazione senza scrupoli, tratta di uno scenario che non può essere accantonato senza qualche riflessione, soprattutto se questa “nuova” urbanizzazione (in realtà le città murate erano di per sé delle “compact cities” anche se gli scopi erano diversi) sia accompagnata dalla realizzazione di infrastrutture verdi.

L’infrastruttura verde è, per sua natura, dinamica, ma deve quindi essere pianificata strategicamente, realizzata correttamente e gestita a livello locale e regionale, se vogliamo che funzioni a sostegno di un futuro economico prospero e sostenibile.

1 COMMENT

  1. Buongiorno prof. Ferrini vorrei segnalarle la splendida trasmissione su sky ice on fire prodotta da Leonardo Di Caprio. Illustra temi a lei consueti e potrebbe essere una occasione per una recensione sul nostro sito. Grazie per l’attenzione. Gerardo Coppola

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