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La serendipità, l’Armenia e il web

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Luca Alinari, Celebrazione del millennio di San Miniato al Monte, Firenze 1018-2018

Tempo di lettura: 5’. Leggibilità ***.

Una parola poco conosciuta 

C’è un male intellettuale che si sta insinuando nella società, stiamo perdendo lo stupore e la meraviglia che fanno parte della natura dell’uomo. Dobbiamo tornare a guardare e vivere il mondo che ci circonda, senza schemi che generano pregiudizi. Accettare la casualità, l’imprevisto della vita può aiutarci.

Non esistono cattivi strumenti, ma buoni e cattivi suonatori e ogni nuovo mezzo può essere usato in modo costruttivo o in modo negativo. La rete ci permette di amplificare le nostre informazioni aiutandoci a coniugare le conoscenze in modo imprevisto.

“Serendipity,” è il termine che indica la fortuna di fare felici scoperte per puro caso e di trovare una cosa, mentre se ne sta cercando un’altra. La parola non è semplicisticamente legata al concetto di essere fortunati, ma all’osservazione e alla sagacia che un uomo saggio conquista nella vita.

La storia, la scienza e l’economia, attraverso l’estensione del web, stanno divenendo veri e propri campi di ritrovo comune per interazioni socio – cognitive. Ed è coltivando e ampliando questi luoghi, che avremo una maggiore probabilità che il caso favorisca nuove scoperte.

L’ampiezza degli orizzonti si sta sempre più velocizzando, si producono nuove idee e nuovi progetti, ma al tempo stesso dobbiamo imparare a stare nel presente con consapevolezza. Siamo abituati a schemi puramente logici, non coltiviamo il talento intuitivo che genera le opportunità. Rischiamo il determinismo.

Anche la cultura italiana nel suo lessico si sta impoverendo. Serendipità è un termine che non è mai entrato del tutto nel nostro pensiero e nel linguaggio quotidiano.

Serendippo, chi era costui?

Attingendo dal Dizionario della Lingua Italiana troviamo questa citazione: “serendipità s. f. [dall’ingl. serendipity, coniato (1754) dallo scrittore ingl. Horace Walpole che lo trasse dal titolo della fiaba The three princes of Serendip, antico nome dell’isola di Ceylon, l’odierno Srī Lanka], letter. – La capacità o fortuna di fare per caso inattese e felici scoperte, spec. in campo scientifico, mentre si sta cercando altro.”

Il racconto originale aveva titolo: “Peregrinaggio di tre giovani figliuoli del Re di Serendippo”. Serendippo è la forma italiana di Sarandib, dal sanscrito Svarna-Dipa cioè “Isola d’Oro”. L’antica letteratura araba racconta che Adamo ed Eva discesero su Sarandib dopo la loro caduta dal Paradiso. La leggenda si incontra anche nel racconto di Sinbad il marinaio delle “Mille e una notte”, il personaggio delle fantastiche avventure tratte dai racconti persiani, indiani e dell’antica Grecia compresa l’Odissea di Omero. Peregrinaggio dei tre giovani figliuoli del Re di Serendippo è una novella persiana tradotta, e probabilmente rielaborata, da Cristoforo Armeno e pubblicata a Venezia nel 1557.

La fortuna e la saggezza 

La conoscenza del mondo Orientale, e in particolare del Sufismo, permetteva di evidenziare il concetto di fortuna che si trova insito nella saggezza. Molti sono i racconti che i maestri Sufi tramandano fin dal medioevo come insegnamenti morali, esattamente come nello stesso periodo in Occidente, il Boccaccio scriveva le sue novelle per mettere in evidenza l’ingegno e la saggezza per contrastare le avversità della vita.

L’uso di una mente astutamente positiva si differenzia molto da quella semplicemente ottimista. L’amore e la giusta osservazione possono inaspettatamente aiutare le menti preparate. È l’osservazione del saggio che comprende la soluzione usando la abduzione, quella capacità di vedere ciò che agli altri è nascosto. Potremmo pensare ad Einstein quando disse che la logica razionale vi porterà da A a B, ma l’immaginazione vi porterà ovunque. O più letterariamente alle prime pagine del Nome della Rosa di Umberto Eco, nelle quali Guglielmo da Baskerville da’ prova della sua abilità di abduzione, indicando ai monaci come ritrovare il cavallo dell’Abate.

L’Armenia a Firenze 

Serendipity deriva quindi, e non solo etimologicamente, dal racconto di un armeno.

Non volendo credere alle coincidenze è proprio il caso di sottolineare come in questa storia vi sia la scoperta dentro la scoperta stessa. Gli Armeni hanno avuto un peso importantissimo nella nostra cultura moderna. La storia dei manoscritti Armeni è poco conosciuta a Firenze, come pure il fatto che i fiorentini siano stati evangelizzati dagli Armeni.

E’ nella chiesa di Santa Felicita, tra le più antiche della città, che nel chiostro sono conservate alcune lapidi scritte, per lo più in greco, risalenti al II secolo D.C. Nella zona dell’Oltrarno, risiedevano infatti mercanti armeni e siriani che portarono il culto cristiano in città.

Al proto martire fiorentino, il principe armeno Miniato, il cui corpo decapitato fu portato sul Mons Florentinus, è dedicata la millenaria Abbazia sui colli della città, e un Concilio ecumenico importantissimo tenutosi a Firenze nel 1439 diede avvio alla ri-scoperta, anche casuale, di molti antichi testi greci di Platone, Plotino, Pitagora e Aristotele, tradotti da monaci armeni.

Furono costoro infatti a ricopiare per secoli il sapere del mondo, nascosti nelle caverne, poiché l’Armenia fu il primo paese Cristiano, ma era stato invaso e aveva perso l’indipendenza. I monaci copiarono la Bibbia, i classici greci e migliaia di testi romani, bizantini, arabi e persiani. Un tesoro inestimabile, che fece della conoscenza l’unica arma contro i massacri di vite umane, credendo che solo i libri potessero salvare il mondo. Per questo opposero la parola scritta alle persecuzioni e alle minacce di annientamento che la Storia aveva loro riservato.

Erano convinti che in tempi di grandi sconvolgimenti, con un futuro incerto e un presente dominato da violenza e ignoranza, bisognasse anzitutto studiare, salvare il sapere dalla barbarie e tramandarlo alle generazioni future. Non solo il proprio sapere, ma il sapere di tutti: anche quello dei popoli, come arabi o persiani, che minacciavano la loro stessa esistenza. Fu questa la lezione degli Armeni.

Una corrispondenza ricchissima 

Con il Grand Tour, a fine del 1600 e inizio 1700 si ebbero altre scoperte. Horace Walpole, l’intellettuale e scrittore avanti citato per il significato dato alla parola di serendipità, insieme ad Horace Mann, Ministro residente del Governo inglese a Firenze, vide un ritratto di Bianca Cappello dipinto dal Vasari.

Il quadro era conservato nelle stanze del Palazzo della famiglia Vitelli. Per quarantasei anni Walpole e Mann intrattennero una fitta corrispondenza, contenente la minuziosa descrizione della società inglese che viveva a Firenze. Le lettere formano ricchissime cronache quotidiane indirizzate alla posterità.

Il 28 gennaio 1754, Horace Walpole scrive a Horace Mann una lettera nella quale racconta dell’arrivo in Inghilterra del vasariano ritratto della Granduchessa Bianca Cappello, che Mann gli fece recapitare come regalo personale.

Questa lettera racconta di come sia nata una «scoperta decisiva» circa lo stemma dei Cappello, in un antico libro di emblemi veneziani.

Scrive Walpole: «Questa scoperta l’ho fatta grazie a un talismano, che Mr. Chute chiama sortes Walpolianae, col quale trovo tutto ciò che desidero, à pointe nommée, ovunque io affondi la mano.”

Novella 2000 di tanti anni fa

La famiglia dei Vitelli era potente fin dal medioevo, fu committente del loro buon amico Giorgio Vasari ed era imparentata con la famiglia dei Medici.

Vitellozzo Vitelli sposò Angela De Rossi, figlia di Caterina Sforza e nipote di Giovanni dalle Bande Nere, padre di Cosimo I, primo Granduca di Toscana. Il terzogenito della coppia, Camillo, fu comandante fedele a Francesco I, secondo Granduca, che sposerà la bellissima e discussa veneziana Bianca Cappello.

La storia ufficiale ci tramanda scritti e opere letterarie ispirate alla vita della giovane, dalle novelle di Malespini ai romanzi storici, fino alle opere teatrali ottocentesche. Ma è particolarmente difficile distinguere la leggenda dalla realtà.

La lettura della corrispondenza della Granduchessa, negli anni del matrimonio con Francesco I, potrebbe contribuire a riportare il “personaggio” Bianca Cappello alla realtà storica del suo tempo, un ruolo talmente importante che persino il cognato Ferdinando, generalmente additato come suo acerrimo nemico, le si rivolgeva per ottenere prestiti dal fratello. Questo grazie alla capacità, riconosciutale dallo stesso Granduca, di saper gestire una rete di relazioni anche diplomatiche a livello internazionale, capacità costruita personalmente e non certo acquisita per nascita.

Ad oggi non sappiamo dove possa trovarsi il quadro di Bianca Cappello dipinto dal Vasari, ma grazie alla casuale scoperta di Walpole sappiamo che Francesco I estese il Giglio dello stemma Medici allo stemma originale della Granduchessa.

Serendipità è poi scoprire che lo stemma dei Cappello si ritrova sul Palazzo di Giulietta a Verona, nell’omonima via Cappello. La tragedia di Romeo e Giulietta narrata da Shakespeare, che già nei primi del cinquecento era conosciuta con il titolo: “l’infelice amore dei due fedelissimi amanti Giulia e Romeo”, scritto in ottava rima e dedicato a Vittoria Farnese della Rovere duchessa di Urbino, edito a Venezia da Gabriele Giolito de Ferrari nel 1553.

L’antico archetipo dell’amore contrastato dalla società fu lo stesso che visse Bianca Cappello. Un caso anche questo di serendipità.

Il web e la serendipità

Le radici danno la possibilità di far nascere nuove piante, le radici sono gli stessi princìpi che troviamo in tutte le culture del mondo. Oggi grazie alla comunicazione, alla condivisione e alla connessione, si potrà avverare ciò che disse Claude Bernard, fondatore della medicina sperimentale e del pensiero scientifico del noto e dell’ignoto. In aree della scienza dove i fatti sono conosciuti da tutti, tutti gli scienziati sono più o meno uguali: non possiamo sapere chi è grande. Ma in aree della scienza ancora oscure o sconosciute si riconosce la grandezza, perché solo così avanza la ricerca. Spesso per serendipità.

E aggiunse che “verrà il giorno nel quale lo scienziato, il poeta e il filosofo parleranno un unico linguaggio e si intenderanno a vicenda”.
Chissà quante casuali scoperte potremo fare da quel momento in poi, grazie alla complicità della rete. A patto che essa non diventi una noiosa macchina deterministica e falsamente omnisciente.

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