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Ricordo di Paul Volcker, tesoriere dell’impero, e della sua borsa

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Paul Volcker, 1927-2019
Tempo di lettura: 3’. Leggibilità ***.

È scomparso, novantaduenne, domenica scorsa Paul Volcker, già Presidente della Federal Reserve sotto Carter e Reagan, noto per aver domato l’inflazione americana degli Anni Ottanta ed essere stato, da ultimo, consigliere di Obama, nonché padre della Volcker Rule sulla necessità di separare le banche d’investimento da quelle commerciali.

Ne ho un ricordo personale che risale a oltre trenta anni fa. Era il 1987, l’anno del 13^Summit del G7 che si tenne a Venezia.

In un’atmosfera inconsueta rispetto alla tradizionale immagine turistica, la città rimase per alcuni giorni blindata per il vertice che ospitava i capi dei governi e delle banche centrali dei principali paesi occidentali. Gli alberghi che li ospitavano erano sotto la responsabilità di gradi militari e dei Servizi. L’ordine fu mantenuto in maniera impeccabile. Tutto andò per il meglio. Non ricordo invece quale fu l’esito politico di quella suprema manifestazione di diplomazia finanziaria.

All’epoca, in quanto capo della Segreteria della Banca d’Italia della Sede di Venezia, fui, con una schiera di colleghi romani, incaricato dell’assistenza logistica al Governatore Carlo Azeglio Ciampi e al Direttore Generale Lamberto Dini, presenti al meeting.

Lascio immaginare le scene convulse, il codazzo di noi accompagnatori che si muoveva frenetico tra l’albergo che li ospitava e la location delle riunioni, l’agitazione per anticipare qualsiasi imprevisto desiderio ed evitare il minimo inconveniente. Tutti ci prodigavamo per la massima soddisfazione dei nostri capi, come coreuti oscillanti da un estremo all’altro di quel palcoscenico.

Non mancarono momenti di concitazione, se non di isteria, per soddisfare qualche imprevedibile richiesta.

Eravamo ormai al termine dell’evento, quando fui, inaspettatamente, incaricato di andare a prelevare Paul Volcker alla Locanda Cipriani sull’isola di Torcello, dove si teneva un pranzo di saluto al più alto livello, per accompagnarlo all’aeroporto di Tessera, volo Venezia-Francoforte.

Con il fido motoscafista alla guida del natante di rappresentanza della Banca, lo aspettai all’imbarcadero. Non fu difficile riconoscerlo per la prestanza fisica (era un gigante di oltre due metri) e l’inseparabile sigaro cubano di non meno di venti centimetri tra le labbra. Feci appena caso alla borsa di cuoio sdrucita che portava con sè, quale unico bagaglio.

Si accomodò alla meglio in cabina, tenendo il capo piegato per non sbattere contro il soffitto e allungando le gambe, per quanto gli consentiva lo spazio. Io, che fisicamente non ero molto più basso di lui, mi ritirai al massimo delle mie possibilità in un angolo del divano. Il motoscafo partì sicuro, diretto verso la terraferma. Le briccole che segnavano la via d’acqua scorrevano sempre più veloci al nostro passaggio.

Non più di venti minuti ci separavano dal punto di arrivo. Dovevo impegnare il tempo in qualche domanda di circostanza o lasciare il mio ospite in relax, con il suo sigaro? Decisi per la prima soluzione, pronto a impormi il silenzio al primo segnale di non gradimento dei miei tentativi di conversazione.

La situazione mi faceva sorridere: mi trovavo da solo con il tesoriere dell’impero americano, come mi venne di appellarlo dentro di me, in mezzo alla laguna di Venezia su un motoscafo lanciato a tutta velocità. Un film alla James Bond! Guardai in alto per vedere se qualche elicottero discretamente ci proteggesse o se ci stesse proditoriamente per attaccare. Il cielo era sgombro di mezzi, in quel terso mese di giugno. Nessuna misura di sicurezza, nessun segnale di pericolo, insomma.

Io mi informavo sul suo soggiorno a Venezia, egli mi rispondeva con cortesia. Sbarcammo, dirigendoci rapidamente verso la saletta vip, dove mi era stato detto di far attendere l’ospite fino all’imbarco.

Nel breve tratto, mi offrii di aiutarlo con la borsa. Mi guardò perplesso, poi me l’affidò. Mi chiesi quali documenti riservatissimi contenesse, anche se alla fine optai per i più comuni effetti personali e gli immancabili Avana.

Sedutosi, mi domandò se potevo acquistargli un giornale tedesco in lingua inglese e alcuni gettoni telefonici per telefonare negli Stati Uniti. Dette un’occhiata al quotidiano, poi si alzò avvicinandosi al telefono a parete e inserì i gettoni.

Mi allontanai per discrezione. Era una telefonata personale o il segnale convenuto per qualche operazione da Central Banker, a sostegno del dollaro?

Quando arrivò la chiamata del volo, prese la borsa, mi salutò, e si incamminò verso la pista. Lo guardai, mentre si allontanava e compresi il messaggio di modestia e di semplicità che avevo ricevuto da quel personaggio.

Nonostante fosse il reggitore supremo delle finanze della più potente nazione della Terra, si spostava da solo, senza accompagnatori, senza scorta, come un qualsiasi viaggiatore, accompagnato soltanto dalla sua vecchia borsa.

Fu inevitabile per me il confronto con il nostro complicato cerimoniere e il barocco affannarsi a corona dei nostri rappresentanti. Ma si sa, le coreografie sono un irrinunciabile vezzo italico. Chissà se da allora è cambiato qualcosa?

 

 

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