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L’alveare scontento

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Le contraddizioni del dopo Covid 

Durante i secoli c’è sempre stato un alternarsi di crescita e decrescita dell’economia e dei sistemi politici. Attriti ed incertezze che sono alimentate anche da fuorvianti guerre di informazione. Praticamente siamo costantemente divisi tra chi vuole che nulla cambi e tutto torni allo stato precedente e coloro che sono a favore delle trasformazioni economiche e sociali. Per la seconda volta, ecco affacciarsi un nuovo blocco della società a causa del Covid. C’è una differenza importante rispetto al marzo scorso; a quel tempo eravamo totalmente ignari di cosa stesse succedendo.

Oggi in pochi mesi si è formata la memoria storica di questa condizione di malattia che sta paralizzando l’economia e sta venendo alla luce ciò che si è accumulato nella fase precedente. Contraddizioni di paura e rabbia. L’eterno ritorno dell’uguale e del differente, ma questa volta si è creato un nodo gordiano, dalla parte della domanda, con l’interruzione della produzione e una riduzione  dei redditi, che inevitabilmente incidono allo stesso tempo sull’offerta, e quindi sulla produzione. Essendo davanti ad una crisi globale, la vera svolta per l’Europa sarà affrontare la crisi da un punto di vista collettivo.

Qual è il “segreto” per uscire da questa paralisi mondiale, per costruire una società migliore e prospera? Come possiamo descrivere le nuove sfide di potere economico che ci aspettano?

La storia viene sempre in aiuto, perché queste sono forse le domande più importanti intorno alla quali si è formata la società e le basi del processo economico. In un momento molto particolare, le dinamiche sono in continua evoluzione e trasformazione. Si sta velocizzando il pensiero/azione, che rende difficile stabilire le priorità. Ma dobbiamo fare molta attenzione a non permettere che l’opportunismo, la paura, l’individualismo e il cinismo divengano ambite competenze professionali.

È la nostra la società del vizio o quella della speranza della virtù?

Alla metà del ‘700, Bernard de Mandeville fu autore de “La favola della api“, il cui sottotitolo è: “Vizi privati e pubbliche virtù“. 

Il racconto è una metafora tra la società dell’essere umano e la società laboriosa e armoniosa delle api all’interno di un alveare. Ognuna ha il suo tornaconto, ognuna lavora per se’ stessa. Il lavoro, anche se fatto male e a discapito dell’altro, rende all’ape un buon successo che le permette di ampliare le esigenze di produttività, dando vita al commercio, ai traffici paralleli, all’industria e al progresso scientifico. Praticamente tutte le api si adoperano per elevare la propria condizione, e così facendo sono inconsapevolmente responsabili del benessere generale dell’alveare.

Ogni ceto dell’alveare aveva raggiunto un gran numero di vizi e però la nazione delle api di per sé godeva di una felice prosperità. Stimata presso gli altri alveari, aveva in mano l’equilibrio di tutti. Tutti si prodigavano per la sua conservazione. Al primo problema che intaccava l’equilibrio creatosi, le api tuttavia non solo si lamentavano, ma davano la colpa alle ruberie, ai traffici illeciti che ognuna vedeva nell’operato altrui, mai nel proprio.

Fu così che Giove, stufo delle lamentele, decise di cambiare il “vizio egoistico” dell’ape, con la “virtù”.  Ed ecco che la riforma della società abolì l’egoismo e ciò che non era strettamente necessario alla vita dell’alveare.

Semplicità ed onesta’ diventarono il motto dell’alveare/società.  Da quel momento, la società delle api entrò in crisi, il “vizio” era il motore del progresso laborioso dell’alveare. Il commercio diventò sempre più lento senza i traffici paralleli, le arti e i mestieri regredirono, in quanto le nuovi api “virtuose” erano soddisfatte di quanto possedevano e non dovevano più ingegnarsi per migliorare le proprie condizioni di vita. Erano pienamente appagate della loro “virtù”.

La crisi si impadronisce dell’alveare/società, piano piano gran parte della sua popolazione muore e le api che sopravvivono vedono le loro condizioni miserevoli rispetto al passato.

Quindi alla base del nostro benessere economico ci deve essere per forza l’egoismo dell’uomo, i suoi vizi sono fondamentali per costruire il capitalismo. È la dimostrazione che per carattere gli abitanti della società devono arare ognuno il proprio orticello?

Anche se fosse così, ci deve sempre essere qualcosa che dia agli individui la forza di andare avanti, qualcosa che li faccia superare le inevitabili sconfitte, senza mai perdere di vista l’obbiettivo finale. Una catena continua che richiede una grande volontà. Ma anche questa attitudine finisce con l’essere distruttiva.

L’equilibrio di Nash

John Nash, Nobel per l’economia nel 1994, sfatò il concetto con queste parole: 

“il risultato migliore per un gruppo non si ottiene quando “ognuno agisce solo in base a ciò che è meglio per sé”, bensì quando “ogni membro del gruppo agisce in base a ciò che è meglio per se’ stesso e per il gruppo”. Una formula che si può applicare benissimo anche al mercato.”

Se ogni persona cerca di massimizzare il proprio interesse, e lo fa con razionalità concreta, non può sottovalutare che ogni sua scelta influenzerà l’interesse degli altri. E dovrà tenerne conto.

I social network sono divenuti il linguaggio chiave delle interazioni mondiali i programmi europei come Horizon 2021 richiedono di progettare un nuovo assetto di comprensione per le sfide globali che incidono sullo scacchiere della qualità di vita di tutti noi. Abbiamo avuto un comportamento collettivo globale che ha stressato l’ambiente che ci accoglie con il nostro comportamento scellerato.

L’alveare europeo e i sub alveari nazionali 

Adesso abbiamo un obiettivo da raggiungere, ma sopratutto abbiamo la possibilità  per migliorarci sia socialmente che politicamente ed economicamente, nonostante il caos e l’incertezza.

Il Presidente francese Macron ha di recente enunciato le quattro emergenze sulle quali dovrà esercitarsi il senso della collettività Europea. Esse sono la lotta al Covid, al terrorismo, alle disuguaglianze sociali e alla rovina dell’ambiente.

E’ difficile trovare una sintesi migliore per descrivere gli obiettivi convenienti e quindi virtuosi del nostro alveare europeo, affinché si ricompongano le fratture più dolorose del capitalismo.
Difficile pensare che egoismi nazionali, permeabilità alla corruzione, indifferenza verso i temi ambientali possano rappresentare vizi in grado di tramutarsi in virtù per la sopravvivenza e il benessere della nostra società futura.

Come pure la difesa dei privilegi di classe sociale o la perdita dei target generali della formazione delle generazioni future possano rappresentare modalità per ribaltare le nostre più recenti vicissitudini.

Eppure non siamo sicuri che i sub alveari nazionali, molti dei quali già scontenti al proprio interno, riescano a trovare unità insieme a quello maggiore. I vizi resteranno vizi e le virtù, se ve ne sono, virtù?

 

 

 

 

 

2 COMMENTS

  1. In merito agli argomenti trattati mi piace citare quanto scrive, tra l’altro, il mio amico Antonio nel sul libro “Pitto ergo sum. Storie di B1” (https://www.autautedizioni.it/prodotto/pitto-ergo-sum-storie-di-b1/).
    “Siamo cresciuti tutti, chi più chi meno, con la convinzione che lo scopo della vita sia avere un lavoro, avere una famiglia e una casa, un fornito guardaroba, una macchina ed una collezione di scarpe, un conto in banca. E che crescere significhi solo avere di più, per poter permettersi più comodità. E’ la natura umana più ancestrale, che in millenni di evoluzione e di civiltà non è mai stata superata, almeno nella civiltà così come la conosciamo noi. Solo una minoranza di sigole persone ha costruito la propria vita sull’essere”.

  2. Grazie Salvatore, non poteva essere scritta una cosa più bella e vera. Pensiamo di aver raggiunto chissà quali libertà, invece siamo più ignoranti più schiavi dell’illusoria realtà. Siamo spesso inconsapevoli di aver fatto un patto con il diavolo, inteso come diábolos/dividere, che ci ha separato dalla nostra complessità, rendendoci un gregge che da solo si lega alla lunga catena del possesso. Una catena materiale, affettiva, morale o dogmatica. Esseri illusi di possedere il tempo per prendere senza sforzarsi di riuscire a divenire. Libertà è chi realizza ciò che è chiamato ad essere. E come diceva Giorgio la Pira: “Le stagioni non le fa il contadino; vengono, e lui le aiuta. Si orientano tutte verso l’estate, verso i giorni della maturazione. Così fa la storia.“ Grazie Salvatore

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