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I racconti della Sura – La forma della musica

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Dall’altopiano vedevo le luci della città, lontane, nell’aria diafana e spessa di tanta distanza. La sera quelle luci brillavano forte, al pari e più delle stelle. E i suoni che riuscivano a raggiungermi erano piccoli boati ovattati, squarci nel silenzio dell’orizzonte che dilatavano i confini ristretti del mio territorio. La fattoria, le mucche, il rumore delle zappe che affondavano nel terreno.

La limpida esattezza dei gesti degli uomini nei campi. E quelli delle donne, ripetuti con monotona ma viva continuità nelle cucine. Ero sopraffatto dal mio mondo, dalla sua saggezza, dalla manualità con la quale era capace di trarre sostentamento dalla natura.

Quella era la mia musica, la prima che conobbi, la più importante. Il muggito delle mucche, le loro campane nel vento, il belare delle pecore, il suono delle seghe, le voci degli uomini, i loro canti senza strumenti. La mia musica era il tonfo degli scarponi nei solchi allagati dopo le piogge, era il fruscio della stoffa lungo gli attrezzi e il respiro gonfio di erba degli animali.

Il mio suono era la lentezza, quella dei gesti antichi e quella dell’attesa, l’attesa perenne. Delle stagioni, dell’essiccamento dell’erba accumulata, della maturazione dei frutti e delle messi in estate.

L’attesa della tosatura e del sabato sera per incontrare gli altri, della domenica per riposare. L’attesa confusa ma evidente che qualcosa evolvesse, che il grumo che sentivo in gola trovasse il coraggio di esplodere. E quell’attesa io la misuravo col ticchettio dell’orologio sulla parete della cucina, a sinistra della stufa, col continuo soffio dei miei respiri, col rintoccare delle campane e i rumori domestici. Con le voci di casa mia.

Sono stato cresciuto nella gratitudine, ho sempre ringraziato per quello che avevo. La mia gatta nera era nervosa, si lasciava accarezzare ma di tanto in tanto tirava fuori gli artigli. Ho sempre reso grazie di avere al mio fianco una pantera così lucente. Così come ho apprezzato le mie gambe forti che mi portavano in alto, sui monti con gli animali. Ho trovato conforto nella solitudine e nel suono delle grandi vallate vuote percorse dal vento che si soffermava nei tiepidi passaggi fra le rocce. E nel ticchettare della pioggia sul terreno solido che si scioglieva in zaffate di polvere.
Il mio poco, il mio niente ha riempito la mia vita.

Il suono del mio territorio era la musica, l’unica che io conoscessi. Le luci lontane, le voci che in certi giorni di vento arrivavano fino a me mi davano coscienza che il mio tutto era in realtà un contenitore. E, a quel pensiero, il suo perimetro si incrinava.

La curiosità mi spingeva a pensare, a immaginare la città. Quella che stava là sotto e alle tante città che popolavano la terra, come galassie lontane. Troppo lontane, impossibili da raggiungere, solo da immaginare come semplici immagini proiettate. Ma i loro suoni, che percepivo lontani, ne facevano cose vive.

Fu la solitudine a spingermi all’ascolto dettagliato di qualsiasi rumore. Li incameravo, li setacciavo, li scomponevo in ogni loro più piccolo componente. E, sempre in solitudine, ritmavo le loro sequenze coi legnetti.

Ero un registratore; concatenavo i muggiti delle mucche, i cinguettii degli uccelli e i gorgogli dell’acqua del fiume intorno ai sassi o ad altri piccoli ostacoli fino a ricavarne, nella mia testa, colloqui, frasi elaborate e sinfonie.

Fu una sera; mi ero attardato col gregge fino all’ora blu del crepuscolo. Quando cominciai a scendere l’aria si faceva tagliente. La sera era completamente serena, il cielo grande e sgombro, la luna bassa riempiva il suo cerchio di pallore e l’aria si muoveva senza una direzione precisa. Uno strano nervosismo scorreva nelle mie vene, trasmesso dalla paura innata del gregge per l’oscurità.
Il suono del vento era pulito, i passi delle pecore picchiottavano il terreno già indurito dalla sera.
Non facevo che guardarmi intorno mentre lontano la città cominciava ad accendersi.

L’aria impazzita di uno strano vento scomposto portava odori ancora caldi di sole e lievi fruscii accidentali si mescolavano all’ondeggiante avanzare del gregge.

Girando appena lo sguardo oltre i fruscii più immediati scorsi due occhi che attraverso la vegetazione si muovevano ansiosi. Mi soffermai appena, abbassai lo sguardo sulle scarpe e mi piegai ad allacciarle, per prendere tempo, per valutare meglio il pericolo.
Il suono di quella sera era un movimento lento che cresceva in piccoli dettagli veloci. Era un suono fluido, che scorreva e si arricchiva di elementi inaspettati.

La mente elaborava freneticamente, attenta alla guida del gregge ma catturata al contempo da mille stimoli.
La sinfonia cresceva, impazzita, fra i rumori che giungevano lontani, ovattati, tradotti e predigeriti dalla distanza e quelli più vicini, fragranti, racchiusi dal cerchio del gregge, dal suo fiato caldo che profumava dell’erba appena brucata, circondati dagli scricchiolii sinistri del bosco.

La presenza che avevo percepito era un suono basso che ci seguiva; riuscivo a percepirlo, a distanza sempre più ravvicinata, nella mescolanza degli altri suoni che componevano la sinfonia della discesa. Quel suono profondo ci tallonava, a tratti lo intuivo limpidamente, da destra, da sinistra, dappertutto. Era una nota imprevista; non che fosse stonata, non che dissentisse dall’amalgama degli elementi, al contrario completava e arricchiva perfettamente la composizione. Al contempo, in suo interloquire basso e aritmico era la voce del pericolo.

Il gregge procedeva incurante ma il suo suono disperso nell’aria della sera aveva una nota indecisa, timorosa, quasi malinconica. Il suo biascicare tremolante, la nota stridula dei capi più giovani, il lento mormorio di quelli attempati e consci delle distanze erano la musica dei fragili, degli esposti ai possibili imprevisti, degli indifesi. E man mano che la figura intravista appariva occhieggiando ai lati del nostro cammino il cielo terso e immobile lanciava sibili di turbolenze lontane. Il gregge stesso, in un clima di crescente presagio, cominciava a intuire. Il belato si intensificava in andanti mossi e il percorso appariva ancora lungo.

Avevo commesso un’imprudenza nell’attardarmi fino all’imbrunire, ma nell’agitazione dell’evidente pericolo avvertivo la sfida di qualcosa che stava nascendo, di un’intuizione, di un’emozione complessa che si faceva duttile e che si lasciava tradurre in musica, nella mia musica, quella composta dai suoni che collegavo e mettevo in continua comunicazione creativa.

Le incursioni della figura si facevano sempre più ravvicinate e taglienti, tanto che le pecore cominciavano ad ammassarsi e sovrastarsi scompostamente, a rompere la monotona cadenza della discesa. L’andante mosso era diventato un rapido, la sinfonia stava acquisendo aria e forza.

Gli archi della vegetazione sollecitata e mossa dal nostro passaggio suggerivano il trascorrere del tempo. Ad ogni passo successivo la sinfonia diventava più piena e completa. Il suono di quel momento, la fotografia emotiva di uno spazio temporale.

Il mio cuore ora si aggiungeva martellante, un tamburo di verità. E l’agitazione del gregge, i passi veloci ma incerti, il chiaro odore del pericolo nelle loro narici, forte come quello del sangue, come il sapore metallico della macellazione era moltiplicato dall’oscurità e dall’affollamento. Ed un’ulteriore grancassa, più profonda e sicura, quella del lupo che compariva a tratti, sempre più vicino, da direzioni diverse, anch’egli impaurito e ridotto ai minimi termini ancestrali, proprio come noi.

I sensi all’erta, il suono del suo, del mio cuore, della moltitudine dei cuori che nel gregge martellavano tribalmente.
Quella che percepivo era la sinfonia crescente della vita, della lotta, della esemplificazione più spicciola dell’emozione.
La paura, su tutto. E la fuga. Le luci lontane e il buio profondo che mi poneva inevitabilmente davanti alle mie possibilità, alle capacità. Io stesso era la notte. Il blu del crepuscolo era dappertutto. Ed era musica, anch’esso.

Gli occhi dell’animale erano estremamente vicini, avvertivo il loro tocco fulmineo, il loro sfavillare. Cercavano, si insinuavano fra le pecore, valutavano. Si muovevano fra le stoppie, mi guardavano, sondavano il mio stato d’animo, studiavano ogni angolazione, le zampe tremanti pronte al balzo improvviso.
E i miei occhi, dilatati, sovraesposti all’aria serale, erano i fari della mia percezione, erano la bussola che mi guidava, i fiumi attraverso i quali nuotare via veloci e schivare l’agguato. Erano le armi che avrebbero potuto salvarci.

Il suono stridulo del sangue che percorreva e gonfiava i capillari fu il completamento della mia sinfonia, lo stantuffo dei battiti cardiaci nelle orecchie era un sottofondo che dava forza e genuinità alla composizione. Che la rendeva sanguigna e vera e autentica.
Mi soffermai leggermente mentre i miei timpani sembravano impazzire e la testa si lasciava intorpidire da un formicolio che quasi mi toglieva equilibrio.

Guardai in basso, valutai le distanze, lasciai che il gregge si stringesse come un gomitolo di lana ben tirato e alzando gli occhi lui era lì, davanti a me, le quattro zampe dritte e forti, gli occhi fissi. Il suo fiato si addensava come nebbia, le orecchie ben dritte erano antenne formidabili.

In quel momento il mio corpo si sciolse completamente e ogni fruscio, ogni leggero suono aggiuntivo, ogni movimento diventò parte integrante della mia musica.
I miei sensi erano completamente sintonizzati sui suoni che mi circondavano che, fondendosi, alternandosi e scambiandosi racchiudevano e moltiplicavano il senso di quell’esperienza.
La scena rimase immobile. Il corpo del lupo teso ed efficiente, il mio abbandonato, accecato e annientato, il gregge completamente immobile.

Il silenzio racchiudeva l’emozione di ognuno di noi ed evocava tutto ciò che era trascorso. Davanti a noi l’inesplicabile volontà del futuro, che esulava dalle nostre volontà e le sopraffaceva.
I muscoli tesi del lupo erano pronti al balzo quando un suono inaspettato si accavallò agli altri. Non si trattava dei rumori forti dei lavori degli uomini, né del canglore delle stoviglie, era in realtà un suono molto semplice, elementare. Uno scricchiolio che non proveniva immediatamente dalla nostra scena. Evidentemente qualcuno si stava avvicinando. Uomini, animali, presenze celate dal buio. Un piccolo particolare interveniva a turbare la tensione.
Anche le cose più insignificanti hanno un loro ruolo e ad esse ci aggrappiamo con ferocia e fermezza quando la posta in gioco è estrema. In realtà quel momento fu probabilmente deciso dal caso; chiunque stesse esplorando la foresta, lì vicino a noi, chiunque si aggirasse alla ricerca del suo gregge, a caccia, o solo a consumare un incontro d’amore riuscì a minare il perfetto equilibrio che teneva tutti noi fermi, ognuno in attesa della decisione dell’altro. In attesa della detonazione.

Il mio straniamento si aggrappò a quel suono e gli occhi bassi, intenzionalmente puntati sul terreno, si alzarono per incrociare quelli del lupo. Le orecchie fischiavano forte quando i nostri sguardi si unirono, pupilla contro pupilla. Ci sondammo a vicenda cercando le nostre intenzioni; paura, solo paura riuscii a captare negli occhi fermi del lupo. Le sue orecchie, al pari delle mie, tentavano di capire da quale parte giungesse la presenza che avevamo intercettato.

Il tempo è un parametro oggettivo ma può dilatarsi o contrarsi durante esperienze particolari.
Quel momento che oggettivamente durò in tutto qualche minuto stabilì fra l’animale e me un legame che appariva duraturo, nel quale la mia e la sua volontà improvvisamente erano diventate la stessa. Fuggire. Tornare ognuno al suo ambiente, riconoscere la musica usuale del nostro tempo, quella che ci aveva cresciuti e accompagnati fino a quel momento.

Non ci furono slanci, il lupo non si gettò sul gregge, io non imbracciai bastoni per difendermi, le pecore rimasero ferme e mute in uno stato d’animo che, modulato sulle nostre capacità di sentire, investì tutti contemporaneamente.
Non ho mai capito chi fosse intervenuto a salvare le nostre vite, così come non ho mai saputo se il lupo ci avrebbe veramente attaccati o se, anch’egli intimorito, volesse solo difendere il suo spazio.

Quell’esperienza è riuscita però a indirizzare la mia vita, a dipanare il groviglio di sensazioni che mi spingevano verso la conoscenza, verso l’apertura a nuove realtà e al contempo mi legavano sempre più saldamente al mondo atavico che mi aveva concepito e che sentivo come un guscio capace di proteggermi da quello che sarebbe stato.

Nel crepuscolo di quella sera calma ed uguale ad ogni altra sera ho palpato con ogni mio senso la forma della musica.
E nel tempo a venire, forte di quella consapevolezza che ha cambiato il mio modo di udire i suoni ho composto la mia opera più cara, “Pierino e il lupo”.
Ringrazio i boschi, il vento, l’ora blu dell’imbrunire nella quale mi sono attardato, tutti i suoni che hanno accompagnato la mia vita… e il lupo.
(Sergej Sergeevic Prokof’ev)

Di seguito il link allo spettacolo bolognese di “Pierino e il Lupo” di Prokof’ev (nella versione: Abbado-Benigni): https://youtu.be/cwXXUwcKWUQ

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