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Oggi parliamo di bei libri e di…belle recensioni

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A sinistra la copertina della prima edizione italiana del 1950 di Mondadori nella mitica collana di “La “Medusa, I grandi narratori d’ogni paese”. La versione Kindle del romanzo è disponibile su Amazon a 0,99 euro. A destra la locandina del film del 1974 con Robert Redford e Mia Farrow (su Prime Video). Una versione del 2013, interpretata da Leonardo di Caprio, è disponibile su Netflix.
Recentemente su Amazon ad appena 2,99 euro è stata riproposto un libro che non dovrebbe mancare in ogni casa, I cento libri di di Pietro Dorfles raggruppati per temi esistenziali.
Tra questi 100 enormi capolavori della letteratura mondiale, da leggere prima di iniziare qualsiasi cosa, ne no scelto uno che mi pare vagamente attinente al tema della esaltazione delle forze del mercato.
È un romanzo, magistralmente scritto, che si svolge nell’America nei ruggenti anni venti quando la mano invisibile dell’interesse privato dispensava ricchezza e divertimento a iosa, ma, forse, in misura non proprio appropriata.
Uno scrittore dalla sensibilità non comune ha colto questo momento magico attraverso un personaggio, Jay Gatsby, a suo modo epico, che ne ricorda molti anche del nostro tempo che oggi si chiamano Elon, Mark, Sam ecc.
Se avete altri cinque minuti leggetevi questa magistrale scheda di lettura di Pietro Dorfles.

«Il solo oggetto assolutamente immobile nella stanza era un divano enorme su cui erano posate come nella navicella di un pallone frenato due giovani donne […]. Quando Tom Buchanan chiuse le finestre e il vento si spense nella stanza, le tende e i tappeti e le due donne calarono lentamente a terra.» C’è in queste immagini in movimento, come in un frammento di pellicola, un elemento essenziale della prosa di Scott Fitzgerald, ed è il montaggio quasi cinematografico delle sue storie, che riesce a restituire il ritmo tumultuoso della vita dell’America, di New York e dei suoi eleganti sobborghi residenziali negli anni che seguono la Grande Guerra. E qui la scrittura, essenziale, modernissima, piena di dialoghi fulminanti, è del tutto funzionale al drammatico intreccio.

Siamo nella prima metà degli anni Venti, probabilmente a Long Island, e la voce narrante è quella del personaggio più grigio e meno originale della storia: Nick Carraway, figlio di un’agiata famiglia del Midwest, agente di Borsa a New York più per fuggire dalla provincia e da una fidanzata invadente che per convinzione. Onesto, un po’ puritano, irresoluto, conformista, vive in una villetta prossima a quella, ben più lussuosa, di sua cugina Daisy, moglie di Tom Buchanan, ricchissimo ex campione di football. Vicino alla casa di Nick sorge la favolosa, pacchiana villa di Jay Gatsby, miliardario la cui fortuna ha origini oscure.

Gatsby, da casa sua, si incanta a guardare la luce del faro verde che segna il molo della casa dove vivono Tom e Daisy, sull’altro lato della baia, perché è da sempre innamorato di lei. Nick viene invitato a una delle sue sfarzose feste, fa amicizia con il padrone di casa, e per suo tramite Gatsby riesce a rivedere Daisy, con la quale riprende una relazione interrotta prima della guerra. La cosa non sembra scuotere l’equilibrio della coppia, visto che Tom è l’amante della florida moglie di un benzinaio. Ma in un drammatico pomeriggio di domenica, durante una gita che i quattro protagonisti fanno in città, Gatsby dice a Tom che sua moglie non lo ama, che ha sempre amato lui e che lui gliela porterà via. Daisy, indecisa, non sa cosa dire. Ma sulla via del ritorno l’automobile di Gatsby, guidata da Daisy, investe accidentalmente e uccide la moglie del benzinaio. Quest’ultimo, convinto che Gatsby sia stato l’assassino e forse l’amante della moglie, lo uccide e poi si spara. Tom e Daisy, prudentemente, si allontanano per qualche mese. Nick sarà l’unico, assieme al vecchio padre di Gatsby, a seguire il funerale dell’amico, e dopo poco, disgustato dal cinismo e dalla corruzione della società newyorkese, tornerà nella provincia da cui era venuto.

Il racconto però sarebbe monco se non aggiungessi che Gatsby, che fa credere di essere ricco di famiglia, di aver studiato a Oxford e di essere un eroe della Grande guerra, è in realtà il figlio di una famiglia di contadini, e ha fatto fortuna con il contrabbando e con traffici poco puliti. Tra lui e l’arrogante Tom, figlio di miliardari, c’è una differenza di fondo: sono ricchi tutti e due, ma mentre Gatsby non ha la classe di Tom, Tom non ha la vitalità, il bisogno di affermarsi e di conquistare la donna che ama che ha Gatsby. Tom ha conquistato Daisy con la sua ricchezza e con il suo fisico atletico, ma è Gatsby che la può riconquistare.

Raccontando la vita dei suoi personaggi a partire dagli intrecci sentimentali, Fitzgerald descrive le diverse prospettive con cui viene affrontata l’esistenza nei diversi ambienti sociali. «Che cosa facciamo dopo pranzo? E che cosa facciamo domani? E nei prossimi trent’anni?» si chiede Daisy, dandoci la dimensione della noia di una vita in cui trovare il modo per occupare il tempo è un problema. Mentre Gatsby è impegnato a farsi accettare dalla buona società, e a mettersi in luce agli occhi di Daisy, dando feste fantasmagoriche, piene di celebrità e di gente non invitata, dove però si susseguono solo pettegolezzi, imbarazzanti ubriachezze, litigi, signorine che cascano nelle fontane. Ed è vero che in una società giovane come quella americana, dove non esistono forti stratificazioni di classe, il denaro è tutto, e anche l’ex contrabbandiere Gatsby ha diritto di essere rispettato e di circondarsi di persone importanti. Malgrado nella sua vita si sia sempre circondato di persone a cui ha cercato di essere simpatico, però, è un uomo solo, e nessuno dei tanti ospiti delle sue feste, come Tom e Daisy, borghesi indifferenti e cinici, seguirà il suo funerale. In conclusione, è il risentimento di un benzinaio, l’esistenza di una distanza incolmabile tra ricchi e poveri, a produrre il dramma finale. Quasi a ricordarci che una democrazia non è compiuta fino a quando non ci sono pari opportunità per tutti, e la distribuzione della ricchezza può essere tanto ingiusta da produrre odio e fratture insanabili.

Nella tragica conclusione della storia, nell’immagine del funerale con il padre, povero e ingenuo contadino, che seppellisce un figlio diventato ricchissimo, sembra esserci l’allegoria del declino del sogno americano, del mito del self made man, della vorticosa vitalità degli anni del jazz e del proibizionismo, del veloce accumularsi di grandi fortune che ha caratterizzato lo sviluppo degli Stati Uniti tra le due guerre. All’orizzonte, sembrano già delinearsi la grande depressione, la crisi e la seconda guerra mondiale.

Da: Piero Dorfles, I cento libri, Garzanti, Milano, Edizione del Kindle, 2014
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