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La vittoria e la sconfitta: i due impostori moderni

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Vincita o sconfitta, la grande sfida di questa epoca. Crescere in consapevolezza può far nascere il timore di tornare indietro.

Molti anni fa, durante un torneo di tennis fui scelta come testa di serie di una squadra. Riuscii a vincere tutte le partite, tranne l’ultima. Nonostante il buon vantaggio, persi ai tie-break in una maniera quasi ridicola. Uscii dal campo e mi venne urlato dall’allenatore che avevo perso non per mancanza di tecnica, ma per la mia “paura di vincere”.  

Questa frase, durante la vita mi è ritornata alla mente in più occasioni, perché saper vincere non è così facile, ma è sicuramente più facile che saper perdere senza cercare i colpevoli al di fuori di sé stessi.

Noto oggi che si sta concretizzando una nuova cultura della sconfitta, atta ad esaltare una effimera cultura della vittoria. 

Sconfitta e vittoria sono l’espressione della competizione, ma attenzione sono anche due grandi ingannatori, in quanto sono le facce di una stessa medaglia.

La paura di vincere è spesso celata nel nostro profondo, la temiamo e soprattutto siamo intimoriti a parlarne pubblicamente. La paura di vincere interessa tutte le persone che ambiscono al successo e al tempo stesso lo temono. Sembra assurdo? No, non lo è, e rileggendo la lettera scritta al proprio figlio dallo scrittore britannico e premio Nobel per la letteratura nel 1907, Rudyard Kipling, dal titolo Se, possiamo capire un po’ meglio la questione.

Se riesci a tenere la testa a posto quando tutti intorno a te
l’hanno persa e danno la colpa a te,

se puoi avere fiducia in te stesso quando tutti dubitano di te, ma prendi in considerazione anche i loro dubbi.
Se sai aspettare senza stancarti dell’attesa,o essendo calunniato, non ricambiare con calunnie, o essendo odiato, non dare spazio all’odio, senza tuttavia sembrare troppo buono, né parlare troppo da saggio;

Se puoi sognare, senza fare dei sogni i tuoi padroni;
se puoi pensare, senza fare dei pensieri il tuo scopo, se sai incontrarti con il Successo e la Sconfitta e trattare questi due impostori allo stesso modo.

Se riesci a sopportare di sentire la verità che hai detto.

Distorta da imbroglioni che ne fanno una trappola per gli ingenui, o guardare le cose per le quali hai dato la vita, distrutte,e piegarti a ricostruirle con strumenti usurati. Se puoi fare un solo mucchio di tutte le tue fortune
e rischiarlo in un unico lancio di una monetina,
e perdere, e ricominciare daccapo
senza mai fiatare una parola sulla tua perdita.
Se sai costringere il tuo cuore, nervi, e polsi
a sorreggerti anche quando sono esausti,
e così resistere quando in te non c’è più nulla
tranne la Volontà che dice loro: “Resistete!”

Se riesci a parlare alle folle e conservare la tua virtù,
o passeggiare con i Re, senza perdere il contatto con la gente comune,
se non possono ferirti né i nemici né gli amici affettuosi,
se per te ogni persona conta, ma nessuno troppo.
Se riesci a riempire ogni inesorabile minuto
dando valore a ognuno dei sessanta secondi,
tua è la Terra e tutto ciò che contiene,
e – cosa più importante – sarai un Uomo, figlio mio!

Perche ci spaventa la vittoria

Kipling evidenzia i due impostori, successo e sconfitta, da trattare allo stesso modo, sapersi liberare dal timore di deludere, di sbagliare, dalla paura di non essere all’altezza delle aspettative delle persone che amiamo, dall’ansia di dover mantenere il prestigio sociale che deriva dalle vittorie. Eppure sappiamo, sperimentiamo e comprendiamo che la vita è composta di alti e bassi, di momenti vincenti e momenti nei quali ognuno di noi perde qualcosa. Nella vita si presentano ostacoli, alcuni dei quali rischiano di sfuggire alla nostra illusione di controllo. Tuttavia, spesso, non sappiamo, che è la nostra mente che ci mette alla prova, in poche parole, ci “autosabotiamo” per paura del cambiamento e delle possibili conseguenze delle nostre azioni.

Perché la sconfitta ci spaventa di più? 

Forse la nostra è un’epoca in cui la vittoria sembra essere l’unico metro di misura per decretare il bene e il male di una persona, quello che è giusto e ciò che è sbagliato, il valore più superficiale.

A volte il successo può “coprire” molti errori, al tempo stesso importanti azioni di valore possono finire nel caos di una sconfitta.

È un perverso iter che ci imponiamo per voler primeggiare a tutti i costi. Accade nella vita di tutti noi: inizia con la scuola, dove gareggiano i genitori quali procreatori di futuri geni delle scienze, delle lettere o possibilmente dello sport più remunerativo. A volte nessuno si pone il problema che un figlio diventi una persona priva di talento volontario, l’importante è che sia capace di sapersi vendere ad un pubblico sempre più affamato di vite da esibire in pubblico.

Non c’è la preoccupazione di una preparazione fatta di studio e fatica, l’importante sono le scorciatoie per realizzare denaro e fama, per conquistare quello che oggi è il successo. È come se la vittoria potesse divenire uno scudo contro tutte le nostre ansie e paure quotidiane.  Poi  c’è il lavoro, ovvero sarebbe meglio chiamarlo il ruolo del lavoro, il ruolo può divenire soggiogante, la conquista di una identità da poter da esercitare sugli altri per ottenere un sorta di rispetto di apparenza. E la vita privata? A quale costo è vissuta? In questo caso la sconfitta non è prevista, non è assolutamente contemplata, sarebbe un fallimento difficile da elaborare, un lutto che imporrebbe l’esclusione dalle relazioni sociali. 

La sconfitta oggi viene ritenuta una debolezza

Gli errori sono protagonisti della nostra esistenza, noi tutti abbiamo bisogno di sbagliare per comprendere, a patto ovviamente di trarne la giusta lezione che ci servirà per andare avanti nel cammino della vita, una caduta che ci insegni a saperci rialzare. Praticamente non tutti quelli che “errano” si sono persi.

 

Per quanto possa sembrare strano, alle volte, abbiamo proprio bisogno di commettere sbagli. Sbagliare, un verbo che ha un’etimologia particolare: deriva da abbagliare, che a sua volta deriva da bagliore, ovvero dal latino “balium”, variante di phaliós‘, bianco, lucente’, quindi con davanti la s- sottrattiva, il significato diventa “senza luce”.  Come se i nostri errori togliessero in qualche modo luce, trasparenza alla nostra vita. Sbagliare non è mai piacevole, ma è una condizione umana che dobbiamo accettare, in alcuni casi è anche liberatoria. Solo conoscendo i nostri limiti, possiamo liberarci delle nostre paure e imparare dai nostri errori.

Ci sorprenderà  apprendere che ogni errore non solo è un’opportunità di consapevolezza, ma è la chiave di volta per crescere, per stupirsi ed attivare il motore dell’apprendimento,

La nostra epoca, sempre più velocizzata, conferisce significato solo alla vittoria, che non prevede errori e non contempla la sconfitta, o perlomeno la considera come qualcosa di degradante, di cui vergognarsi. Ma è proprio nella sconfitta che avviene il miglioramento della nostra vita, la rinascita, la “lezione” per imparare la cosa più importante per l’essere umano, avere il coraggio di cadere per imparare a sapersi rialzare.

Non esiste essere umano che vinca sempre. Una vita costruita sul mito dell’eroe non ci aiuta  a crescere. La vita che pulsa chiede di essere alimentata dallo stupore, perché tutto finisce quando ci si arrende, quando non si ha più la volontà di commettere errori, quando siamo disposti a subire la vita per non doverla  vivere con tutte le sue incognite.

Il concetto di sconfitta non è la fine, non è il fallimento, bensì l’accettazione di una condizione per un nuovo inizio.  Non sempre è la conseguenza di un demerito, anzi, più siamo disposti a riconoscerlo, più aumentano le possibilità di superarlo e ribaltarlo. È un’epoca nella quale non “educhiamo, non contempliamo la comprensione della paura” del superamento dell’errore, della sconfitta per dimostrare a noi stessi che siamo in grado, che abbiamo i mezzi e le risorse  per rialzarci. Accettare, riconoscere la sconfitta dimostra il coraggio di riprovarci. In cambio la vittoria ci ricorda che non può mai essere definitiva, non permette di sedere sui suoi alloriEssere capaci di sorridere alla vita, dopo una sconfitta, quella si che è la vera vittoria finale.

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2 COMMENTS

  1. Un plauso per l’ennesima chicca regalata a noi lettori.
    Come al solito Elena Tempestini e’ sul pezzo nel trovare gli argomenti che meglio si adattano alla condizione umana che stiamo vivendo.
    Istruttivo e utile, quindi, leggere considerazioni proprie che vengono abilmente anche valorizzate da citazioni autorevoli di letterati indiscussi, riconosciute, sedimentate e consolidatesi nel tempo.
    Con altre parole e ricorrendo alla metafora del portfolio fotografico, in qualche modo un mio recente scritto (https://laquartadimensionescritti.blogspot.com/2023/04/fotografia-menabo-di-un-portfolio.html) percorre quasi in parallelo gli stessi argomenti da lei trattati.
    La cosa rincuora e non fa sentire sole quelle particelle di sodio che navigano nella famosa pubblicita’ della nota acqua minerale.
    Leggere scritti della Tempestini porta conforto. Buona luce a lei e alla ecletticita’ che sempre la contraddistingue.

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