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La ricerca della madre e il film Primavera

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L’articolo che pubblichiamo è una riflessione molto profonda dell’autrice del libro “Le figlie della Pietà tra Otto e Novecento. Il terzo settore di una volta”.L’occasione è l’uscita del film Primavera che ha avuto un notevole successo nelle sale cinematografiche. L’autrice coniuga l’esperienza accademica e archivistica con una sensibilità umana “partecipativa”. Il racconto illumina un angolo cieco che spesso la letteratura e il cinema, per esigenze narrative o drammatiche, tendono a colorare di toni più conflittuali: il perdono preventivo.

Mentre il romanzo di Scarpa e la trasposizione cinematografica di Michieletto si concentrano sulla tensione emotiva e sulla musica come sublimazione di un’assenza, la ricerca d’archivio riporta il baricentro sulla realtà del legame biologico inteso come completamento identitario, privo di rivendicazione.Il suo libro sembra essere il naturale e necessario contrappunto alla finzione letteraria: se Scarpa ci dà la “musica” dell’anima delle esposte, lei ci restituisce la loro “voce” nuda, scritta con calligrafie incerte ma piene di dignità. Buona lettura.

Qualche settimana fa ho visto al cinema il film “Primavera” tratto liberamente dal romanzo di Tiziano Scarpa “Stabat mater”, vincitore del Premio Strega nel 2009. Mi è piaciuto molto soprattutto per l’ambientazione e anche per l’interpretazione degli attori davvero bravissimi. Nei giorni successivi alla visione del film ho ripreso in mano il libro di Scarpa che avevo letto parecchi anni fa, quando era uscito.

Le modifiche e le aggiunte apportate dal regista rispetto al testo in questione rendono il film particolarmente interessante e, pur ambientato nel Settecento, in parte attuale perché toccano argomenti quali la sessualità, il ruolo della donna nella società, il bisogno di conoscere le proprie origini, la capacità salvifica della musica.

Il mio interesse nei confronti dell’Istituto per l’infanzia Santa Maria della Pietà di Venezia iniziò quando ero all’Università. Per alcuni pomeriggi alla settimana, assieme ad altre ragazze, mi occupai come volontaria dei bambini più grandi ospiti dell’Istituto. Avevano circa due anni, al massimo due anni e mezzo. Li facevamo giocare nelle stanze della nursery, portandoli fuori dal box dove avrebbero dovuto stare per tutto il giorno.

In particolare cominciai a seguire un bambino che aveva rarissimi rapporti con la famiglia materna e non era mai uscito dall’Istituto. Mi fu concesso anche di portarlo a casa mia spesso nei fine settimana. Smisi di frequentare l’Istituto dopo circa tre anni quando, in vista di una sua adozione, la famiglia materna si fece più viva e infine lo prese a vivere con sé.

Alcuni anni fa, quando andai in pensione, ripensando a quell’esperienza, chiesi di poter accedere all’Archivio dell’Istituto per conoscere la vita degli esposti e l’organizzazione dell’Istituto. Ciò mi fu concesso e per circa quattro anni feci una ricerca sulle bambine abbandonate che in seguito pubblicai con la casa editrice goWare di Firenze (dicembre 2019). Il titolo del libro è “Le figlie della Pietà tra Otto e Novecento. Il terzo settore di una volta”.

In Archivio ho consultato circa mille fascicoli personali per conoscere l’esistenza di quelle bambine, poi donne, ma non è stato facile. I documenti contenuti nei fascicoli (lettere, certificati medici o scolastici,.ecc….) forniscono informazioni molto frammentarie, tracciano qua e là pezzetti di storie che quasi sempre non si sa nemmeno come vanno a finire e risultano infine non esaustive.

Il mio libro perciò riporta quanto da me è stato possibile ricostruire in brevi capitoli tematici (l’abitazione, la scuola, i matrimoni, i parenti, la Giustizia, ecc…). Tra questi c’è “La ricerca della madre”, tema che ha ispirato il libro di Tiziano Scarpa e recentemente il film di Michieletto.

Nei fascicoli personali ho trovato numerose lettere che le esposte scrivono all’Istituto o al Parroco del luogo dove sono nate, soprattutto quando si avvicinano alla data del matrimonio o dopo la nascita dei figli. Sono lettere molto commoventi. O almeno per avere sue notizie: se è in vita Non sono scritte con la finalità di rivangare il passato, di vendicarsi per l’abbandono o di ricevere vantaggi economici, ma semplicemente per conoscere la madre naturale o almeno per avere sue notizie: se è in vita, in che condizioni si trovi, se si è fatta una famiglia, se ha avuto altri figli. Lo scopo della richiesta è conoscere le proprie origini e avere, solo se è possibile, un minimo contatto con chi l’ha messa al mondo, un bacio, un abbraccio. Le esposte sperano di poter conoscere la propria madre anche per aiutarla se vecchia o priva di mezzi. Garantiscono inoltre di non avere l’intenzione di menomare la tranquillità e la pace dell’eventuale famiglia che la madre potrebbe essersi creata. Tutto rimarrà segreto, nel silenzio.

E fanno questo non perché si trovano male con i genitori adottivi (l’Istituto mandava gli esposti appena nati presso genitori adottivi in campagna, pagando un compenso) ma solo per completare la propria identità.

A mio parere questo aspetto non è sufficientemente evidenziato soprattutto nel romanzo di Scarpa, in parte nel film di Michieletto. Per le esposte era importante soltanto rintracciare la madre o almeno vederla anche solo una volta, senza indagare sul suo passato, senza rancore. Ma questo aspetto si coglie solo frequentando l’Archivio, leggendo i documenti. Come ha scritto Deborah Pase, l’archivista della Pietà, nella presentazione al mio libro ”Le vite di Anna, Gina, Emma, Speranza, Angela, Eufemia e delle altre donne, pur essendo diverse tra loro e contraddistinte da un destino più o meno felice, sono accumunate dalla disperata e accorata richiesta di conoscere la propria madre naturale, una continua ricerca delle proprie origini e di quel tassello mancante per completare la propria identità, che consentisse loro di andare oltre il segreto che circondava la maggior parte degli abbandoni, e di ricevere finalmente il bacio affettuoso della propria madre, “senza rancore”, come scrive Gina, che era stata educata fin da piccola a comprendere le miserie della vita, le debolezze e gli errori.”

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