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Elezioni CSR, sosteniamo l’alternanza, votando la lista n.2

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Ogni tre anni la governance d’impresa vuole che i soci di una società eleggano un nuovo Consiglio di amministrazione e un nuovo Collegio sindacale. Anche la CSR, Cassa di sovvenzioni e risparmio tra il personale della Banca d’Italia, non viene meno a questa indispensabile liturgia, cosicché eccoci davanti alle due liste di candidati per il 2026-2029, stilate, in rappresentanza di dipendenti e pensionati dell’azienda madre, dai sindacati maggioritari. E cioè:

LISTA N.1 “FALBI-SIBC PER I SOCI CSR”

LISTA N.2 – “CSR: PIÙ VALORE, PIÙ SERVIZI”, sostenuta da CGIL, CIDA, CISL, FABI E DASBI

Ai soci azionisti viene richiesto di risolvere il dilemma tra continuità e alternanza rispetto al mandato che si conclude, tenendo presente che la partecipazione al voto è strutturalmente bassa (poco più di un terzo della compagine di 16.000 unità). Ragione per la quale per essere vincente a una lista sono sufficienti 2800/2900 voti. Nelle scorse elezioni la lista Falbi Sibc superò la lista Cgil CIDA per 162 voti. Il risultato finale dipende quindi da uno spostamento minimo delle preferenze. Nel 2023 furono determinanti coloro, noi compresi, che non si riconobbero nella consiliatura in scadenza segnata da inefficienze di rilievo, dando fiducia al cambiamento. Che purtroppo non c’è stato almeno nella misura che era ragionevole attendere. Le inefficienze nella gestione della banca sono tuttora visibili dal bilancio sottoposto al voto, non risultando impostato alcun progetto per il loro superamento.

L’analisi di qualificati esperti ha infatti concluso con questa valutazione di sintesi.

“Il giudizio complessivo sulla gestione finanziaria della CSR è critico su due distinti piani. Sul piano patrimoniale, il CET1 elevato è un dato rassicurante solo in apparenza: l’ esposizione a minusvalenze latenti sui titoli ne ridimensionano la portata reale e segnalano un’esposizione al rischio di tasso che, in uno scenario di ulteriore volatilità, potrebbe tradursi in perdite concrete. Sul piano reddituale, il problema è più profondo e di natura gestionale: un patrimonio di tanta rilevanza genera un flusso di reddito del tutto sproporzionato verso il basso. Questo non è un esito inevitabile della missione mutualistica: è il risultato di scelte di allocazione e di gestione del portafoglio che si sono rivelate, nel tempo, insufficienti. La sfida per la CSR non è quella di trasformarsi in un intermediario profit-oriented: è quella di dimostrare che la mutualità può essere anche efficienza, che il patrimonio dei soci merita di essere governato con lo stesso rigore analitico che ci si aspetterebbe da qualsiasi operatore professionale, e che i benefici erogati possono e devono riflettere una gestione che crei valore, non si limiti a conservarlo.”

In calce un giudizio critico ancora più dettagliato.

Il cambiamento si è trasformato in continuità, a dispetto di quanto promesso al momento del voto, lasciando cadere nel vuoto anche il suggerimento rivolto al Consiglio nell’assemblea 2024 di farsi aiutare da qualche consulenza professionale di primario livello nella gestione dei 4 miliardi di titoli, il cui rendimento è estremamente contenuto, mentre il livello di rischio è abbastanza elevato.
Di fronte a queste inefficienze è difficile pensare non ci sia stata nel corso del triennio nemmeno una voce critica all’interno della maggioranza, a meno che la mancata riconferma di alcuni consiglieri non sottenda proprio l’esistenza di posizioni meno allineate. Il fatto, ove non smentito, sarebbe almeno la prova di una minima dialettica, di cui non sarebbe stato male avere notizia.

D’altro canto gli stessi promotori della lista n. 1 non sembrano del tutto soddisfatti dei risultati raggiunti, se dei 3 esponenti che vengono ora riproposti due, tra cui il Presidente del Comitato Rischi, sono inseriti solo in quarta e sesta posizione. In verità, non un grande riconoscimento del loro operato.

Che fare quindi?

La risposta è obbligata ed è di provare a cambiare ancora una volta il governo della banca, insistendo nell’alternanza fino a quando non si abbiano segnali di maggiore efficienza, a vantaggio dei soci.

Prendiamo atto che nella lista promossa da CGIL, CIDA, CISL, FABI e DASBI vengono schierati quali candidati ex dirigenti con lunga esperienza nella vigilanza creditizia, cui non possono sfuggire gli effetti della mancata ottimizzazione del rapporto rischio-rendimento degli asset gestiti da una banca.

In base a queste considerazioni, noi votiamo la lista n. 2, con l’auspicio che qualcosa si muova veramente e non che tutto cambi, affinché nulla cambi.

Quanto allo spirito cooperativo che siamo tutti convinti di dover preservare, ribadiamo che proprio l’aumento dei ricavi può, a parità di rischio e stante i benefici goduti dalla CSR quanto a costi operativi, consentire maggiori vantaggi, in termini di remunerazione del risparmio raccolto, contenimento dei tassi sui prestiti, ammontare dei dividendi e valore delle azioni, e ultimo, ma non ultimo, maggiore quota da devolvere ai sensi del Regolamento Opere Assistenziali.

Siamo tanto speranzosamente convinti da sollecitare anche altri colleghi a seguire il nostro esempio, votando la

       LISTA N.2 – “CSR: PIÙ VALORE, PIÙ SERVIZI”

perché, a costo di ripeterci, basta poco per promuovere il ricambio, con l’auspicio che esso costituisca finalmente la volta buona per l’esercizio di maggiori competenze e non per il governo di posizioni di rendita.

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CSR – Bilancio 2025: Analisi critica

Cassa di Sovvenzioni e Risparmio fra il personale della Banca d’Italia

La struttura in sintesi

Voce Importo
Totale attivo 5,75 miliardi di euro
Raccolta clientela 4,68 miliardi di euro
Portafoglio finanziario 4,35 miliardi di euro
Patrimonio netto 977 milioni di euro
Utile netto 44,2 milioni di euro
Total Capital Ratio 40,70%

 

1. Il nodo centrale: capitale astronomico rispetto all’attività

Un Total Capital Ratio del 40,70% a fronte di un requisito di vigilanza del 13,10% (e del target di stress al 15,60%) significa che la CSR detiene circa tre volte il capitale regolamentare minimo di stress. È un’anomalia strutturale, non una virtù. Quel capitale non lavora, non remunera, non crea valore mutuale: è semplicemente parcheggiato.

2. ROE: il grande paradosso

L’utile di 44,2 milioni su un patrimonio medio di circa 933 milioni produce un ROE di appena il 4,7%. In sé non sarebbe scandaloso, ma diventa tale considerato che:

•       Il portafoglio titoli da 4,35 miliardi rende un tasso medio implicito del solo 1,28% (inclusi BTP e obbligazioni sovranazionali a costo ammortizzato e FVOCI);

•       Il vero motore del conto economico non è l’attività bancaria ma i dividendi: 10,2 milioni sulla quota BdI + 20,8 milioni su titoli azionari quotati = 36,6 milioni totali, quasi metà dell’utile netto. Senza quella voce, il conto economico precipita.

3. I tassi pagati ai soci: il paradosso mutualistico

La CSR si definisce banca mutualistica e rivendica di remunerare i soci “a livelli più favorevoli della concorrenza”. I dati dicono:

Strumento Tasso implicito 2025 Stock
Conti correnti (71% della raccolta) 0,76% 3,33 miliardi
Time deposit 2,86% 967 milioni
Dividendo per azione 3,56% (su valore plateale 45 €) 1,60 €/azione

 

Il conto corrente ordinario — su cui giacciono 3,33 miliardi, il 71% della raccolta totale — rende ai soci meno dello 0,8%. Con la BCE ferma al 2,15% per tutto il secondo semestre 2025, la remunerazione dei depositi a vista è rimasta largamente sotto il tasso di politica monetaria. Non è mutualismo, è rendita.

4. Il margine di interesse: la spia rossa

Il margine di interesse crolla da 33,3 milioni a 21,8 milioni (-34% in un anno). Gli interessi attivi sui titoli sono rimasti stabili (55,6 vs 55,9 milioni), ma quelli attivi sulle banche crollano da 16,3 a 9,8 milioni — effetto diretto del calo dei tassi BCE sui depositi overnight. La forbice si stringe drasticamente.

La CSR ha trascinato per anni rendimenti da tassi alti sui depositi BCE senza costruire un modello reddituale autonomo. Ora che quei tassi scendono, il margine evapora.

5. La redditività “complessiva” gonfiata dalle OCI

L’utile netto è 44,2 milioni, ma il bilancio esibisce una redditività complessiva di 124 milioni, perché le riserve OCI (fair value su obbligazioni) si rivalutano di 79,8 milioni. Questo non è cassa, non è distribuibile direttamente, ed è reversibile: sono le stesse riserve che negli anni precedenti avevano gonfiato le perdite latenti. Il confronto 2024 è impietoso: allora la redditività complessiva era solo 42 milioni.

6. Il valore intrappolato: a chi appartiene questo patrimonio?

Con 977 milioni di patrimonio netto e 15.066.626 azioni in circolazione, il valore patrimoniale reale per azione è 64,8 euro. Il valore plateale di rimborso riconosciuto al socio che recede è invece 45 euro. La differenza — 19,8 euro per azione — rimane intrappolata nella cassa. Moltiplicata per il numero totale di azioni, questa differenza rappresenta circa 298 milioni di valore formalmente di pertinenza dei soci ma di fatto non restituibile.

Il dividendo annuo di 1,60 euro per azione, calcolato sul valore patrimoniale reale anziché sul valore plateale, esprime un rendimento effettivo dell’2,5% — non il 3,56% che appare rapportandolo al valore plateale artificialmente depresso.

Non si tratta di un dettaglio tecnico-contabile. È la misura esatta di una rendita istituzionale: il patrimonio è stato costruito sistematicamente trattenendo la differenza tra il costo della raccolta — remunerata ai soci a tassi da deposito a vista — e i rendimenti degli investimenti. Il socio finanzia l’istituzione a condizioni sfavorevoli, contribuisce alla costruzione di un patrimonio che non gli viene riconosciuto al valore reale, e quando esce incassa meno di quanto ha contribuito a creare.

Sintesi valutativa

La diagnosi confermata dal bilancio 2025 è la stessa degli anni precedenti: capitalizzazione eccessiva, redditività strutturalmente insufficiente, distribuzione ai soci inadeguata, e un modello di “mutualità” che si riduce a tassi sui depositi leggermente meno penalizzanti rispetto alla media di sistema. L’utile dipende per oltre il 40% da dividendi azionari e sulla quota BdI, cioè da fonti non riproducibili a piacimento e non collegate all’attività creditizia verso i soci.

In sintesi: egualitarismo al ribasso, con un patrimonio che appartiene formalmente ai soci ma non lavora per loro. Con inequivocabili riflessi anche sulle politiche assistenziali.

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