Home Educazione Finanziaria Ma la finanza può essere sexy? Come un tramonto a Bali

Ma la finanza può essere sexy? Come un tramonto a Bali

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A cheerful theory says Todd’s retirement fund is secretly invested in goodwill, respect, and legendary stories.

Tradotto: il fondo pensione esiste, solo che è investito in stima, rispetto e storie che varranno qualcosa, prima o poi.

Una forma di ottimismo che funziona benissimo finché non arriva la bolletta.

Todd non è un nome a caso. È l’archetipo del consumatore  moderno — un po’ bohémien e un po’ figlio del marketing delle “esperienze” — che ha deciso di scambiare il proprio futuro finanziario con un presente ricchissimo di aneddoti.

Todd è quello che ha comprato NFT di gattini convinto di finanziare la propria vecchiaia, o che ha “investito” i risparmi di una vita in un viaggio per “trovare se stesso”.

È quello che non possiede fondi o titoli, ma possiede una straordinaria collezione di tramonti, ritiri spirituali, festival puntualmente postati sui social e racconti iniziati con la frase: “A Bali ho capito una cosa fondamentale su di me…”

In effetti, pianificare troppo è triste, mettere soldi da parte è poco sexy e parlare di previdenza ha il fascino erotico di un termosifone spento. Molto meglio “vivere il presente”, come se il presente fosse gratis e il futuro una pratica da sbrigare più avanti.

Niente di nuovo, si dirà: il carpe diem è vecchio di duemila anni.

La differenza è che Orazio non aveva Instagram, non aveva il mito pop dello You Only Live Once e, soprattutto, non aveva intorno un’industria miliardaria costruita sulla vendita dell’attimo fuggente.

Del resto, gli oggetti stancano: l’auto elegante si graffia, invecchia, perde valore. Le esperienze, invece, hanno un vantaggio paradossale: finiscono. E proprio perché finiscono non fanno in tempo a diventare sfondo. Restano sospese nella memoria, dove la mente può lucidarle e trasformare la pioggia battente, il treno perso e la notte scomoda in una storia divertente da raccontare a cena.

È il potere della memoria selettiva: le cose si consumano, i ricordi spesso migliorano. Un oggetto rimane esterno a noi; un’esperienza, soprattutto se narrata bene, finisce per entrare nella nostra identità. Per questo compriamo viaggi, concerti, festival: non acquistiamo solo momenti, ma materiale narrativo per dire chi siamo.

Il rovescio della medaglia è la “trappola dell’esperienza”: una forma di consumo travestita da crescita personale. Ogni weekend deve diventare memorabile, ogni viaggio deve produrre contenuti, ogni tramonto in posti esotici deve dimostrare che stiamo vivendo.

Tutto questo è vero. Il problema è che la trappola si chiude proprio qui: quando la cultura dell’esperienza smette di arricchire e inizia a sostituire. Il sé ritrovato, purtroppo, non è deducibile fiscalmente.

Gli economisti comportamentali parlerebbero di present bias: la tendenza a sopravvalutare il presente rispetto al futuro, come se il futuro fosse sempre un problema di qualcun altro.

La saggezza popolare lo diceva in modo più semplice: meglio un uovo oggi o una gallina domani? La risposta dipende da quanto ci fidiamo del domani. E da quanto siamo capaci di aspettare.

Ovviamente non bisogna rinunciare ai viaggi, all’amore, agli errori di gioventù o a una certa quota di imprudenza gioiosa. Collezioniamo ricordi, amici, avventure.

Ma lasciamo che, da qualche parte, lavori anche qualcosa di meno scenografico e più utile: un PAC, un fondo, una riserva di liquidità, una forma di disciplina finanziaria abbastanza noiosa da risultare efficace. E, proprio per questo, forse persino sexy: perché quando smette di essere rinuncia, la finanza diventa la possibilità di scegliere.

Le storie rendono la vita più interessante. Ma il risparmio la rende più lunga. E prima o poi, anche i tramonti di Bali presentano il conto.

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