La lira che c’era e non c’era
Nell’Europa carolingia si faceva di conto in lire, soldi e denari: una lira valeva venti soldi, un soldo dodici denari. Per secoli l’unica moneta realmente battuta fu il denaro. Lira e soldo erano nomi, non oggetti: nessuno poteva tirarli fuori dalla borsa. Eppure con quei nomi si fissavano prezzi, si contraevano debiti, si saldavano tributi. Questa è la moneta di conto: un’unità astratta in cui si esprimono i valori, indipendente dai pezzi di metallo che circolano. Il prezzo esiste prima della cosa con cui la si paga.
Non è una bizzarria medievale. Keynes, nel Treatise on Money, ne fa il concetto primario: la moneta di conto è il titolo, la descrizione; la moneta in senso proprio è l’oggetto che a quella descrizione risponde. Prima si dice quanto, poi si cerca con cosa. Una tesi da linguista scritta da un economista.
Il conto è scrittura
Se si va ancora più indietro, la sequenza si ripete. Le più antiche tavolette di Uruk, alla fine del IV millennio a.C., sono in larghissima parte contabili: razioni, capi di bestiame, orzo, tessuti. La letteratura arriva dopo; l’inventario prima. Il conio arriva ancora più tardi: la Lidia del VII secolo a.C. è la data che i manuali di solito indicano per la nascita della moneta. L’ordine temporale è dunque conto, scrittura per tenerlo, moneta fisica. Il senso comune lo rovescia e ci racconta che prima c’erano le monete, poi qualcuno ha pensato ai libri contabili. Non è stato così.
David Graeber (Debito. I primi 5000 anni) ne ha fatto un’arma polemica contro il mito del baratto: la sua è una ricostruzione antropologica potente, ma non unanime tra gli storici. Il dato documentale di fondo, la natura amministrativa dei primi testi, è invece solido. Più controversa è la teoria di Schmandt-Besserat sui gettoni d’argilla come antenati diretti della lingua cuneiforme.
Il valore sta nella rete
Qui entra in campo il linguista Ferdinand de Saussure (fine Ottocento), che per spiegare il valore linguistico usa proprio una moneta. Un pezzo da cinque franchi vale perché si scambia con qualcosa di dissimile (il pane) e si confronta con qualcosa di simile (altre monete). Lo stesso vale per la parola: ha una significazione e ha un valore, che è il posto che occupa nella rete delle differenze. La moneta di conto è l’idea in purezza. Un «cinque» non è niente fuori dal sistema di prezzi in cui è cinque. Aristotele, nell’Etica Nicomachea, aveva già agganciato il nome alla legge: nómisma, prima consuetudine, poi moneta, da nómos, legge. E Searle ha dato la formula definitiva degli atti istituzionali: X conta come Y nel contesto C. Un pezzo di carta conta come denaro, un suono conta come parola, finché la comunità li accetta come tali. Come usanza, consuetudine, norma.
Marx arriva allo stesso punto per altra via. Nel Capitale, una merce viene espulsa dal mucchio per assumere il compito di esprimere il valore di tutte le altre merci: è l’equivalente generale. Una merce che non ha un valore da mostrare, finché non si specchia in qualcosa che non sia sé stessa. E’ lo specchio comune, la lingua in cui tutti i prezzi si traducono. Marx stesso ricorre a immagini linguistiche: le merci «parlano» il linguaggio del valore, anche se in altri lavori contesta il paragone diretto denaro-linguaggio. Vedi in avanti.
La teoria marxiana è una teoria del denaro-merce: l’equivalente generale vale perché è anch’esso lavoro incorporato nella produzione dell’oro, e in questo è lontana dalla lettura sia convenzionalista che bancaria della moneta. Ma il punto strutturale sopravvive a entrambe le scuole: l’equivalente generale è una posizione nel sistema, non una proprietà della cosa che la occupa. È il valore di de Saussure, scritto in un altro alfabeto. Cambia ciò che sta in quella posizione (oro, banconota, riserva bancaria, token), non il posto della moneta nella economia.
Che cosa non è moneta
Un concetto si capisce meglio dai suoi confini. Non è moneta ciò che i terzi non accettano in modo generale e definitivo per estinguere un debito. Il confine è graduale, non netto, ma alcuni casi si distinguono bene.
Gli strumenti di pagamento (bonifico, assegno, carta, token) sono istruzioni che muovono moneta, non moneta, il segno che circola. Il valore a uso vincolato (punti fedeltà, gift card, buoni pasto) vale, ma solo dentro una rete ristretta: manca l’equivalente generale, sono dialetti, non lingua franca. Le riserve di valore pure (azioni, immobili, anche l’oro) conservano ricchezza, ma non servono a pagare né a fissare prezzi; gli aggregati monetari (M1, M2, M3) stabiliscono gradi di liquidità, ma dove passi la linea di demarcazione è una scelta convenzionale. Il baratto è scambio senza equivalente generale: nessuno accetta la merce per rivenderla, la accetta per usarla.
Debito e moneta non si escludono, anzi: un deposito bancario è un debito di una banca ed è moneta, perché circola alla pari ed è accettato da tutti. Un IOU privato (dall’inglese I owe you, riconoscimento di debito), no. Il criterio non è la natura giuridica, ma la sua circolazione. Sulle cripto e sulle stablecoin il dibattito è ancora aperto: il Bitcoin è volatile e raramente è unità di conto, mentre per le stablecoin la BRI, nell’Annual Economic Report 2025, ha sostenuto che esse non superano i test di unicità (singleness, valore alla pari), elasticità e integrità, cui il rapporto 2026 (capitolo «Anchoring trust in money: innovation beyond stablecoins») aggiunge anche l’interoperabilità. È una posizione autorevole, ma non un verdetto. La misura e la composizione delle riserve a garanzia e la vigilanza delle autorità pubbliche sugli emittenti di stablecoin potranno attenuare una posizione istituzionale non neutrale, coerente con la difesa di un sistema a due livelli ancorato alla moneta della banca centrale. La sua diffusione, soprattutto nei pagamenti cross-border (B2B o rimesse emigranti), sarà il test decisivo: stabilirà se la stablecoin resti un dialetto o diventi lingua franca. Nessuna cosa è moneta per natura, lo è finché X conta come Y nel contesto C.
La promessa si fa verità
Tutto questo funziona perché si dice che la moneta sia un performativo, nel senso di Austin: dichiarare che qualcosa vale, già contribuisce a farla valere. La banconota che promette di pagare al portatore, la parola credito che viene da credere, la moneta fiat, che addirittura usa il linguaggio della creazione (fiat lux) è lessico da liturgia più che da ragioneria. E come ogni performativo, può fallire, come nel caso della iperinflazione, in cui i segni restano in circolazione, ma la convenzione è rotta. Come accade al linguaggio quando le parole si stampano senza copertura (come un assegno a vuoto), perché perdono di significato concreto: parole come rivoluzionario, disruptive sono come lire svalutate, stante il loro uso inflazionato, senza l’azione che le fa performare, cioè realizzare.
Nel citato Report 2025, la BRI descrive la moneta come convenzione sociale e spiega che essa coordina l’economia, perché il suo valore è conoscenza comune, come una lingua comune coordina le interazioni sociali. Se la conoscenza comune si rompe, la coordinazione salta e il sistema monetario perde gli ormeggi. È una fonte autorevole, ma non neutrale: la BRI è la banca delle banche centrali, e il capitolo difende un’architettura con la banca centrale al centro. Come testimone dell’analogia però vale doppio, perché nessuno può liquidarla come retorica da letterato.
Lessico, grammatica, sintassi e semantica
Se la moneta è una lingua, se ne può fare la linguistica.
Il lessico è l’inventario dei mezzi di pagamento: contante, depositi, tokenizzati e non, moneta elettronica, valute diverse. Il conio è il neologismo, la moneta fuori corso l’arcaismo, il cambio è il dizionario tra due lingue; la valuta estera che si radica in un’economia è un prestito; passare da una valuta all’altra è un po’ come fare code-switching. Anche le frequenze sono sbilanciate: nelle lingue poche parole fanno quasi tutto il lavoro (legge di Zipf), nei pagamenti internazionali poche valute dominano gli scambi.
La grammatica è l’insieme delle regole che rendono valido l’atto: corso legale, regole di emissione, convertibilità, definitività del regolamento. Sono regole costitutive nel senso di Searle: non descrivono il gioco, lo creano. Un pagamento non regolabile è una frase agrammaticale: i segni ci sono, ma non valgono nulla. il regolatore stabilisce come si deve pagare e impone la norma all’uso.
La sintassi è il modo in cui le operazioni si combinano in sequenza. Un pagamento condizionato è una proposizione subordinata, esiste solo se si verifica la proposizione principale. La consegna contro pagamento richiama una coordinata simultanea, paratattica: o accadono entrambe le azioni, o nessuna. Il netting è un’ellissi, comprime il ridondante. E anche l’ambiguità sintattica ha il suo equivalente giuridico: il contenzioso, per stabilire quale operazione prevalga su un’altra.
La semantica è ciò che il segno significa e per la moneta significa una cosa precisa: una pretesa su qualcuno o su qualcosa. La banconota è una passività della banca centrale, il deposito una passività della banca, la stablecoin un diritto di rimborso sulla riserva dell’emittente. È qui che si decide se un «euro» è davvero un euro. Lo stesso nome può rimandare a rapporti di rimborso diversi, come una parola che cambia significato passando da un contesto all’altro. C’è chi distingueva senso e riferimento: due espressioni possono indicare lo stesso oggetto per strade diverse. Un euro in deposito e un euro in token hanno lo stesso riferimento nominale, ma un senso diverso, la strada per cui si arriva al rimborso, e finché non c’è una corsa nessuno se ne accorge. La singleness di cui parla la BRI è, in termini da linguisti, l’assenza di ambiguità: ogni euro significa la stessa cosa, ovunque lo si incontri. Il significato inoltre non è fermo. L’inflazione è una deriva semantica: il potere d’acquisto che un’unità «significa» cambia nel tempo, fino alla dissoluzione dell’iperinflazione. E c’è la pragmatica, il significato che dipende dal contesto d’uso: una moneta programmata con condizioni significa “soltanto in certi usi”, ed è il suo limite.
Il potere sta soprattutto in grammatica, sintassi e semantica.
Il lessico lo può arricchire chiunque; grammatica e sintassi fissano regole e infrastrutture. La semantica la gerarchia. È agli ultimi tre che si deve guardare.
Chi scrive la grammatica?
Oggi la metafora smette di essere tale. I messaggi ISO 20022 sostituiscono il testo libero con dati strutturati leggibili dalle macchine: una sintassi condivisa e chi la definisce decide che cosa si può dire in un pagamento. I circuiti istantanei portano il tempo di regolamento a pochi secondi. E la programmabilità promette di colmare lo scarto che Austin chiamava infelicity, quello tra la promessa e il suo adempimento: nello smart contract la promessa è già esecuzione.
Il presente mette in scena tre risposte diverse a chi scrive la convenzione.
L’euro digitale è una grammatica scritta dal legislatore, con il testo ancora in negoziazione, che ne afferma la piena fungibilità: protegge il valore di lingua franca, e lascia a giudici, banche e regolatori il margine di interpretazione.
Le stablecoin sono grammatiche scritte da emittenti privati. Alle emissioni in dollari, si vanno sviluppando quelle in euro. La BRI le misura sulla capacità di restare un unico idioma: dove l’accettazione non è alla pari, sono per ora pretese di lingua comune. La moneta elettronica acquista però legittimità e può diffondersi attraverso operatori nuovi rispetto alle banche, in preda a crisi da perdita di funzione. Depositi tokenizzati sì, stable coin no, ni, forse. Wait and see.
Il bitcoin è la scommessa opposta: una convenzione senza emittente, scritta nel codice e fatta rispettare dal consenso della rete. Per la BRI non è unità di conto e funziona come asset speculativo. E qui siamo più d’accordo. Dove il codice non interpreta, l’interpretazione si fa a posteriori, per consenso sociale, quando la rete si divide su quale versione sia quella vera.
Qui l’analogia tra moneta e linguaggio trova il suo limite. Una lingua non ha un potere coercitivo che la sostiene; la moneta sì: l’imposta pagabile solo in una certa unità, il corso legale, il regolamento finale presso la banca centrale. È la lettura statalista del denaro come creatura del diritto. E’ uno dei motivi per cui Marx rifiutava in definitiva l’identità tra moneta e linguaggio. Nessuno viene multato per aver parlato male l’italiano. Per questo la domanda su chi scrive la convenzione non è solo linguistica: è la domanda su chi può farla rispettare.
Nuove monete, nuove lingue
Le nuove monete hanno un equivalente linguistico e non è solo un gioco. Le quasi-monete (stablecoin, depositi tokenizzati, punti e buoni spesa) parlano la lingua con accento locale: dialetti e gerghi che chiedono di essere accettati come lingua comune. Le cripto, nate dalla regola e non dall’uso, somigliano alle lingue artificiali: sintassi perfetta, ma finché non c’è una comunità che le parla, nessuna semantica.
Poi ci sono i modelli linguistici, gli LLM (Large Language Models) e qui l’analogia morde. Producono testo a costo marginale quasi nullo, come una zecca che stampa senza vincoli. Lo svuotamento del linguaggio che Orwell denunciava nella politica (frasi fatte, parole vaghe, pensiero nascosto invece che espresso) smette di essere un rischio e diventa una condizione di partenza, e la scarsità si sposta dalla produzione del segno alla copertura alla verificabilità e alla responsabilità. Per dirla con un’immagine nostra, un testo coperto da fonte, esperienza o responsabilità di chi lo firma, vale; il resto circola a sconto.
Non per caso le proprietà che la BRI chiede alla moneta (unicità, integrità) suonano come i criteri di qualità per un testo: sapere chi lo emette, poterlo verificare, non dover chiedere troppo. L’obiezione è ovvia: anche il testo umano spesso non è coperto. Ma la differenza è di scala e di costo, e la scala, in moneta come in lingua, cambia la natura del problema. La frammentazione è il rischio da evitare. L’interoperabilità un passaggio sistemico di risposta.
La domanda si ripete: chi scrive la grammatica del nuovo idioma? Se pochi emittenti privati addestrano i modelli con cui scriviamo, come pochi emittenti gestiscono le stablecoin con cui paghiamo, il rischio è lo stesso: una dollarizzazione dei segni, in cui la lingua comune porta l’accento di chi la emette.
In conclusione, moneta e linguaggio sono convenzioni che producono realtà.
Ciò che cambia è chi scrive la convenzione per nuove forme di moneta e quanto spazio resta al mercato per interpretarla. Ed è alle autorità che spetta l’ultima parola, con le accademie che possono solo registrare le prassi. A posteriori.



