FlowPay, il piccolo operatore toscano che sta costruendo l’infrastruttura dello stablecoin di sistema
C’è una storia poco raccontata dentro la vicenda dell’euro digitale e degli stablecoin bancari che sta prendendo forma in queste settimane, ed è quella di FlowPay. Se ne è parlato anche di recente su Affari&Finanza (27/07/2026, pag. 18), che nel tracciare la mappa degli operatori italiani impegnati tra progetto pilota dell’euro digitale e sperimentazione stablecoin ha citato proprio Bancomat con Eur.Bank tra le iniziative più avanzate. Ma mentre la cronaca finanziaria si concentra giustamente sui grandi nomi — Bancomat, Intesa Sanpaolo, UniCredit, Poste — vale la pena guardare da vicino chi sta materialmente costruendo l’infrastruttura tecnica su cui poggerà uno dei progetti più ambiziosi del sistema bancario italiano: EUR.BANK, lo stablecoin in euro che Bancomat porterà sul mercato entro il 2026.
Da startup fiorentina a infrastruttura di sistema
FlowPay nasce nel 2019 a Calenzano, in provincia di Firenze, per iniziativa di tre giovani under 30 — Edoardo Tommasi, Lorenzo Rossi e Tiziano Pacciani — con un obiettivo tanto semplice quanto concreto: usare l’open banking per automatizzare l’incasso e il pagamento delle fatture elettroniche, riducendo i ritardi che ogni anno pesano su centinaia di migliaia di imprese italiane. Nel 2021 diventa la prima startup italiana ad ottenere da Banca d’Italia la doppia licenza AISP e PISP, un primato regolamentare non banale in un settore dove la fiducia dell’autorità di vigilanza vale più di qualunque round di finanziamento.
Alla presidenza arriva Daniele Corsini, manager con un percorso che unisce esperienza istituzionale in Banca d’Italia e ruoli di mercato nei servizi di pagamento — una figura che porta dentro una startup agile la cultura della compliance e della vigilanza, spesso il vero collo di bottiglia per chi fa innovazione finanziaria in Italia. Alla guida operativa, come amministratore delegato, resta Federico Masi, tra i fondatori del progetto e figura chiave nell’aver portato FlowPay dall’idea iniziale sui pagamenti B2B fino al traguardo delle licenze AISP e PISP e, poi, all’acquisizione da parte di Bancomat.
Oggi la tecnologia di FlowPay copre quasi il 100% del sistema bancario italiano in ottica open banking, e le licenze PISP, AISP e di esecuzione pagamenti le permettono di costruire casi d’uso che i partner integrano via API nei propri sistemi. È un asset raro: non un’idea, ma un’infrastruttura già collaudata e già interconnessa con l’intero sistema bancario nazionale.
Il ruolo in EUR.BANK
È proprio questa infrastruttura ad aver attirato l’attenzione di Bancomat, che ha acquisito FlowPay inserendola nel proprio piano industriale di rafforzamento dei servizi digitali per banche, imprese ed esercenti. Il risultato è EUR.BANK: non — come giustamente sottolineato in un mio precedente intervento su questa testata — una nuova moneta digitale concorrente, ma un’infrastruttura di pagamento interoperabile che consente alle banche aderenti al circuito Bancomat di emettere uno stablecoin in euro per la propria clientela.
Il meccanismo è quello previsto dal Regolamento MiCAR (UE 2023/1114): la liquidità raccolta dall’emittente viene ridepositata presso la banca di origine, mantenendo il rapporto tra banca e correntista all’interno del sistema bancario tradizionale, con Bancomat che mette a disposizione il circuito e l’infrastruttura tecnologica. È un disegno che, a differenza di altri modelli, non spinge la liquidità fuori dal perimetro vigilato: la preserva dentro di esso, aggiungendo semplicemente un layer di regolamento più veloce, tracciabile nativamente e interoperabile su rete blockchain.
Perché conta
Il tempismo non è casuale. Il 2026 è l’anno delle prime autorizzazioni MiCAR in Europa, e la scelta italiana — attraverso Bancomat e la sua infrastruttura tecnica firmata FlowPay — di presentarsi con un progetto di sistema, anziché lasciare il campo a iniziative bancarie isolate o a operatori extraeuropei, ha un valore che va oltre la singola operazione commerciale. È, come ho scritto in altra sede, una questione di autonomia strategica dei pagamenti europei, in un momento in cui la dipendenza da operatori non europei nei circuiti di pagamento resta uno dei nodi strutturali del sistema finanziario continentale.
Che questo disegno prenda forma grazie al lavoro tecnico di un operatore fintech nato quattro anni fa da tre venticinquenni toscani, oggi capace di dialogare da pari con il sistema bancario italiano nella sua interezza, è una notizia che merita di essere raccontata per quello che è: un caso, non troppo comune nel nostro Paese, in cui innovazione regolamentata e infrastruttura bancaria tradizionale si rafforzano a vicenda invece di scontrarsi.
Fonti: comunicazioni societarie FlowPay e Bancomat; rassegna stampa specializzata (BeBeez, Aziendabanca, Borsa&Finanza); Affari&Finanza, 27/07/2026; economiaefinanzaverde.it, “EUR.BANK, non una nuova moneta digitale, ma una infrastruttura interoperabile di pagamento”, 07/06/2026.



