Il fenomeno per cui l’Italia ha cambiato 7 sistemi elettorali in poco più di 30 anni (dal 1993 a oggi) è una peculiarità quasi unica tra le democrazie occidentali, un vero e proprio “iperattivismo legislativo” che riflette l’instabilità politica del nostro Paese.
Invece di usare le leggi elettorali come regole del gioco condivise, la classe politica italiana le ha spesso utilizzate come strumenti tattici di breve termine per cercare di vincere le elezioni successive o per ostacolare gli avversari, finendo per alimentare la disaffezione degli elettori e la confusione istituzionale.
Ecco un’analisi di questo percorso e del costante “cambio di regole” che ha caratterizzato la storia recente dell’Italia:
La vertigine dei 7 sistemi in 30 anni (1993 – oggi)
1. Il Mattarellum (1993): Nato a seguito del referendum del 1993 per superare la Prima Repubblica. Era un sistema prevalentemente maggioritario (75% uninominale, 25% proporzionale), pensato per favorire la governabilità e la nascita di un bipolarismo all’occidentale.
2. Il Porcellum (2005): Introdotto dalla maggioranza di centrodestra alla fine della legislatura. Un sistema proporzionale con premio di maggioranza “ipertrofico” e liste bloccate (gli elettori non potevano scegliere i parlamentari). È stato bocciato e smantellato dalla Corte Costituzionale nel 2014 per violazione della libertà di voto e assenza di una soglia minima per il premio.
3. Il Consultellum (2014): Non una legge parlamentare, ma il risultato della sentenza della Corte Costituzionale sul Porcellum: un proporzionale puro con preferenze e senza premio di maggioranza. Non è mai stato usato per votare.
4. L’Italicum (2015): Voluto dal governo Renzi, si applicava solo alla Camera (in previsione della riforma costituzionale che avrebbe superato il bicameralismo perfetto). Prevedeva un premio di maggioranza alla lista (non alla coalizione) e un eventuale ballottaggio. Anche l’Italicum è stato in parte bocciato dalla Consulta nel 2017 prima di essere applicato.
5. Il Rosatellum (2017): Il sistema attualmente in vigore (usato nel 2018 e nel 2022). Si tratta di un sistema misto (circa 3/8 maggioritario uninominale, 5/8 proporzionale con liste bloccate brevi e senza voto disgiunto), creato per costringere le forze politiche a formare coalizioni pre-elettorali.
6. Lo “Stabilicum” / Riforma Premierato (In discussione – 2026): Il nuovo progetto di legge elettorale legato al premierato (inclusa la proposta di premio di maggioranza al 55% e abolizione del voto disgiunto/definizione delle soglie), nato per adeguare il sistema al voto diretto del Presidente del Consiglio.
7. (Se consideriamo anche la Legge Scelba/Truffa del 1953 o i tentativi intermedi come la riforma costituzionale del 2016 mai applicata): L’Italia ha sperimentato praticamente ogni modello matematico e concettuale possibile (maggioritario puro, proporzionale puro, misto a prevalenza uninominale, misto a prevalenza proporzionale, premi di lista, premi di coalizione).
Perché questo continuo cambio di regole è dannoso per il sistema democratico?
La legge elettorale usata come arma tattica: Invece di scrivere regole del gioco condivise da tutti, ogni maggioranza al potere tenta spesso di modificare la legge elettorale a fine legislatura per sbarrare la strada alle opposizioni o ritagliarsi un vantaggio marginale sui propri avversari.
Espropriazione del potere dell’elettore: Attraverso meccanismi come le liste bloccate (presenti in molte di queste riforme), gli elettori non scelgono più i propri rappresentanti; sono le segreterie dei partiti a decidere chi entra in Parlamento posizionando i candidati in cima ai listini.
Il ruolo supplente della Corte Costituzionale: È anomalo che per ben due volte (Porcellum e Italicum) siano dovuti intervenire i giudici costituzionali per smontare leggi elettorali approvate dal Parlamento perché lesive dei principi fondamentali di rappresentanza e uguaglianza del voto.
Lontananza tra eletti ed elettori: Il cambio continuo di collegi, definizioni e meccanismi di calcolo rende l’atto del voto un’operazione tecnica astratta. Gli elettori faticano a capire in che modo il proprio voto si traduca in seggi, aumentando il senso di impotenza e alimentando l’astensionismo.



