venerdì, settembre 21

Ferdinando Panciatichi Ximenes d’Aragona e il suo “sogno d’Oriente”

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Tempo di lettura sette minuti. 

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo profilo tratteggiato dal professor Franco Cardini, insigne storico, nel Convegno/Studio in occasione dei 140 anni dalla prima Conferenza sull’Orientalismo tenutasi a Sammezzano (Firenze) nel 1878. È la storia di un personaggio che volle inverare il sogno di un’impresa estetico-culturale, trasformando un’antica villa-castello della campagna fiorentina in raffinata dimora, dal gusto orientaleggiante. 

Sammezzano. Salone

Proprio a cavallo tra gli anni immediatamente precedenti e quindi immediatamente successivi alla breve avventura di Firenze capitale si consumò il “sogno d’Oriente” di un eccentrico personaggio: Ferdinando Panciatichi Ximenes d’Aragona. La sua vita e la sua avventura orientalistica è stata oggetto di molte attenzioni e anche di ponderosi, severissimi studi. Ne ripercorreremo qui, molto semplicemente, alcuni tratti salienti.

Nato a Firenze il 10 marzo 1813, architetto e ingegnere, imprenditore, dantista e bibliofilo, si era impegnato anche nell’amministrazione e in politica. Fu deputato del regno fino al 1867, anno nel quale rassegnò le dimissioni. Era proprietario di due grandi palazzi in Firenze – di cui il palazzo Panciatichi di Via Cavour, di fronte a palazzo Medici-Riccardi, ove ha ora sede il consiglio regionale tocano – e di molti immobili dell’area a nord-est di Santa Croce, che fu oggetto di grandi trasformazioni e anche di ampie speculazioni edilizie nel periodo di Firenze capitale. Molto ricco, ma contrariato in quanto alcune leggi recenti lo danneggiavano e gli sembravano opposte al mandato ch’egli aveva ricevuto dai suoi elettori, egli si andò sempre più isolando nel suo possedimento di Sammezzano, nell’area nordoccidentale del Valdarno Superiore, nel “popolo” di San Salvatore al Leccio presso Reggello.

Si trattava di una fortezza altomedievale, a quel che pare interessata negli Anni Ottanta dell’VIII secolo dalla presenza dello stesso re dei franchi Carlo (quello che per noi oggi è Carlomagno); era poi passato in signoria ai Gualtierotti e agli Altoviti, un ramo dei quali era fieramente ostile ai Medici.

Sammezzano. Sala degli amanti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dopo alterne vicende, quella che ormai era una grande villa fu acquistata nel 1605 da Sebastiano di Tommaso Ximenes d’Aragona, un nobile d’origine ebraica portoghese che portava il predicato “d’Aragona” in quanto, a quel che pare, un sovrano aragonese era stato padrino degli Ximenez quando  essi si erano convertiti al cristianesimo. Estintasi la discendenza maschile nel 1816, la proprietà era passata a Pietro Leopoldo della nobilissima famiglia pistoiese dei Panciatichi, figlio di Vittoria,  sorella dell’ultimo Ximenes, un Ferdinando che aveva avuto una vita complessa, schiva e segnata forse da una malattia mentale. Certo da tempestosi rapporti con la moglie, Charlotte de Lesteyre du Saillant, e dal di lei amante, il poco onesto dottor Giovanni Utis.

Scomparso nel 1816 Ferdinando, dominio di Sammezzano e titolo marchionale passarono alla fine di un lungo contenzioso sulle spalle del suo giovane figlio Ferdinando che portò sempre i due cognomi, il paterno e il materno, e che cominciò a ristrutturare la villa, che aveva connotati seicenteschi, secondo un gusto che, come si vede al piano terreno, si poteva dir classico e convenzionale, e porre grande attenzione al parco circostante, che egli modellò secondo i gusti “falso-naturalistici”, “all’inglese”, forse assumendo nel tempo  ispirazione da quel che i principi Demidov stavano facendo nei due loro prestigiosi parchi di Pratolino – acquistato da Pavel Demidov nel 1872 –  e di  San Donato in Polverosa (Novoli), ma impiantandovi anche un’originale sperimentazione botanica e acclimatandovi perfino alcune sequoie americane. Sulle caratteristiche del Parco si veda di Giuntoli, Ferrini,d’Oriano Resti di un sogno effimero: Il Parco di Sammezzano.

​Sammezzano. Sala bianca

Il “miracolo orientalista” si produsse grosso modo nel decennio 1845-55, ed è difficile ipotizzare il perché della conversione estetica e probabilmente anche culturale del marchese, che aveva partecipato alla campagna militare del ’48-’49 ma non aveva avuto mai esperienze di viaggio in paesi lontani.

Il marchese, al pari del suo avo ed omonimo,  non fu troppo fortunato nel campo degli affetti domestici. Nel 1834 aveva sposato, poco più che ventenne, Giulia di Sanseigne, circa tre anni più anziana di lui, e in due anni la coppia aveva avuto due figli, Marianna nel ’35 e Bandino nel ’36.  Ma i rapporti tra i coniugi dovettero rapidamente deteriorarsi, se nel ’39 Ferdinando accusava Giulia di adulterio. Si separò legalmente da lei e la relegò a Pisa. Pian piano, abbandonò anche gli interessi fiorentini, la vita politica, l’amministrazione del Bargello di cui era membro e vendette al granduca Leopoldo parte della sua vasta biblioteca, salvo tenersi i libri di viaggi e quelli d’argomento orientale.

Sammezzano. Sala dei piatti spagnoli

Evidentemente l’Oriente – un “Oriente” immaginario ed eclettico – lo affascinava sempre di più: il sogno stava diventando un rifugio.  

Da allora egli cominciò a concepire un décor della villa-castello ispirato a vari stili “orientali” o ad esso arieggianti, secondo due poli stilistici precisi e ben riconoscibili: quello arabo-maghrebino (“moresco”), con le trine dei suoi candidi stucchi ispirati soprattutto all’Alhambra di Granada; e quello indo-persiano, caratterizzato da forti policromie ottenute con l’uso di ceramiche che venivano cotte in forni allestiti nel parco da maestranze speciali su cui correvano leggende piuttosto fantastiche ma ch’erano molto probabilmente  locali.

Certo, il marchese doveva studiare alacremente e addestrarli molto bene. Nella sua biblioteca figuravano opere celebri, veri monumenti dell’architettura orientalistica europea, quali A comparative views of ancient monuments of India  di Richard Gough, del 1785, e Architecture of India di James Fergusson, del 1850,  cui si sarebbero aggiunti i Ricordi di architettura orientale del veronese  Giuseppe Castellazzi, che aveva viaggiato in Turchia e in Egitto e aveva pubblicato la sua opera a Venezia, in fascicoli, tra 1871 e 1874.

I lavori nel castello e attorno ad esso si protrassero fino al 1890.      

L’architettura del piano nobile trascorre dalle ispirazioni arabo-maghrebine (“Sala Bianca”) a quelle indo-persiane (“Sala dei Pavoni”) con esperimenti eclettici che si vedono bene soprattutto nei portali e non senza qualche citazione turco-ottomana (molto evidente ad esempio nel portale d’ingresso alto, cui si accede da una doppia scala ricurva che incornicia il portale basso, che arieggia piuttosto all’architettura templare indù) e anche gotica. Le sale di tale piano nobile, comunicanti tutte tra loro in modo da disegnare un’infinità di possibile percorsi labirintici: il loro impianto gioca sistematicamente sulle piante circolari, ottagonali e quadrangolari, complicate dall’innesto di portali d’accesso e di colonne. Ma sul significato sia dell’edificio, sia dei percorsi possibili al suo interno, si sono fatte troppe e troppo poco fondate ipotesi a carattere paraesoterico.

Sammezzano. Fughe di interni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le iscrizioni che, insieme con armi araldiche e altri ornamenti, sono disseminate lungo le pareti o sotto gli archi e le finestre dell’edificio, trascorrono dalla glorificazione del casato (come le iniziali dei tre cognomi del dominus loci, sovente ripetute: PXA, anagramma della parola PAX) ai riferimenti alla musica – specie all’Ernani di Verdi – fino alla citazione tradotta in italiano del giuramento dei nobili d’Aragona al re, nel quale si sottolinea il dovere di fedeltà reciproca (con un sottinteso rimprovero al re d’Italia) o a scritte come “Sempre l’uomo non infame e non volgare o scavalcato o inutile si spense”, o addirittura “Nos contra Todos – Todos contra Nos”, che qualificano pessimismo e indignazione. Un uomo amareggiato, che probabilmente comunicava la sua amarezza ai non troppi e sempre esclusivi ospiti del castello.

Sammezzano. Ballatoi

Vi fu tuttavia un momento “alto”, in questa vita a modo suo per un verso sontuosa, per un altro ritirata ed arcigna. Nel 1878 si svolsero a Firenze i lavori del quarto Congresso Internazionale degli Orientalisti, solennemente aperto dalle allocuzioni del suo presidente, Michele Amari, e di Angelo de Gubernatis, che segnarono il vero e proprio decollo degli studi orientalistici nella città del giglio. In tale occasione, un solenne ricevimento fu offerto a Sammezzano dai Panciatichi ai congressisti: fu quello il momento isolato e forse estremo di gloria di Ferdinando.

Sammezzano oggi

Oggi, il castello di Sammezzano langue. Dopo varie “false partenze” relative al suo riattamento, il rischio è quello di un lento, fatale destrutturarsi che è già evidente. Si cerca di salvarlo. Non è facile.

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