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L’inquinamento, gli alberi e le pandemie

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Tempo di lettura: 4’. Leggibilità **.
Meno inquinamento causa Coronavirus. 

In questi giorni sono stati pubblicati diversi articoli in cui si ipotizza che l’inquinamento atmosferico potrebbe essere un comune denominatore per i paesi in cui, al momento, il virus sta avendo gli effetti più devastanti.

Alcuni scienziati stanno infatti sollevando la questione di un potenziale legame tra l’esposizione a lungo termine all’inquinamento atmosferico e la capacità polmonare compromessa, che a sua volta potrebbe aumentare la probabilità che un individuo sviluppi una forma grave di COVID-19.

Il fatto che l’inquinamento atmosferico sia una delle principali cause di morbilità e mortalità nell’uomo a livello globale e che possa aumentare il rischio di numerose malattie non solo del sistema respiratorio, ma anche di quelle cardiovascolari è ampiamente documentato da ricerche condotte in tutto il mondo.

Molta eco ha destato un articolo, pubblicato pochissimi giorni fa, in cui viene evidenziata la riduzione dell’inquinamento susseguente alle severe misure imposte dal governo cinese. Ciò ci porta alla conclusione che i governi dovrebbero agire sull’inquinamento (e anche sul clima, ma questo richiederà più tempo) con la stessa urgenza con cui si affronta il coronavirus, poiché le prove dimostrano che l’emergenza sanitaria sta riducendo le emissioni di carbonio più di qualsiasi altra politica. In altre parole, l’articolo ipotizza che il dimezzamento della quantità di inquinamento atmosferico potrebbe arrivare a dimezzare le morti conseguenti.

Altri articoli hanno fatto dei conti, da cui forse può apparire un po’ di cinismo ma, come diceva Pasolini “E’ meglio essere nemici del popolo, che nemici della realtà”, per cui meglio un’asettica e forse arida verità che non una bugia diciamo di comodo.

Supponiamo infatti che il coronavirus abbia comportato una riduzione temporanea dell’inquinamento di circa il 30%. Quale potrebbe essere l’effetto di questa riduzione?

Dati di confronto 

Se in Cina si fossero verificati, senza il coronavirus, 1,2 milioni di decessi legati direttamente alla concentrazione di inquinanti atmosferici (dato attuale) nell’arco di un anno, la media sarebbe di 3.300 decessi al giorno. Se la risposta al virus ha ridotto di un terzo l’inquinamento atmosferico, ciò potrebbe consentire di salvare circa 1.100 vite al giorno. Questo significa che soli 3 giorni di riduzione dell’inquinamento, che è durato finora per settimane, potrebbero essere stati sufficienti per salvare più vite dell’attuale bilancio delle vittime totale della Cina causate dal coronavirus che, al momento della scrittura di questa riflessione, è di circa 3.245 stando alle cifre ufficiali.

Secondo lo studio pubblicato in questi giorni da un gruppo di eminenti scienziati del Global Food, Environment and EconomicDynamics le misure conseguenti allo shut-down cinese che hanno determinato una riduzione della concentrazione di polveri sottili fini, potrebbe contribuire a salvare, a fine anno, 77.000 vite, 4000 bambini al di sotto dei 5 anni di età e 73.000 persone oltre i 70 anni. Come si può capire la stima è molto conservativa perché ha volutamente considerato un valore di zero per le persone fra i 6 e i 70 anni di età.

Una cifra comunque, quella ipotizzata 20 volte superiore a quella delle persone decedute per le conseguenze del COVID-19. Le cifre italiane ci dicono che le conseguenze dell’inquinamento causano la morte di un numero di persone compreso fra 80.000 e 90.000 l’anno, cioè circa 230 morti al giorno.

Purtroppo, il numero dei morti per questo nemico invisibile è spietato è al momento molto superiore. Ma quanti di loro avevano patologie pregresse causate più o meno direttamente dall’inquinamento. I dati dell’Istituto Superiore di Sanità, presi da un campione rappresentativo pari al 15% dei deceduti ci dicono che solo l’1,2 dei pazienti non aveva alcuna patologia pregressa e che per quelle più riscontrate è stata dimostrata una relazione diretta con la qualità dell’aria.

È chiaro che questa riflessione, che si basa su dati reali di partenza, ma su ipotesi al momento non verificabili, NON vuole assolutamente sottovalutare la pandemia causata dal COVID-19, ma solo porre l’accento su come dovremmo cambiare il nostro approccio al futuro e su come l’evoluzione della comunità unita alla tecnologia possa portare a un impatto positivo verso i problemi affrontati soprattutto se la crescita urbana e le future infrastrutture (verdi) si allineeranno all’attuazione degli obiettivi di sviluppo sostenibile, come stabilito dalle Nazioni Unite.

Il beneficio delle infrastrutture verdi 

Sempre più spesso l’introduzione di infrastrutture verdi, intendendo non solo quelle che rientrano nella definizione della Unione Europea “rete di aree naturali e seminaturali pianificata a livello strategico con altri elementi ambientali, progettata e gestita in maniera da fornire un ampio spettro di servizi ecosistemici, ma anche tutte quelle aree che possono contribuire al miglioramento della qualità dell’aria, è vista come una soluzione per contrastare l’inquinamento atmosferico soprattutto urbano, riducendo le concentrazioni, insieme alle restrizioni del traffico e altre attività che, è bene chiarirlo, restano interventi INDEROGABILI per la riduzione globale degli inquinanti.

Un verde urbano ben pianificato, progettato e gestito può avere un impatto sostanziale sul risparmio di vite e denaro migliorando la qualità dell’aria e regolandone la temperatura soprattutto nelle aree urbane. Ciò significa che tutti coloro che, a vario livello, sono coinvolti nelle decisioni politiche, devono essere consci che le infrastrutture verdi avranno un ruolo fondamentale nel consentire un adeguato livello di vita ai cittadini e nel contribuire al miglioramento della loro salute e benessere.

Una comprensione olistica del collegamento fra l’incremento della copertura arborea e la realizzazione di infrastrutture verdi è perciò la chiave per consentire ai decisori politici e agli urbanisti di prendere decisioni informate e di massimizzarne i risultati.

Anche se l’impatto delle infrastrutture verdi sulla qualità dell’aria dipende fortemente dal contesto, è indubbio che l’aumento della quantità e delle qualità vegetazione urbana può determinare enormi benefici per la salute e, per tale motivo, sono necessari sforzi considerevoli, non solo economici, per stabilire le politiche di base, le linee guida di progettazione e realizzazione di nuove aree verdi di diversa tipologia, ma tutte di importanza fondamentale.

Oltretutto migliorare la qualità dell’aria, non solo laddove le concentrazioni di inquinanti sono più elevate, ma anche dove il maggior numero di persone – e soprattutto quelle più vulnerabili – sono esposte più a lungo, produrrà i maggiori benefici per la salute pubblica (sostenibilità ambientale) e per la sua equa distribuzione fra le diverse classi sociali (sostenibilità sociale) che consentirà anche un notevole risparmio sulla spesa sanitaria con riflessi positivi sull’economia dei paesi (sostenibilità economica).

1 COMMENT

  1. Altre complicazioni per la vita degli alberi,che vegetano negli spazi urbani e nelle zone periurbane
    derivano dalle opere previste dall’assetto urbanistico, quali le escavazioni per il passaggio di fognature della rete idrica, dei cavi elettrici con conseguenti campi magnetici, le pavimentazioni e le asfaltature stradali nonché gli scavi per le condutture dei rifornimenti energetici. Sono tutte operazioni che incidono sullo sviluppo e sull’attività dell’apparato ipogeo con gravi ripercussioni per l’assetto e la vitalità delle piante.
    Grazie, Professore per la sua esposizione esaustiva.

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