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Effetti economici del Covid, tra oracoli incerti e paragoni impropri

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In Italia, passata la primavera, le Autorità di settore si fanno silenti, almeno fino ad autunno. In primavera, come avviene in natura, si ha invece una vera e propria fioritura di esternazioni su ciò che ciascuna di esse ha fatto a vantaggio del paese nel corso dell’anno precedente, con circostanziati e severi richiami sui problemi dell’economia reale e finanziaria che ancora lo avvolgono.

Poi, dicevamo, silenzio fino a ottobre, quando si comincia a fare il punto sull’anno che volge al termine, proiettando le previsioni a quello successivo.

Questo è anno eccezionale e anche queste regolarità sono state sconvolte. Per quanto in estate, è un continuo fare pronostici sugli effetti economici del virus, senza convergere su dati certi. Gli organismi internazionali in verità non sono da meno.

I risultati oscillano talmente che le previsioni rischiano di assomigliare a esercizi scolastici piuttosto che a scenari sui quali modulare le attività. Il Pil crollerà su base annua dell’8, del 10, del 13 per cento o ancora di più? Quanto sarà robusto il rimbalzo dopo la caduta di tutti gli indicatori? Quali settori otterranno la palma della resilienza?  Meglio rifugiarsi in qualche ampio range di oscillazione tra l’ipotesi peggiore e quella migliore e dirsi preoccupati anche per la scienza delle previsioni economiche.

Le autorità sono di fronte a un dilemma quasi esistenziale, in cui la pacatezza con la quale hanno da sempre comunicato le loro indefettibili certezze cede il posto alla inquietudine dell’incertezza, scuotendo nel profondo le tecniche di misurazione che ci avevano abituato a virtuosismi da zero virgola. I numeri sono diventati grossi e drammatici.

In attesa che queste analisi si consolidino, senza disperdersi in suggerimenti risaputi, riportiamo alcune riflessioni sugli effetti economici attesi dalla pandemia dell’economista Nouriel Roubinì, che fu l’unico a vedere in anticipo la crisi del 2008, meritando il nomignolo di Mr. Doom, Signor Sventura. Le sue previsioni sono drammatiche, secondo l’intervista rilasciata alcune settimane fa al New York Magazine. Qui il link.

Curve dell’economia a V, a U, a L?

In sintesi, contrariamente a coloro che scommettono su una ripresa a forma di V, cioè di repentino rimbalzo dell’attività economica dopo la caduta verticale durante il lockdown, Roubinì sostiene che vi sarà una lunga depressione con una curva a forma di L. Ciò significa che l’economia mondiale striscerà per molti anni sul fondo. Se nell’immediato post virus, ci sarà un lento recupero, secondo un percorso a U, quindi più lento di quello a V, questo recupero collasserà presto sotto il peso dei debiti accumulati dalle economie nel loro insieme, i quali deprimeranno a lungo i consumi e i pur fragili segnali di ripresa.

Nel contempo l’invecchiamento generazionale dell’Occidente peserà sullo sviluppo, richiedendo un maggior carico fiscale per sostenere i bisogni di questa parte della popolazione.

Se la spesa in deficit, tra debito e erogazioni a fondo perduto, sarà indispensabile per l’avvio della ripresa, essa porrà peraltro le premesse per una conflagrazione inflazionistica a metà del prossimo decennio.

L’allontanamento di Stati Uniti e Cina produrrà un’ondata di deglobalizzazione, con shock negativi dal lato dell’offerta simili a quelli degli Anni Settanta (crisi petrolifera), che faranno aumentare i costi delle materie prime, mentre il mercato del lavoro soffrirà della riduzione dei salari reali, anche per la rinuncia ad altri benefit dei lavoratori. I prezzi aumenteranno, ma lo sviluppo si ridurrà, poiché la gente sarà indotta a contenere i consumi.

La stagflazione genererà depressione. E in più vi saranno gli effetti dei disastri naturali, quali i cambiamenti del clima ad opera dell’uomo con la distruzione di molti ecosistemi. Roubinì conclude che, dopo un decennio di condizioni miserevoli, potremo aggirare l’ostacolo sviluppando un ordine socio economico internazionale più inclusivo, cooperativo e stabile, aggiungendo però che qualsiasi lieto fine si baserà sulla possibilità di sopravvivere ai tempi difficili che ci aspettano.
Il tema più immediato diventa quello di ciò che dovremmo fare in questi tempi mediani.

La condizione delle nostre infrastrutture

Noi proclamiamo la nostra fiducia nei confronti di politiche economiche a livello sovranazionale, in quanto consapevoli degli effetti che potrebbero prodursi di fronte a siffatte apocalittiche prospettive. Nel caso di risposte singole, a noi italiani non rimarrebbe che aspettare che il vaso di coccio della nostra economia vada definitivamente in frantumi. Nessuna indulgenza verso fastidiosi richiami autarchici, dunque!

Oltre a scenari generali, si evocano rimedi come quelli del Piano Marshall introdotto nel secondo dopoguerra e ci si chiede se l’abbondanza di mezzi finanziari pronti ad essere messi in campo dall’Unione nasconda trappole a nostro discapito. Vorrei fare alcune considerazioni.

La fine della guerra trovò i paesi sconfitti in una situazione di vantaggio quasi paradossale, in quanto la ricostruzione di fabbriche, impianti e infrastrutture distrutte dai bombardamenti alleati li avrebbe messi in condizione di accedere in tempi ridotti alle tecnologie più evolute dell’epoca, senza passare da programmi di investimento di lenta riconversione e ammodernamento dei tempi ordinari. La produttività fu il metro più efficace di misura di quel prodigioso recupero.

Oggi noi lamentiamo situazioni di indebolimento strutturale di almeno quattro infrastrutture portanti. La scuola, la sanità, le banche (quelle del territorio che sostengono la piccola imprenditoria) e molte infrastrutture fisiche (territorio, strade, ponti, trasporti aerei, telecomunicazioni) sono uscite in condizioni disastrate da pluriennali e inadeguate politiche di investimento, da sottovalutazione delle criticità e assenza di controlli. Senza nulla dire della infrastruttura Giustizia e della infrastruttura Burocrazia. Sono tutte accomunate dalla necessità di interventi emergenziali, sotto la ineluttabilità dell’urgenza e della drammaticità.

Ricostruire vuol dire programmare, controllare e farsi controllare

Non riusciamo finora a scorgere chiare politiche industriali, sanitarie, bancarie, fatte di scelte prioritarie, nonostante esse siano il compito primario della politica tout court, affinché il cittadino si riconosca nei differenti programmi elettorali. La politica degli annunci sopravanza tuttavia quella dei progetti.

Come si misura questa negazione della politica buona? Con la numerosità dei governi che si sono succeduti alla guida del paese, parte dei quali senza la legittimazione del voto? Oppure attraverso la poca esperienza e competenza, l’alta litigiosità, i trasformismi, la facile ricerca del consenso con elargizioni a carico della spesa pubblica e scarsi risultati a medio termine?

Questo è il punto. La fase demolitoria delle infrastrutture è andata avanti per decenni, la fase della ricostruzione non è mai stata avviata.

Dalla contrapposizione europea tra paesi cicala e paesi formica sono uscite importanti disponibilità per interventi di sussidio e di prestito. Ma dove sono i programmi, dove i progetti, dove gli indirizzi e le politiche di controllo? Il dibattito dovrebbe essere su questi temi, cioè sui settori disastrati, necessitanti di rapida e discontinua riconversione e su attività nuove, con risorse da indirizzare, governare, controllare.

Prima facciamoci dare i soldi, poi facciamoci un’idea su come utilizzarli, sembra invece il filo conduttore dell’azione governativa, con contorsioni in ordine a ciò che accettare (Recovery Fund) e a ciò che rifiutare (Mes).

Dal canto loro, i nostri critici europei hanno dubbi sulle nostre capacità di spendere bene le risorse che l’Unione ci metterà a disposizione, con il timore che vadano sprecate.

Il Piano Marshall, un confronto privo di senso

Noi facciamo poco per tranquillizzarli. Anzi capita che tiriamo in ballo confronti impropri con strumenti di intervento nell’economia di altri periodi. Uno di questi confronti è con il Piano Marshall del 1947-51, con il quale gli Stati Uniti sostennero il recupero economico dell’Europa dopo il secondo conflitto mondiale.

Come ci ricorda lo storico Giovanni Federico (qui una sua intervista per Il Foglio) il confronto con il Recovery Fund è assolutamente improprio. Quello fu un programma di rilancio che aveva come assi portanti a) l’approvvigionamento di materie prime alle industrie europee (carbone, acciaio, petrolio, cotone, grano) perché tornassero a produrre e a esportare per finanziare la ripresa interna dei loro paesi b) la riapertura del commercio internazionale, unica arma efficace contro i rischi dei nazionalismi autarchici.

Trovò nell’Italia un paese che, recuperata la propria stabilità monetaria e il controllo del debito pubblico, riuscì proficuamente a utilizzare quegli aiuti (il 90 per cento dei quali in forma di sussidi) soprattutto a vantaggio della industria siderurgica e meccanica. La concordia politica e il rigore finanziario di Einaudi e Menichella evitarono sprechi al punto che, quasi paradossalmente, dice Federico, i nostri governanti sembrarono meno keynesiani dei nostri sovventori, più propensi a elargire aiuti pubblici di quanto noi non fossimo disposti a rinunciare alla nostra parsimonia (in tutto, si trattò di 1,4 miliardi di dollari, il due per cento del Pil dell’epoca). Non mancarono ovviamente i controlli degli organismi statunitensi sulla direzione delle erogazioni.

Dal canto suo la nostra industria più dinamica, ben salda nei suoi assetti monopolistici (in testa la Fiat), ma incentivata dalla riapertura dei mercati, trovò, grazie a quegli aiuti, il modo di rinnovarsi radicalmente dal punto di vista tecnologico. Si preparò la successiva fase dello sviluppo, nota come miracolo economico.

Ora a ben vedere c’è poco di simile a oggi. Salvo un punto che noi faremo bene a tenere sempre in mente, che è il nostro divario tecnologico e in termini di capitale umano rispetto agli altri paesi a determinare la nostra posizione di svantaggio. È il vero punto che assimila la nostra attuale fase economica a quella di settanta anni fa, per quanto abbia ragioni (la prima la guerra, la seconda almeno venti anni di declino industriale) completamente diverse. Ed è il vuoto da colmare al più presto. Le premesse finora non sono purtroppo incoraggianti. Chi vivrà, vedrà.

 

 

 

1 COMMENT

  1. Articolo che pone l’accento sulla question centrale della faccenda: programmazione e piano industriale del Paese Italia. Troppe sono poi le variabili indipendenti in gioco, che presentano anche carte nascoste e bonus discrezionali e indecifrabili. Il tutto con una finanza lasciata libera di speculare, stante l’inconsistenza di un minimo di politica fiscale e di un sistema giudiziario che assicuri certezza e equita’ di oneri e diritti. L’orizzonte politico altamente variabile, non prospetta futuri che inducano all’ottimismo. L’analisi di Corsini del passato e dell’oggi e’ efficace …… sul futuro …… chissa’?

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