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Borghi e città: che cosa serve veramente dopo la pandemia 1/3

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Tra le proposte per uscire da questi mesi di buio economico-pandemico vi è il miglioramento da produrre nella qualità della vita di città e borghi, indirizzandoli lungo due differenti direzioni. Le città verso una Ecologia sociale urbana fatta di parchi, giardini e altre aree a verde, i villaggi e i borghi verso servizi adeguati alle esigenze della popolazione intenzionata a trasferirvisi, anche in ragione del diffondersi del lavoro da remoto.

Economia&FinanzaVerde fin dal suo avvio ha inteso dare a queste due tendenze un rilievo importante pubblicando nel tempo numerosi articoli.

Ritenendo convintamente di dover insistere lungo questa linea, la piattaforma pubblica in sequenza tre pezzi, il primo dei quali a firma dello storico Zeffiro Ciuffoletti, che inizia la sua gradita collaborazione, dal titolo Gli antichi borghi e l’Europa.

Seguirà dopodomani l’articolo del Presidente del Dipartimento di Agraria dell’Università di Firenze, professor Francesco Ferrini, intitolato Progettare le città nel mondo post Covid-19.

Il terzo pezzo, a firma della redazione, con il titolo Infrastrutture analogico-digitali per il recupero socio-economico dei borghi, e’ previsto per sabato.

L‘auspicio e’ di suscitare un dibattito che fornisca ausilio a policy pubbliche e a iniziative private adeguate alla soluzione di questi rilevanti temi.

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Gli antichi borghi e l’Europa

Da un millennio e anche di più gli europei si sono considerati cittadini delle loro città grandi e piccole, a volte borghi, a volte villaggi o antichi castelli o semplici pievi. Questi aggregati umani sono “libri di pietra”, dove è scritta la storia europea, la cultura, la società, il gusto e la bellezza, ma anche le istituzioni e la vita religiosa. Persino la sanità con gli ospedali.

In Europa, pur nella straordinaria varietà dei processi storici e degli aggregati urbani, persino nei più piccoli villaggi, non è difficile trovare un castello, una chiesa, un palazzo municipale, una piazza, un mercato, a volte un teatro, un viale alberato, un ospedale.

L’intenzione estetica e “politica” è sempre presente nelle città grandi come nei piccoli borghi. Per questo, come aveva intuito Carlo Cattaneo, le città italiane ed europee sono esemplari ed inconfondibili, veri e propri simboli di una civiltà che si è implementata sulla vitalità della società urbana, delle sue istituzioni religiose e laiche, plasmate dai chierici e dai mercanti, dagli artigiani e dai lavoratori.

In un rapporto vario, ma sempre penetrante e ben visibile, fra città e campagna, fra dentro e fuori. Anzi la rete dei borghi segna il reticolo extraurbano che lega le città al contado, una città ad un’altra città, ecc. Spesso il borgo, come hanno studiato gli storici del Medioevo da Henri Pirenne in poi, si sviluppa all’ombra delle fortezze e dei castelli, posti a difesa dai “barbari”, dai saraceni, dai normanni, dagli slavi ecc.

Abitati da artigiani e commercianti, né servi, né signori, questi borghi segnarono la ripresa degli scambi e dei commerci, rivitalizzando la rete stradale. Anzi in certe aree dell’Italia e dell’Europa, si pensi al Centro-Nord della penisola, al Sud della Francia, o all’Europa danubiana, le città e cittadine sorsero come “figlie della strada” o delle vie fluviali.

Quasi sempre questi borghi furono figli della mobilità rispetto alla relativa staticità dei villaggi e dei borghi montani, dove più a lungo si perpetuò il sistema feudale, la cultura del bosco e la piccola agricoltura. Insieme con le grandi proprietà signorili e religiose, detentrici dei boschi e dei pascoli, legati alla pratica della transumanza. Le cattedrali, come le navi, si costruivano con il legname, così come i tetti dei grandi palazzi signorili.

Lo sviluppo delle città maggiori, spesso, ha inglobato i borghi circostanti che hanno perso la loro individualità, ma non i segni del loro passato. Lo spopolamento delle montagne si è manifestato con forza riducendo, come è avvenuto lungo la dorsale appenninica, gli antichi insediamenti a fantasmi del passato.

Solo i borghi che avevano una funzione essenziale nelle vie di transito più importanti, come i passi appenninici o alpini, hanno mantenuto una parte della popolazione e delle funzioni produttive. La spinta all’industrializzazione degli ultimi secoli ha ulteriormente mutato la fisionomia sociale ed economica delle città minori e dei borghi, che si sono trasformati in fornitori di forza lavoro o in residenze collegate ai centri produttivi.

Nel caso italiano, ma in altre regioni europee è accaduto qualcosa di simile, è rimasto ancora un intreccio di tante realtà insediative diverse che si definiscono locali, o minori, ma essenziali per l’identità culturale, sociale e paesaggistica della penisola. Questo anche aldilà degli assetti amministrativi e infrastrutturali che hanno via via modellato e trasformato il sistema insediativo.

Si pensi che nel secondo dopoguerra e in concomitanza del miracolo economico quasi venti milioni di italiani dalle campagne si sono trasferiti nelle città e cittadine. Un fenomeno del genere si sta verificando con la grande emigrazione dalle campagne del mondo verso le metropoli del mondo più ricco e sviluppato.

In Italia ci sono più di novemila comuni. Alcuni, più di 5000, sono piccoli e piccolissimi, ma nel perimetro di questi comuni si trovano spesso incastonate piccole città, borghi e villaggi, che costituiscono un patrimonio identitario dell’Italia. Tanto è vero che lo stesso Touring Club Italiano nel 2006 iniziò la pubblicazione di una guida in tre volumi, intitolata Dentro l’Italia. Piccole città, borghi e villaggi. Viaggio attraverso storie e itinerari inconsueti. Paesi medievali e centri rinascimentali, borghi murati e città progettate. Un’iniziativa che fece seguito a quella del 1983 dedicata ai centri minori, intitolata Città da scoprire, che ebbe un enorme successo.

Oggi proprio questo complesso di città sembra il più colpito dalla pandemia, che trova proprio negli aggregati umani, dove è maggiore la mobilità e l’incontro, il terreno ideale per diffondersi e moltiplicarsi. In particolare le città-mondo, le metropoli, in Europa come in America presentano l’habitat ideale, nei loro luoghi di aggregazione , così come nei loro quartieri più poveri e degradati, per la circolazione del virus.

Il virus, insomma, colpisce le città, perché le città sono luoghi di incontro, di contatti, di masse che si muovono con i mezzi pubblici, si accalcano nelle piazze e nelle vie dove pulsa la vita e risplendono le vetrine ecc. Il virus, insomma, colpisce la libertà in ogni sua espressione e specialmente in quella elementare e primaria dell’incontro fra esseri umani.

Speriamo che dopo il virus si possano riconquistare tutti gli spazi di libertà che ci sono stati sottratti e che si possa pensare le città dando spazio e vitalità anche agli antichi borghi, dove sono minori i rischi di contagio che presentano le grandi città, e più vicino risulta il rapporto con la campagna.   

Da quel lavoro del Touring Club Italiano bisognerà ripartire per tracciare una sorta di indagine a tappeto sullo stato di salute di queste realtà, così importanti per l’identità italiana, ma anche per la ricchezza di un patrimonio sociale e produttivo, che, ormai, rischia di scomparire se non si pone mano ad un piano generale di interventi di salvaguardia ambientale e di sostegno sociale ed economico.

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