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La grande illusione della guerra

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📖 Libro: Norman Angell, La grande illusione della guerra, goWare con Tramedoro, Firenze-Bologna, 2023, p. 280. Guida alla lettura di Guglielmo Piombini, con uno scritto di Giuliano Procacci.
Prima edizione italiana: La grande illusione. Studio sulla potenza militare in rapporto alla prosperità delle nazioni, Enrico Voghera Editore, Roma, 1913, p. 365, a cura di Arnaldo Cervesato.
Titolo originale: The Great Illusion: A Study of the Relation of Military Power in Nations to their Economic and Social Advantage, 1910, New York and London, G.P. Putnam’s & Sons
Titolo della prima edizione del 1909: Europe’s Optical Illusion, London, Simpkin, Marshall, Hamilton, Kent & Co.

6° episodio della serie “In 5 minuti le idee che hanno cambiato il mondo”.

Articoli pubblicati:
1. Adam Smith: la nascita dell’economia politica
2. Gustave Le Bon: psicologia sociale e psicologia individuale
3. Kurt Gödel: il cervello non funziona come un computer
4. Hilary Putman: il cervello nella tinozza
5. Karl Popper: le società aperte
6. Norman Angell: la grande illusione della guerra

Se c’è un libro che può salvarci da una nuova immane catastrofe è proprio questo: La grande illusione di Norman Angell.

Certo, la prima edizione del 1909 non ci ha risparmiato la imponente carneficina della Grande guerra malgrado l’enorme e istantaneo successo dell’opera (fu subito tradotto in 25 lingue).

Neppure l’edizione ampliata del 1933, che fece propri i principi della sicurezza collettiva, riuscì a convincere i leader mondiali a evitare nuovi grandi cimiteri sotto la luna e a non fare di Varsavia la cosa che si vede nel finale del Pianista (Prime Video) e di Dresda la materia fumante di cui si legge in Mattatoio 5.

E neanche servì a molto il premio Nobel per la pace del 1933 ad Angell per La grande illusione come pure il film compassionevole del 1937 di Jean Renoir con Jean Gabin e Erich von Stroheim, i due attori più rappresentativi delle parti contendenti. Il film reca, non a caso, lo stesso titolo del libro.

Si vede che non c’era il karma. O, più storicamente, non erano ancora venute del tutto a maturazione le condizioni del mondo esposte lucidamente ne La grande illusione. Quelle condizioni che, seguendo il discorso di Angell, rendono i bellicismi un mero spunto per un videogioco.

Il mondo è un intero

Allora non c’era ancora quello che oggi c’è, cioè un’interdipendenza economica, finanziaria, culturale e anche culinaria che rende il mondo un’unità organica e non più la somma di tante parti che condividono uno spazio da contendersi.

Non è che, in conseguenza di tale interconnessione, la guerra sia diventata impossibile o eludibile. Anche il “vecchio” Hegel la riteneva inevitabile per via del prevalere dello “spirito dei popoli” sullo “spirito dell’umanità”, una preminenza che nello schema del filosofo tedesco trova espressione nel concetto identitario di nazione che s’invera nello Stato.

Più semplicemente, nello schema “pratico” di Angell, il ricorso alla guerra è un atto inutile, superfluo, totalmente dannoso per chi lo intraprende e per chi si trova a subirlo.

Un grado e mezzo

Il nostro comune problema, dal quale non sono esenti neppure gli epigoni di Hegel, si chiama “un grado e mezzo” che è l’innalzamento della temperatura del pianeta verso il quale siamo indirizzati.

Se vogliamo vedere, ma è meglio di no, come sarà il mondo nel 2047, quando quell’inpiù ci potrebbe essere, è sufficiente metter su Extrapolation – oltre il limite (Apple TV+), una serie in sei episodi ideata da Scott Z. Burns, un autore di grande spessore e intelligenza.

Che senso può avere conquistare manu militari un pezzo di terra dove l’aria sarà irrespirabile, dove l’unica cosa che potrà svilupparsi sono gli incendi e dove i grandi mammiferi, e non solo loro, si saranno estinti.

In questo scenario non così remoto le analisi e le conclusioni di Angell hanno anche un valore terapeutico. Ci aiutano a scioglierci dall’abbraccio dell’orso delle mentalità geopolitiche otto-novecentesche.

Adesso il nostro Guglielmo Piombini, con la usuale chiarezza, ci introduce nel mondo delle idee di questo pensatore che ha visto lontano.

Buona lettura.


La grande illusione

di Guglielmo Piombini

In 3 secondi: Nell’economia moderna la guerra danneggia
 tanto i vincitori quanto i vinti.
Norman Angell (1872-1967) fu un giornalista e scrittore inglese molto influente all’inizio del XX secolo. Il suo libro più celebre, La grande illusione, oggi è poco ricordato, ma negli anni che precedettero la Prima guerra mondiale venne stampato con tirature altissime, fu tradotto il 25 lingue e vendette milioni di copie. Angell nel 1933 vinse il premio Nobel per la pace.

In un minuto

  • La ricchezza di un paese non dipende dalla sua potenza politica o militare
  • Data la stretta interdipendenza economica che si è creata tra le nazioni, la guerra è diventata anacronistica
  • È una “grande illusione” che un paese possa diventare più ricco grazie a una guerra vittoriosa
  • I conflitti militari sconvolgono il sistema finanziario e creditizio, danneggiando tanto il paese vincitore quanto il paese vinto
  • Un paese che ne distrugge o sottomette un altro distrugge anche il proprio mercato
  • Il sistema finanziario rappresenta il sistema nervoso dell’organismo economico mondiale
  • I piccoli paesi privi di potere politico sono più prosperi delle grandi potenze
  • La tendenza generale dell’umanità è quella di sostituire il conflitto con la cooperazione volontaria

Per chi ha almeno 5 minuti

L’inutilità della guerra

Una delle convinzioni erronee più radicate degli uomini all’inizio del XX secolo, osserva Norman Angell che scrive nel 1909, è quella secondo cui la ricchezza economica di un paese dipende dalla sua potenza politica. Molti inglesi, ad esempio, sono convinti che la forza dell’impero britannico sia alla base del suo successo commerciale, così come molti tedeschi credono che lo sviluppo industriale della Germania sia dovuto ai suoi recenti successi militari.

Anche i pacifisti spesso non contestano l’idea che la guerra sia vantaggiosa. È per questo motivo che la propaganda per la pace ha fallito e che la pubblica opinione in Europa, lungi dal frenare nei propri governi la tendenza ad aumentare gli armamenti, li spinge a spese sempre maggiori. Eppure, scrive Angell, si tratta di un errore pericolosissimo che, se non sradicato, può mettere a repentaglio l’esistenza della nostra stessa civilizzazione.

In passato i saccheggi e le conquiste militari potevano migliorare le condizioni di un paese, ma oggi la situazione è completamente mutata. Data la stretta interdipendenza commerciale, la distruzione dell’economia di una nazione nemica avrebbe effetti disastrosi anche sull’economia della potenza conquistatrice.

L’interdipendenza delle società

Non bisogna mai dimenticare che ciascun paese produttore, oltre ad essere un concorrente ed un rivale, è un cliente e un mercato. Se una nazione distrugge completamente, per via militare, le industrie di un’altra nazione, rovina il suo stesso mercato effettivo o potenziale; ciò equivarrebbe commercialmente ad un suicidio.

I tedeschi non otterrebbero nessun vantaggio neanche se schiavizzassero l’intero popolo inglese. Da dove proviene infatti la ricchezza inglese che tanto seduce i tedeschi? Essenzialmente dai profitti delle sue attività economiche.

E come potrebbero esserci ancora tali profitti, se la popolazione è resa schiava, e non può più consumare e produrre liberamente? Se i tedeschi vogliono prendersi tali utili, spiega Angell, devono permetterne altresì la produzione. Se la permettono, devono lasciare che la popolazione inglese continui a vivere esattamente come prima.

Una globalizzazione ante litteram

Lo sviluppo del commercio internazionale e dell’interdipendenza economica tra le nazioni hanno dunque reso la guerra del tutto anacronistica. Questa interdipendenza nasce dallo sviluppo dell’economia, degli scambi, della finanza, del credito e delle comunicazioni, che fanno sì che una perturbazione a Londra si senta quasi immediatamente a New York o a Berlino.

In particolare, spiega Angell, l’organizzazione bancaria fornisce all’intero organismo economico internazionale i nervi sensori, che rendono quasi immediate le reazioni dei mercati agli eventi politici.

Quello che è evidente a un banchiere o a un uomo d’affari, che sottrarsi ai propri impegni o tentare un saccheggio finanziario è una stupidaggine che equivale al suicidio commerciale, dovrebbe diventare ovvio anche per i governanti.

Lo sviluppo commerciale, quindi, rende manifesta una profonda verità: che la base effettiva della moralità sociale coincide con il proprio interesse.

Il colonialismo e l’imperialismo sono superati

La forza militare, quindi, manca sempre più al suo scopo ed è ormai diventata completamente inutile. Se al principio della storia uno Stato razziatore poteva infliggere ad un altro un gran danno senza risentirne, oggi uno Stato non può causare nemmeno un danno lontanamente paragonabile a quello dei tempi antichi, senza provocare contro sé stesso una reazione disastrosa.

Quattro secoli fa l’Inghilterra avrebbe potuto vedere annientati tutti i suoi rivali senza alcun suo detrimento; oggi un fatto del genere significherebbe la più terribile carestia.

Si possono riassumere tutte queste considerazioni in una sola: che la sola politica che un conquistatore possa seguire è quella di lasciare il territorio in completo possesso degli individui che lo popolano. Considerare sinonimo di arricchimento per una nazione la conquista di nuovi territori è dunque un errore di logica o un’illusione ottica. Per gli abitanti di un paese non c’è dunque nessun modo di trarre un vantaggio economico dal possesso di una colonia o di un impero.

La politica di potenza

Gli “esperti” spiegano però che la sicurezza militare e quella commerciale sono una cosa sola, e che gli armamenti sono giustificati dalla necessità di garantire il commercio; affermano che un paese privo di una forza militare che serva di base alle trattative diplomatiche nelle consulte d’Europa si trova esposto a grandissimi svantaggi.

Eppure, osserva Angell, quando un capitalista studia la questione da un punto di vista esclusivamente finanziario, e deve decidere se investire i propri capitali nei grandi Stati, con tutto il loro apparato di eserciti colossali e di marine favolosamente costose, oppure nei piccoli Stati, i quali non dispongono di alcuna forza militare, egli dà la preferenza allo Stato piccolo e indifeso.

Guardando alle quotazioni, gli investimenti nei titoli belgi, norvegesi, olandesi e svedesi, nazioni imbelli e alla quotidiana mercé dei loro colossali vicini, sono del dieci o del venti per cento più sicuri di quelli della potente Germania e dell’impero russo.

La prosperità dei piccoli Stati

La ragione è che nel mondo moderno la ricchezza, la prosperità e il benessere di un paese non dipendono in alcun modo dalla sua potenza politica o dalla sua estensione territoriale.

Lo dimostra il fatto che le nazioni minori come la Svizzera, il Belgio, l’Olanda, la Danimarca o la Svezia, le quali non esercitano alcun potere politico, godono di un livello di prosperità commerciale e di benessere sociale pari o superiore a quello delle grandi nazioni d’Europa, come la Germania, la Russia, l’impero austro-ungarico o la Francia.

Il cittadino olandese, il cui governo non possiede alcuna forza militare, è in media più ricco del cittadino tedesco, il cui governo possiede un esercito di due milioni di uomini, e molto più ricco del cittadino russo, il cui governo ne tiene circa quattro milioni sotto le armi.

Il commercio e la prosperità economica si conquistano semplicemente producendo beni di maggior qualità o di minor prezzo rispetto ai concorrenti, mentre la presenza di una potente marina non può in alcun modo aiutare le esportazioni o assicurare la conquista di un mercato.

La Svizzera non possiede nemmeno una nave da guerra, ma le sue produzioni spesso scacciano quelle dei produttori inglesi.

Altre giustificazioni non economiche della guerra

Quando non riescono a confutare gli argomenti economici, i sostenitori della guerra la difendono su basi psicologiche. La guerra, dicono, è nella natura dell’uomo, che sempre l’ha fatta e sempre la farà.

In altre occasioni i militaristi sostengono che le nazioni non si fanno la guerra per ragioni economiche, ma per ragioni spirituali e ideali, oppure per motivazioni irrazionali riguardanti la vanità, il prestigio o il desiderio di primeggiare.

Tuttavia, replica Angell, non è per niente vero che la guerra nasca da irrefrenabili impulsi aggressivi insiti nell’uomo, dato che quasi sempre richiede una lunga preparazione.

Al contrario, l’evoluzione storica dell’umanità vede il passaggio dal metodo dello sterminio dei vinti a quello dell’imposizione dei tributi.

Oggi l’umanità si sta accorgendo che anche questo sistema costa più di quel che rende, perché la spesa per estorcere denari coi mezzi militari eccede l’importo della somma estorta.\\

Il risultato finale è l’abbandono completo della forza in favore della cooperazione volontaria reciprocamente vantaggiosa. Ogni passo in avanti nella cooperazione umana è dunque sinonimo di civiltà.

CITAZIONE RILEVANTE
Una previsione azzeccata
«Il mio libro non afferma l’impossibilità della guerra (insistetti, sempre, nel dire con chiarezza che la nostra ignoranza in argomento rende la guerra non solo possibile, ma estremamente probabile) ma ne dimostra la nessuna utilità.»

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