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L’ Arte e la Cultura in lutto per la morte di Antonio Paolucci

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Dal Giardino di Villa Bardini
Il suo ricordo in una storia meno nota

L’arte e la cultura sono il lutto, è morto Antonio Paolucci, ex sovrintendente del Polo Museale di Firenze ed ex Ministro per i Beni Culturali durante il Governo di Lamberto Dini, oltre ad aver ricoperto la prestigiosa carica di direttore dei Musei Vaticani assegnatagli da Papa Ratzinger. Paolucci, originario di Rimini dove era nato il 19 settembre 1939, e’ stato uno tra i più stimati storici ed esperti d’arte italiani.

Uomo rigoroso con la grande passione anche per la tutela del Patrimonio Artistico Italiano. Fu lui ad occuparsi dei danni provocati alla basilica di San Francesco ad Assisi dopo il terremoto e della Galleria degli Uffizi dopo l’attentato dei Georgofili.

Ma vorrei ricordarlo per una grande operazione, magari meno nota della sua innovazione del museo diffuso, che ha permesso alla città di Firenze di entrare in possesso della grandiosa “Eredità Bardini”, una storia che fin dal diciannovesimo secolo si dipana a livello mondiale.

A fine ottocento, Stefano Bardini era divenuto uno dei più potenti mercanti d’arte di un mondo che stava cambiando, un mondo che grazie a Firenze capitale, al suo rifacimento e alla bella società internazionale che vi abitava, era freneticamente in fermento. Uomo di grande fiuto ed intelligenza per gli affari, Bardini indirizzava le sue trattative alle opere di Tiziano, Botticelli, Paolo Uccello. I suoi clienti erano il Louvre a Parigi e l’Hermitage a San Pietroburgo e ad altri direttori di Pinacoteche prestigiose. Gli Acton, i Vanderbilt, i Rothschild si fermavano in città ad ammirare le collezioni, e gli storici, come Berenson ed Horne, godevano del privilegio della sua esperienza.

Egli poteva trovare il pezzo giusto per tutte le richieste, statue, arazzi e dipinti, mobili e tessuti pregiati anche rinascimentali. Le città si trasformavano, nasceva la borghesia industriale e moriva l’aristocrazia che vendeva le proprietà, gli ordini religiosi che disperdevano le ricchezze accumulate e il vizio del gioco rovinava antichi patrimoni e titoli nobiliari. Un nuovo secolo si inaugurava e dalle trasformazioni urbanistiche di un nuovo Regno e di una nuova Nazione chiamata Italia tutto poteva rinascere nel nome della bellezza e dell’arte.  Alla morte di Stefano Bardini, l’immenso patrimonio, che comprendeva ville, palazzi e opere di inestimabile valore, furono lasciate al Comune di Firenze in segno di gratitudine verso l’Atene d’Italia che tanto gli aveva dato.

Ma le tazzine di veleno sono sempre preparate ad arte amava dire Bettino Ricasoli. Con la nascita del fascismo, il Comune si comportò da vero ”tombarolo” nei confronti dell’ immenso patrimonio ricevuto in dono, permettendo che chiunque volesse abbellire gli uffici del potere potesse saccheggiare a suo piacimento le stanze contenenti tesori nascosti. Il figlio Ugo, uomo introverso e sensibile, ne rimase talmente ferito da escogitare alla sua morte, avvenuta nel 1965 senza eredi, un testamento molto intricato e vendicativo, che ha richiesto 30 anni per permettere allo stato italiano di risolverlo a suo beneficio.

Ugo Bardini nominò erede lo Stato Svizzero, in seconda istanza il Vaticano e solo in terza battuta lo Stato Italiano e precisamente il Ministero della Pubblica Istruzione, con l’obbligo, in caso di accettazione di destinare l’intera somma ricavata dalla vendita di tutti i beni, alla compravendita sul territorio mondiale di una o due opere d’arte di eccezionale importanza anteriori al 1600, da destinare successivamente ai Musei della città di Firenze. Ma come poteva essere venduta un’ intera eredità che comprendeva tanti pezzi di inestimabile valore? Come potevano essere venduti palazzi ed edifici storici e monumenti italiani? La ”beffa” pensata da Ugo Bardini forse era proprio quella, aspettarsi che lo Stato Italiano applicasse la legge di tutela e vincolasse l’eredità per non disperdere il patrimonio. Le strade che si presentavano non potevano essere molte, lasciare l’eredità inutilizzata ed esposta al degrado, oppure eseguire la volontà testamentaria ed acquisire le opere richieste, valutate 35 miliardi di lire.

Giardino di Villa Bardini Galleria del glicine

Solo dopo questa operazione il patrimonio sarebbe divenuto proprietà dello stato. La provvidenza arriva sempre in aiuto a impavidi sognatori. Nel 1975 un giovane Antonio Paolucci catalogò l’eredità Bardini e, quale estimatore e studioso della storia dell’arte, amante vero di Firenze, si preoccupò di impedirne la dispersione. Nel 1995, grazie al governo tecnico di Lamberto Dini e al ruolo di Ministro dei Beni Culturali Paolucci, grazie anche all’appoggio di Valdo Spini, Sandra Bonsanti e Giovanni Berlinguer e dell’allora Presidente della Commissione Cultura della Camera ottenne il miracolo e, con il decreto numero 120 del 6 marzo 1996, furono trovati i soldi per acquisire le opere e risolvere la questione della eredità Bardini.  Antonio Paolucci istituì una commissione composta da Cristina Acidini, (soprintendente beni artistici e storici Firenze)L Evelina Borea (ufficio centrale beni culturali ministero), Marco Chiarini (direttore della Galleria Palatina Firenze), per selezionare le opere da comprare sul mercato internazionale.

Il tempo a disposizione non era molto, il governo Dini non era destinato a durare. Bisognava portare a termine rapidamente l’intricata situazione. Cercare di acquistare opere per 35 miliardi di lire fece sicuramente rumore in tutto il mondo: collezionisti internazionali si mossero sia in occidente che in oriente, proposte arrivarono da antiquari, galleristi, mercanti d’arte privati e pubblici. La cifra destinata all’acquisto era di notevole entità, ma nonostante ciò trovare opere di assoluto valore non era semplice.

Fu sciolto anche il nodo dello stemma di Donatello, facente parte della collezione Martelli, legato a un lascito all’arcivescovado che comprendeva il palazzo Martelli. Anche qui un intervento provvidenziale dell’avvocato Raffaele Torricelli, uomo di legge, ma attivo da decenni nel sociale e nell’arte, e di Gianni Conti che aveva ricoperto il ruolo di assessore alla cultura e alle belle arti, riuscirono a recuperare al pubblico opere di inestimabile valore, come due pannelli su tavola di Antonello da Messina, perfettamente restaurati, raffiguranti una Vergine con Bambino incoronata da angeli, e un San Giovanni Evangelista. Finalmente l’eredità Bardini avrebbe potuto essere ammirata da tutto il mondo, visitata dai fiorentini come patrimonio della città.

Vista su Firenze da Villa Bardini

Grazie alla convenzione con l’Ente Cassa di Risparmio di Firenze e alla costituzione della fondazione Bardini – Peyron, l’ Ente ha disposto nel tempo lavori di restauro e ripristino della villa e del meraviglioso giardino. Un giardino romantico all’italiana con parco di quattro ettari situato sulla collina di Belvedere, adiacente a Boboli, e proiettato sulla città e sui suoi secolari monumenti. Le ristrutturazioni della Villa hanno consentito di creare all’interno il museo Annigoni, il museo Roberto Capucci e le mostre internazionali che vi si susseguono durante tutto l’anno.

Il merito va alla visione di Antonio Paolucci.

Oggi l’Arte e la cultura sono in lutto, ci ha lasciato un uomo che ha sempre lavorato con un grande senso delle istituzioni e un preciso concetto del ruolo pubblico. Eike Schmidt, ex direttore delle Gallerie degli Uffizi di Firenze, ora alla guida del Museo e Real Bosco di Capodimonte a Napoli ha detto: «La scomparsa di Antonio Paolucci crea un grande vuoto nel mondo della cultura. Profondissimo conoscitore della storia dell’arte, museologo di fama mondiale, colpiva per la cristallina chiarezza del suo pensiero» e il Ministro Gennaro Sangiuliano ha aggiunto «L’Italia perde un uomo di cultura appassionato e rigoroso, un instancabile studioso che ha dedicato la sua vita alla tutela, alla promozione e alla valorizzazione del nostro patrimonio artistico e culturale».

Tutta la comunità fiorentina gli deve molto, ma soprattutto gli deve molto quella nazionale e internazionale per il suo impegno e per le sue inestimabili conoscenze, per la sua visione e per la sua capacità realizzativa.

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