E’ una vicenda romanzata tratta dalla storia vera di un gruppo d’imprese, che ha dell’incredibile, prefigurata alcuni anni fa e conclusasi in questi giorni con la fine, una dopo l’altra, di tutte le sue componenti. Un destino segnato da una cultura d’impresa inadeguata a proseguire le idee originali di chi aveva promosso il gruppo, abbandonate dai protagonismi di corte vedute degli epigoni. Una storia di governance malata.
Oltre ad essere un racconto dalla trama originale, è un utile caso di studio per tutti coloro che dirigono imprese e banche, facendo dell’innovazione la loro osannata stella polare. Sono sicuri che la cultura della loro azienda sia veramente aperta a recepirla? Quanto siamo lontani dalla massima del grande economista Joseph Schumpeter, secondo il quale
“Non è imprenditore chi compie operazioni economiche, intendendo lucrarne profitto, bensì colui che introduce atti innovativi”
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Ci sono storie che sembrano inventate ma che in realtà si basano su avvenimenti e circostanze realmente accadute.
Il libro in questione rappresenta uno di questi casi e la narrazione delle vicende si ispira alla pochezza e al provincialismo che costituisce da sempre una barriera insormontabile per chi non è in grado di capire le opportunità che, con una combinazione di circostanze, la vita talvolta offre.
Per chi conosce, anche di sfuggita, i fatti messi in successione, i ruderi rimasti simboleggiano l’esempio di un’occasione persa. Unica e irripetibile.
Il destino, come sempre, è in mano a uomini e di questi Leonardo Sciascia ha fatto una precisa scala di valori che, ancor oggi, rimane inalterata.