Gran parte del cinema di François Truffaut appartiene al suo tempo, lo ami per questo. “Fahrenheit 451” no. Sembra un monito per il nostro mondo, non per quello di sessant’anni fa, quando uscì dai Pinewood Studios di Londra. SchermocracyNel mondo di “Fahrenheit 451” (233 °C, temperatura di combustione della carta) non c’è più il testo. Non c’è più lettura. I giornali sono illustrati, a scuola si insegnano solo numeri, ovunque domina uno schermo interattivo. Truffaut si cala in questa atmosfera con la leggerezza che gli è propria. I titoli di testa sono recitati mentre scorre una carrellata sulle antenne televisive del quartiere di Southgate, a Londra, dove sono stati girati gli esterni. Le villette ignifughe, gli schermi onnipresenti, il treno sopraelevato, l’evasione che diventa stile di vita. Visto oggi, “Fahrenheit 451” non appare un film dispotico. Sembra una fiaba sul presente che allora non era arrivato. Rispetto al libro di Ray Bradbury, più aspro, più febbrile, Truffaut sceglie la favola. Girò in un momento di passaggio, dalla Nouvelle Vague a qualcosa di nuovo. Niente camera a mano, niente improvvisazione, niente Parigi. Tutto è efficiente, silenzioso, lindo, impersonale, costruito. All’epoca il film non fu capito appieno e ricevette molte critiche. Oggi è un classico, la patina dell’epoca affiora, ma l’insieme galleggia fuori dal tempo. Una favola dell’apocalisse culturaleEppure assistiamo a un’eclissi culturale silenziosa. Una dissolvenza con una morbidezza fredda, come in certi dipinti urbani di Edward Hopper, sembra quasi un’opera pop, più che una distopia. Nel mondo di “Fahrenheit 451” nessuno è stato costretto a smettere di leggere. Semplicemente è diventato inutile, uno spreco. Il regime ha aspettato che la distrazione facesse il lavoro. Poi ha istituzionalizzato il divieto. Lo vediamo nella scena più inquietante del film, Linda, sul divano, immersa nella sua famiglia televisiva, è felice. Non manca di nulla. Non desidera nulla. Si impasticca. Ed è perfettamente, pericolosamente normale. Leggere fa soffrire. I libri fanno agognare vite che non esistono, diffondono idee che inquietano, emozioni che turbano. Gettano il seme del dubbio. La felicità è più vicina quando non sentiamo più il bisogno di emozioni. Ray Bradbury e François Truffaut avevano capito qualcosa di essenziale: la lettura non muore quando si bruciano i libri o quando sono messi all’indice. I libri muoiono quando nessuno li ricorda, li cerca, li legge più. Gli Uomini-LibroLa tradizione della lettura però non muore. Sopravvive negli Uomini‑Libro, figure che hanno memorizzato intere opere. Vivono in una piccola comunità nella foresta, ai margini del mondo di “Fahrenheit 451”. Due gemelli sono i tomi I e II di Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen, un anziano morente trasferisce al nipote il contenuto de La chiusa di Hermiston, il romanzo incompiuto di Robert Louis Stevenson. Montag, il pompiere ribelle e tormentato che incenerisce i libri perché la paga è buona, diventerà I racconti del grottesco e dell’arabesco di Edgar Allan Poe. C’è anche il tributo a Bradbury con Cronache Marziane. Un signore piuttosto trasandato è Il Principe di Machiavelli che si presenta a Montag con queste parole: “Un libro non si giudica dalla copertina”. Ci sono tutti i testi amati da Truffaut. In Bradbury questa biblioteca, però, non compare. Un particolare curioso: tra i libri inceneriti compare anche un numero dei Cahiers du Cinéma, la rivista depositaria della cultura della Nouvelle Vague, un piccolo atto di autoironia di Truffaut, o forse di congedo. Se diventassi un Uomo‑Libro, sceglierei La caduta di Albert Camus, un testo breve da memorizzare, non come le interminabili Memorie di Louis de Rouvroy, duca di Saint‑Simon, affidate a Clarisse. Buon giorno e buon inizio settimana. L’idea per la newsletter di oggi mi è venuta leggendo una dichiarazione di Joanna Prior, CEO di Pan Macmillan, l’editore di Ken Follett e Hilary Mantel. Nel keynote della recente London Book Fair, ha detto:
Il concetto è potente perché ribalta il discorso dominante. Oggi tutto il settore editoriale discute dell’impatto dell’AI: traduzione automatica, editing algoritmico, marketing robotico, perfino declino dell’autorialità. Prior invece delinea un processo assai più radicale. La vera questione non è come si scriveranno o distribuiranno i libri, ma se qualcuno li leggerà ancora. Questo sposta il problema dalla tecnologia alla cultura. L’impatto dell’AIAnche chi vive di scrittura, seppur ne tragga beneficio, tuona contro l’AI. Mi viene in mente l’immagine dell’automobilista che ha sfasciato l’auto contro un albero e si preoccupa di lucidare il parabrezza che si è sporcato. Beninteso, l’AI è una sfida mica da poco. Il giornalismo è quasi andato, la saggistica e il long form soffrono, la didattica vacilla. Tiene la narrativa, ma anche qui il fiume sale impetuosamente verso gli argini. Prendiamo questo caso, estremo ma non isolato. Coral Hart, scrittrice sudafricana, ha usato Claude.ai per produrre oltre 200 romanzi rosa nel 2025, autopubblicandoli su Amazon sotto 21 pseudonimi diversi. Nessuno è diventato un bestseller, ma insieme hanno venduto 50.000 copie e generato guadagni a sei cifre. Alexandra Alterdel “New York Times” menziona una demo nella quale Claude.aiscrive un romanzo completo in 45 minuti. Hart gestisce anche un’attività di coaching in cui insegna a produrre romanzi con l’AI e sta lanciando un programma per generare un libro da una traccia in meno di un’ora. Costo del servizio: tra 80 e 250 dollari al mese. 40 su 100All’inizio del Novecento in Europa c’erano 19 monarchie, oggi ne sono rimaste 11. Sembra che la stessa tendenza riguardi anche Sua Maestà il Testo, che regna da più tempo di qualsiasi corona. Secondo uno studio dell’University College London pubblicato su “iScience”, la quota di persone che legge per piacere ogni giorno è scesa dal 28% del 2004 al 16% del 2023. Su 100 lettori di vent’anni fa, 43 hanno smesso. Le fasce che leggono di più sono gli anziani over 66, i lettori più assidui nell’arco dei vent’anni analizzati. Ma anche questa fascia è in declino e si avvicina ormai ai livelli minimali della fascia tra i 15 e i 24 anni. In Europa potremmo consolarci sapendo che il campione è americano. Ma non troppo, lo studio mostra che il calo della lettura è correlato con l’aumento dell’uso dei media digitali, e questo avviene ovunque. Jonathan Bate, professore all’Università di Oxford, parla di cambiamento neurologico. Gli studenti che leggevano tre libri a settimana oggi faticano a finirne uno in tre settimane. Una generazione ricablata per lo scroll. Il doomscrolling ha abituato il cervello a risposte rapide, scoraggiando il pensiero profondo che un testo strutturato richiede. L’AI accelera il processo come surrogato della lettura. E qui torniamo “Fahrenheit 451”. Addio paperbackIl tascabile, piccolo, economico, stampato su carta sottile, nacque negli anni Trenta per portare i libri ovunque, dalle farmacie alle stazioni fino ai supermercati. Il libro stava in tasca e costava come un pacchetto di sigarette. Stephen King comprò i suoi primi romanzi a 35 centesimi nella farmacia sotto casa. Fu il denaro dei tascabili, 400.000 dollari per i diritti di Carrie, a liberarlo dall’insegnamento e a farne lo scrittore che è oggi. Nel 2006 negli Stati Uniti ne furono venduti 103 milioni. L’anno scorso meno di 18. Il maggiore distributore americano non li lavora più. Non è finita per consunzione, è stato semplicemente sostituito come un pezzo vecchio. Lo hanno rimpiazzato gli e-book, gli audiolibri digitali e le edizioni rilegate con carta pregiata e bordi colorati, più costose ma evidentemente più appetibili. Il libro si sta avvicinando a un prodotto di lusso. Paperback solo a Portobello. E qui arriviamo al mercato globale del libro. Il mercato non crolla perché cresce in Asia. China e India continuano ad allargare il pubblico dei lettori mentre Europa e Stati Uniti restano mercati maturi, se non in declino. In altre parole il libro tiene perché cambia geografia. Perde lettori in Occidente ma ne guadagna in Asia, dove istruzione, urbanizzazione e classe media continuano ad alimentare la domanda. Il romance ha salvato il libro… o forse no.I romanzi rosa rappresentano oggi circa il 20% delle vendite globali di libri. In cinque anni hanno più che raddoppiato le copie vendute. Il mercato regge, perché cambia forma. Il motore è TikTok. In particolare la comunità letteraria BookTok. Influencer consigliano romanzi a milioni di follower e titoli sconosciuti diventano bestseller. Non si consiglia più Hemingway, ma un romantasy con fate, vampiri e scene esplicite. L’84% dei lettori di romance sono donne tra i 18 e i 44 anni. Un mercato enorme, a lungo ignorato dalla critica. Leggere romance significa evasione, distrazione. E qui torna, dalla finestra, la Linda di “Fahrenheit 451”. Abbiamo già un nome per questo fenomeno. Si chiama “smut”, letteralmente osceno. La parola è stata trasformata in un affettuoso marchio di fabbrica per generi come hockey smut, vampire smut, fae (fatato) smut. Ma c’è un punto nero. Il mercato è così saturo che due romanzi rosa possono risultare quasi identici senza plagio, per semplice convergenza. Quando l’abbondanza satura l’offerta, il ciclo si avvicina all’esaurimento. Il ritorno degli Uomini-LibroQuello che quindici anni fa si pensava sarebbe accaduto con gli e-book è invece successo con audiolibri e podcast. Stanno diventando la forma dominante di lettura traslata, perché richiedono meno impegno di quella diretta. La ragione del successo è semplice. Si può ascoltare un testo durante un tragitto, facendo esercizio fisico o sbrigando le faccende domestiche. Chi non ha il tempo di sedersi a leggere trova invece l’occasione di ascoltare. Ma contano come lettura? Liz Mineo, neuroscienziata di Harvard, ricorda che la “letterbox” del cervello, l’area che elabora la scrittura, con gli audiolibri non entra in azione. Ma ascoltare resta sempre meglio di niente. Si può apprezzare una storia senza allenare la lettura. È un po’ come guardare una partita invece di giocarla. Il piacere è reale, ma le competenze cognitive che la pagina sviluppa restano sopite. Pazienza! E così anche gli audiolibri, paradossalmente, contribuiscono ad allentare la lettura, aggirandola. “Noi bruciamo i libri, ma li conserviamo qui dentro”, dice un Uomo-Libro toccandosi la testa in “Fahrenheit 451”. A che serve leggere? Sua Maestà il testo non abdicaFortunatamente il testo beneficia dell’effetto Lindy che dice questo: più una cosa non deperibile è sopravvissuta, più è probabile che sopravviva ancora. Un testo durato mille anni ha più chances di durarne altri mille di una cosa nata ieri. Il nome viene dal Lindy’s, un locale di Broadway. Lì si osservò che gli spettacoli longevi tendevano a restare in cartellone più a lungo degli altri. Il matematico Nassim Nicholas Taleb chiamò questo fenomeno effetto Lindy. La scrittura esiste da cinquemila anni. Ha attraversato oralità, papiri, manoscritti, stampa, digitale, multitasking, audiolibri. Ogni volta qualcuno ne ha annunciato la fine. Ogni giorno però c’è una replica come a Broadway. Il declino della lettura è reale, documentato, preoccupante. Ma il testo scritto non è una moda, è un’infrastruttura cognitiva. Lo scroll passa. La scrittura resta. L’effetto Lindy funziona. Jürgen Habermas, il grande filosofo tedesco scomparso sabato scorso, sosteneva che la parola scritta è una forma cognitiva superiore perché impone una disciplina che le altre forme di comunicazione non richiedono. Anche la stampa non è affatto morta, ma sta cambiando funzione. Non compete con il digitale sulla velocità, bensì sull’esperienza sensoriale, sulla cura editoriale e sul valore culturale che dura nel tempo. E allora la domanda non è se il testo scritto sopravviverà. È se noi avremo ancora il bisogno di leggerlo. “Fahrenheit 451” non temeva il rogo. Temeva l’indifferenza, l’apatia. È quella la vera disfida. Ed è culturale. Prima di andareLa biblioteca di TruffautDi seguito, in ordine di apparizione, i libri memorizzati dagli Uomini-Libro nella scena finale del film di Truffaut, una lista che non compare nel romanzo di Bradbury. A ogni titolo corrisponde un uomo o una donna libro. Vita di Henry Brulard (Vie de Henry Brulard, 1890), di Stendhal Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò (Through the Looking-Glass, and What Alice Found There, 1871) di Lewis Carroll La Repubblica (Politéia, IV secolo a.C.) di Platone Cime tempestose (Wuthering Heights, 1847) di Emily Brontë Il corsaro (The Corsair, 1814) di George Gordon Byron Alice nel paese delle meraviglie (Alice’s Adventures in Wonderland, 1865) di Lewis Carroll Il cammino del pellegrino (The Pilgrim’s Progress, 1678) di John Bunyan Aspettando Godot (En attendant Godot, 1952) di Samuel Beckett Riflessioni sulla questione ebraica (Réflexions sur la question juive, 1946) di Jean-Paul Sartre Cronache marziane (The Martian Chronicles, 1950) di Ray Bradbury Il circolo Pickwick (The Pickwick Papers, 1836-1837) di Charles Dickens David Copperfield (1850) di Charles Dickens Il Principe (1532) di Niccolò Machiavelli Orgoglio e pregiudizio (Pride and Prejudice, 1813) di Jane Austen I racconti del grottesco e dell’arabesco (Tales of the Grotesque and Arabesque, 1840) di Edgar Allan Poe Memorie (Mémoires, scritte tra il 1694 e il 1749, pubblicate postume dal 1829) di Louis de Rouvroy, duca di Saint-Simon La chiusa di Hermiston (Weir of Hermiston, 1896) di Robert Louis Stevenson Buona lettura!
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