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Il Paese che non scende più in campo

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“Come è possibile che uno sport così popolare, così radicato nel tessuto sociale italiano, produca risultati sportivi, economici e organizzativi tanto modesti?”  (L. Casini, Quel che resta del calcio, Il Mulino)

“Il declino economico italiano non è stato improvviso né spettacolare; piuttosto, è stato lento ma progressivo, quasi invisibile” (R. Trezzi, G. Ascari, Fotografia di un declino, Ed. Indipendente)

Per la terza volta consecutiva guardiamo i Mondiali di calcio da esclusi. Seduti sul divano, sfiduciati, delusi e, diciamolo pure, anche un po’ rosi dall’invidia mentre gli altri giocano, corrono e segnano.

È un’immagine calcistica, certo.

Ma somiglia molto anche all’Italia: un Paese che per decenni è stato in campo, ha avuto buoni successi. Ha prodotto, esportato, costruito benessere e oggi troppo spesso osserva gli altri crescere più velocemente.

Il calcio italiano è una metafora di questa condizione.

Trentatré milioni di tifosi, più di un milione di tesserati, quattro Coppe del mondo vinte. Eppure la Nazionale non va ai Mondiali da tempo. Il settore calcistico sembra invecchiato male e acciaccato, il sistema professionistico ha accumulato perdite per oltre cinque miliardi negli ultimi anni. E il campionato non è più quello “più bello del mondo”.

Il Belpaese ha ancora manifattura, turismo, bellezze artistiche e paesaggistiche, distretti industriali, esportazioni di qualità, capitale umano e una rilevante ricchezza privata. Il risparmio degli italiani è stato per decenni una forma di protezione. Ma senza un’efficace strategia di crescita del Paese, tende a diventare un ammortizzatore del declino, non un motore di sviluppo.

Queste risorse non si trasformano in crescita stabile, produttività, innovazione, attrazione di giovani e investimenti.

Per anni il calcio ha vissuto di rendita. Ha incassato il prestigio del passato, ha comprato giocatori, ha inseguito il colpo di mercato, mentre la Premier League correva, la Bundesliga programmava, la Liga costruiva un modello più efficiente. Noi, intanto, continuavamo a discutere di moduli, arbitri, presidenti pittoreschi e nostalgie da novantesimo minuto.

Il calcio ha progressivamente trascurato i settori giovanili, per colpevole mancanza di visione. Si è preferito comprare il giocatore già pronto, magari straniero, utile per una stagione, piuttosto che investire nei ragazzi. Eppure il talento, alla base, c’è: negli ultimi anni le nazionali giovanili italiane hanno vinto titoli europei e partecipato alla finale mondiale, risultando tra le federazioni più competitive. Il problema comincia dopo: quei giocatori, una volta cresciuti, trovano pochissimo spazio nei campionati maggiori.

Anche l’Italia in generale fa qualcosa di simile. Forma giovani competenti, poi li scoraggia con salari bassi, carriere lente, poca mobilità sociale, burocrazia, un mercato del lavoro che non premia il merito ma l’anzianità. Alla fine il paradosso: molti se ne vanno, noi paghiamo la formazione, altri incassano il rendimento.

Nel calcio si chiamano talenti da valorizzare. In economia capitale umano. In entrambi i casi, se non lo usi, lo perdi.

Poi ci sono le infrastrutture. Gli stadi italiani sono spesso il simbolo plastico di un Paese che fa fatica a fare manutenzione e ancora di più a costruire il nuovo e il bello. Vecchi, scomodi, poco redditizi, raramente pensati come luoghi moderni di intrattenimento, consumo, relazione e identità.

Altrove lo stadio è diventato una struttura economicamente produttiva. Da noi resta spesso una questione amministrativa, urbanistica, politica, giudiziaria e sentimentale.

Nel frattempo, gli altri giocano.

C’è poi un problema più profondo: l’arretratezza della governance. Nel calcio italiano il potere è frammentato tra Figc, Leghe, Coni, Governo e autorità varie. Un pluralismo che, invece di equilibrio, produce spesso paralisi. Ogni decisione richiede un consenso quasi impossibile da costruire. Ogni riforma si arena tra veti incrociati e sospetti reciproci.

Qui il parallelo con l’Italia è fin troppo facile. Anche il Paese conosce bene la moltiplicazione dei centri decisionali: Stato, Regioni, enti locali, autorità, categorie professionali e gruppi organizzati a difesa dei propri interessi. Ogni riforma seria finisce ostaggio degli interessi di qualcuno. Non mancano le proposte. Ma il costo del cambiamento sembra troppo elevato a chi ha il potere di farlo. Un’ammuina, con poco costrutto. Non una fitta e rapida rete di passaggi, finalizzata ad avvicinare la porta, ma uno sterile, noioso palleggio, nella nostra metà campo.

Il declino calcistico è anche svilimento dell’attività. Il campionato italiano è meno spettacolare rispetto ad altri campionati. Si corre, si dribbla, si pressa meno.

In un mercato globale, dove il valore dei diritti televisivi dipende anche dalla capacità di generare attenzione, ritmo, emozione e spettacolo, il prodotto perde valore.

Vale anche per l’economia: un Paese può avere storia, patrimonio e competenze, ma senza innovazione, produttività e crescita, diventa meno attrattivo. Non basta essere stati grandi.

Il declino non si manifesta sempre come un crollo improvviso. A volte arriva perdendo una qualificazione, un talento, un’impresa, un punto di produttività alla volta.

Calcio e Paese restano pieni di storia, ma faticano a fare scelte coraggiose.

Nel calcio come nell’economia le soluzioni non sono misteriose. Servono investimenti, competenze, concorrenza, infrastrutture moderne, valorizzazione dei giovani e una governance capace di decidere. Il problema è che i benefici arrivano nel tempo, mentre gli interessi consolidati si disturbano subito. E ognuno, se può, si mette di traverso.

Non serve un nuovo bomber.

E nemmeno un nuovo allenatore…della provvidenza.

Servirebbe soprattutto smettere di guardare gli altri giocare, mentre continuiamo a litigare, e ricominciare a farlo.

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