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Noi siamo per i giovani, ma in sala non si vedono: retorica delle parole e delle immagini

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Le Considerazioni finali del Governatore della Banca d’Italia sono l’appuntamento economico e istituzionale più autorevole del calendario italiano di fine primavera. Quest’anno, la chiusura del discorso fa riflettere in alcune implicazioni. Si dice:

“Il criterio ultimo del successo sarà la capacità di offrire opportunità e futuro ai giovani. Un Paese che innova deve saper valorizzare le competenze, premiare il merito, trattenere e attrarre talenti, consentire a ciascuno di contribuire secondo le proprie abilità. È una questione di efficienza e di giustizia insieme.

Creare le condizioni perché le nuove generazioni possano realizzare le loro aspirazioni e concorrere al progresso del Paese non è solo una responsabilità economica: è il compito civile di questo tempo. Solo così l’Italia potrà attraversare un mondo sempre più frammentato senza subirne le divisioni, e trasformare la transizione tecnologica in una stagione di libertà, lavoro e fiducia nel futuro.”

È una retorica importante. Non perché enunci un principio nuovo — il richiamo al merito non è certo inedito — quanto perché le parole pesano, per chi le pronuncia e per il luogo dove vengono pronunciate.

Eppure, mentre quelle parole portavano al clima finale delle Considerazioni, chi guardava la diretta televisiva si trovava davanti a un’immagine che raccontava qualcosa di diverso.

La telecamera indugiava sulle prime file: volti noti, autorevoli, sicuramente competenti. Ma anagraficamente molto lontani dall’idea di un Paese attento alle esigenze delle nuove generazioni, dinamico, proiettato verso il futuro, come quelle parole evocavano.

In un’occasione in cui si invoca il futuro dei giovani come “compito civile di questo tempo”, la composizione visibile della sala comunica anch’essa un messaggio che, se non rafforza le parole, finisce per produrre una sorta di cortocircuito.

Il futuro era il tema. Ma esso, non era, almeno visivamente, presente in sala. Anzi compariva il suo opposto.

In un’Italia che invecchia, la rappresentazione delle nuove generazioni nei luoghi in cui il Paese discute del proprio futuro non è un dettaglio scenografico: è parte della coerenza del messaggio.

Sia chiaro: il punto non è sostituire l’esperienza con l’anagrafe. L’esperienza e la competenza hanno un valore che non si misura in anni e le istituzioni hanno pure le loro ragioni nella composizione della platea dei propri consessi.

Il punto è un altro, più sottile ma sostanziale. Bisognerebbe evitare che, mentre si parla di futuro, la scena pubblica continui a restituire l’immagine di un Paese in cui il futuro è evocato come argomento retorico, molto meno come presenza fisica riconoscibile.

L’obiettivo può assumere maggiore concretezza, anche mostrando che esiste uno spazio reale di riconoscimento, responsabilità e rappresentanza per chi quel futuro è chiamato a costruirlo.

Nelle prossime occasioni — magari superando qualche antica regola del cerimoniale (tutto si rinnova, in nome del futuro) — si potrebbe affiancare ai rappresentanti tradizionali delle istituzioni anche una presenza più ampia di giovani: studenti, imprenditori, ricercatori, manager, professionisti, lavoratori qualificati, innovatori sociali e tecnologici.

Naturalmente, nessuno può pensare che invitare qualche giovane in più alla Relazione del Governatore risolva il problema generazionale del Paese. Sarebbe ingenuo, e persino un po’ consolatorio.

Servono ben altre azioni che chiamano in causa prima di tutto la politica: salari più adeguati, percorsi professionali meno precari, investimenti in istruzione e ricerca, maggiore mobilità sociale, politiche abitative, servizi per le famiglie. E, ultimo ma non ultimo, un mercato del lavoro capace di premiare e remunerare davvero competenze e responsabilità, anche per ridurre quel divario retributivo che, come ricordato nelle stesse Considerazioni finali, separa i giovani italiani dai loro coetanei tedeschi e francesi.

Ma proprio perché servono politiche concrete, anche i simboli non sono irrilevanti. Non sostituiscono le scelte di fondo, ma possono renderle più credibili. Possono dire se un Paese considera davvero le nuove generazioni parte della propria classe dirigente oppure soltanto destinatarie occasionali di buone intenzioni. Come riconoscimento esplicito che quella classe dirigente esiste già, produce valore e merita visibilità non solo nelle slide delle presentazioni o nelle citazioni dei discorsi ufficiali.

Le parole del Governatore sono giuste e importanti. Proprio perché lo sono, meriterebbero anche una coerenza scenica: meno celebrazione di volti consolidati, più immagine a chi quel futuro dovrebbe concretamente costruirlo e viverlo.

Perché se davvero il criterio ultimo del successo sarà la capacità di offrire futuro, allora quel futuro dovrebbe cominciare a essere mostrato anche nelle prime file.

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