Home Imprese&Lavoro Siamo diventati tutti a una dimensione? Benvenuti nell’ufficio sul comodino

Siamo diventati tutti a una dimensione? Benvenuti nell’ufficio sul comodino

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webinar e benessere organizzativo

Se un’orchestra suona ogni sera a volume insostenibile, distribuire tappi per le orecchie al pubblico è certamente un gesto premuroso. Ma forse, prima o poi, qualcuno dovrebbe anche chiedersi chi sta dirigendo l’esecuzione.

Me lo sono chiesto quando, negli ultimi anni della mia permanenza in un’importante istituzione finanziaria, vidi introdurre la figura dello psicologo “a domanda”: su richiesta, si poteva accedere a una consulenza per affrontare problemi nati nell’ambito lavorativo. Quasi nello stesso periodo arrivarono webinar sul benessere psicologico, sul benessere organizzativo e su altre formule rassicuranti, quelle che suonano sempre molto moderne, molto attente, molto umane.

All’inizio mi sembrò una buona notizia. In una organizzazione gerarchica, conservatrice e più abituata ai protocolli che alle dimensioni emotive, parlare di stress, equilibrio personale e salute psicologica pareva un segnale di apertura. Come vedere una pianta verde crescere nel corridoio di un ministero: non cambiava il palazzo, ma almeno introduceva un elemento di vita.

Poi è arrivato il dubbio. E i dubbi, si sa, sono come le mail fuori orario: arrivano quando pensavi di aver chiuso la giornata.

Il dubbio era questo: com’è possibile che, proprio nell’epoca in cui la tecnologia avrebbe dovuto alleggerire il lavoro, si renda necessario organizzare percorsi per sopportarlo meglio?

La promessa del progresso era semplice: le macchine avrebbero lavorato di più, gli uomini un po’ meno. Più produttività, più tempo libero. Tempo per pensare, leggere, passeggiare, coltivare relazioni, magari perfino annoiarsi.

È andata diversamente. La tecnologia ha aumentato la produttività, ma non ha liberato il tempo. Lo ha occupato di più.

E soprattutto lo ha occupato ovunque. Oggi la stessa promessa torna vestita da intelligenza artificiale: farà tutto più in fretta. Ottimo. Resta solo da capire se servirà a farci lavorare meno, a chiederci il doppio nello stesso tempo, o a informarci con garbo che il nostro posto non esiste più.

Un tempo uscivi dall’ufficio e, almeno in teoria, il lavoro restava lì. Oggi l’ufficio ti segue nel telefono, si accomoda a cena, dorme sul comodino e ogni tanto ti accarezza con una mail alle 23.06 o un WhatsApp la domenica pomeriggio. Non è reperibilità: è teletrasporto gerarchico.

Il lavoro non occupa più solo una parte della giornata. Tende a occupare l’identità. Quando conosci qualcuno, la prima domanda è quasi sempre: “Che lavoro fai?”. E se sei in pensione: “Non ti annoi senza lavoro?”. Come se, senza lavoro, l’essere umano perdesse il centro di gravità permanente.

Siamo diventati esseri a una dimensione. Quella lavorativa. Le altre — affettiva, curiosa, contemplativa, perfino oziosa nel senso nobile del termine — sopravvivono, se sopravvivono, nei ritagli.

In questo scenario, tutto ruota attorno alla performance. Devi essere efficiente, resiliente, flessibile, motivato, proattivo, collaborativo e, possibilmente, entusiasta. Se sei stanco, c’è un webinar. Quando sei frustrato, c’è un percorso sulla gestione dello stress. Se non reggi, c’è lo psicologo.

Lo psicologo, naturalmente, può essere molto utile. La sofferenza personale va ascoltata, non derisa. Ma il punto è un altro: il sistema produce stress, poi ti offre strumenti per sopportarlo. Prima ti mette sul tapis roulant alla massima velocità, poi ti regala un corso sulla respirazione.

Non si cambiano i ritmi. Non si riduce la reperibilità continua. Restano le ambiguità decisionali, la competizione interna, le valutazioni permanenti, le gerarchie opache. Non si interviene sulla causa, si propone l’assistenza agli effetti.

Un tempo bastava il capo che ti diceva cosa fare. Oggi sarebbe troppo grossolano. Ti misurano, ti valutano, ti correggono e poi chiamano tutto questo “piano di crescita”. I nomi sono accattivanti: KPI, feedback, assessment, performance review. Il risultato un po’ meno.

Il capolavoro è questo: se crolli, hai fallito tu.

Non il sistema e la cultura aziendale che confondono dedizione e disponibilità permanente. Non l’organizzazione che invoca autonomia quando conviene e pretende obbedienza quando serve.

Tu.

E allora lo psicologo “a domanda” resta una buona idea. Ma lascia aperta una domanda più grande: quanta psicologia serve per rendere sopportabile un lavoro che forse dovrebbe semplicemente essere organizzato meglio?

Perché, a furia di misurare, valutare, correggere, motivare e invitare gli altri a occuparsi del proprio benessere, certi capi non somigliano più a guide. Sembrano piuttosto una versione aziendale, educata e sorridente, del Grande Fratello.

Con una differenza: mentre predicano resilienza a chi risponde alle mail di notte, raramente loro rinunciano ad autisti, assistenti premurosi, palestre riservate e benefit ben calibrati.

Così il benessere, per molti, è un webinar. Per alcuni, un autista che aspetta sotto casa.

1 COMMENT

  1. Articolo equilibrato e ben descrittivo.
    E sono d’accordo al 100%; le organizzazioni performative c’erano anche prima degli LLM, che le hanno solo esasperate.
    Grazie. Marco Calamari

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