Uno studio empirico rivela come le performance ESG stiano riscrivendo le regole del successo finanziario per i giganti della moda e del lusso.Nel mondo del lusso, il concetto di valore sta cambiando pelle. Se un tempo l’esclusività era legata unicamente all’artigianalità e al prestigio del marchio, oggi una nuova variabile sta entrando prepotentemente nei bilanci delle grandi case di moda: la sostenibilità. Una ricerca condotta da Elisa Cocchieri presso l’Università Fudan di Shanghai e la LUISS di Roma analizza come i criteri ESG (Environmental, Social, and Governance) non siano più solo un imperativo etico, ma un vero e proprio motore di crescita economica per il settore. Pubblichiamo volentieri di seguito una sintesi basata sulla sua tesi “The Impact of ESG Factors on Financial Performance: an Empirical Study on Fashion and Luxury Brands”.
La Redazione
Oltre la facciata: il peso del settore
L’industria della moda è oggi sotto la lente d’ingrandimento globale: è riconosciuta come la seconda più inquinante al mondo, responsabile di circa il 3-8% delle emissioni globali di gas serra. Per dare un’idea dell’impatto, la produzione di una singola maglietta di cotone richiede 2.700 litri d’acqua, sufficienti per dissetare una persona per 900 giorni. In questo scenario, le aziende del lusso si trovano davanti a una scelta obbligata: innovare o perdere rilevanza in un mercato sempre più consapevole.
I risultati della ricerca: tre pilastri per il successo
Lo studio ha analizzato i dati delle “Top 100” aziende del lusso a livello mondiale (secondo il report Deloitte 2023), utilizzando modelli statistici per verificare l’impatto reale delle performance ESG su tre fronti chiave:
Il caso Kering: la trasparenza come avanguardia
Un esempio virtuoso citato nello studio è il Gruppo Kering (proprietario di marchi come Gucci e Saint Laurent). Kering è stato un pioniere con lo strumento Environmental Profit & Loss (EP&L), un documento che monetizza l’impatto ambientale lungo tutta la catena di fornitura e la filiera produttiva. Con un punteggio ESG di 80/100, il gruppo dimostra come monitorare l’uso delle risorse naturali non sia solo un esercizio di trasparenza, ma una guida strategica per identificare inefficienze e mitigare i rischi operativi.
Le sfide: il labirinto dei dati e il rischio “Greenwashing”
Nonostante i segnali positivi, il percorso non è privo di ostacoli. La ricercatrice sottolinea la difficoltà nel raccogliere dati omogenei e il rischio persistente di greenwashing (operazioni di facciata senza sostanza). Mentre i dati ambientali (E) e sociali (S) sono sempre più accessibili grazie alle nuove normative europee, la “Governance” (G) rimane spesso la dimensione più opaca e difficile da valutare per le agenzie di rating.
Il futuro: un lusso “obbligato” a essere etico
Il 2026 sarà un anno di svolta con l’entrata in vigore di normative europee più stringenti (come la CSRD), che renderanno il reporting di sostenibilità obbligatorio per migliaia di aziende. Il messaggio per il settore è chiaro: l’integrazione dei principi ESG non è più un’opzione per pochi visionari, ma una condizione necessaria per garantire la sopravvivenza economica e sociale in un mondo che non può più permettersi il lusso dell’irresponsabilità. Tuttavia, si evidenzia un forte contrasto geopolitico: mentre l’Europa accelera sulla regolamentazione, gli Stati Uniti (con l’ordine esecutivo dl Presidente del gennaio 2025) hanno mostrato una tendenza opposta, ritirandosi dagli accordi internazionali sul clima.
Un dettaglio importante: Il “paradosso” della Governance
Un risultato curioso emerso dalle regressioni riguarda il fattore Governance (G). A differenza dei pilastri Ambientale e Sociale, la Governance (intesa come struttura del consiglio di amministrazione o diritti degli azionisti) non mostra un impatto immediato o visibile sulle quote di mercato o sulla redditività a breve termine. Questo suggerisce che, mentre i consumatori reagiscono subito a un prodotto “green” o a una notizia sul benessere dei lavoratori, l’impatto di una gestione societaria trasparente è più profondo, silenzioso e si manifesta soprattutto come stabilità nel lunghissimo periodo. il fattore G non risulta statisticamente significativo nel modello di redditività a causa dell’elevata concentrazione proprietaria e dell’influenza delle dinamiche familiari tipiche del settore del lusso, che tendono a isolare la governance dagli altri pilastri; di conseguenza, la stima finale indica che il successo finanziario è guidato principalmente dalle performance ambientali e sociali, mentre il potenziale valore del fattore G rimane inespresso o trascurato. La tesi evidenzia che la Governance nel lusso è spesso “isolata” e non si rinforza con gli altri pilastri. Molte aziende sono a controllo familiare (es. LVMH, Kering, Richemont), il che può portare a preoccupazioni sui diritti dei soci di minoranza e rendere il punteggio G “marginale” o meno rilevante per gli investitori rispetto ai risultati ambientali.
In sintesi per il lettore
I modelli statistici della ricerca dimostrano che la sostenibilità nel lusso paga tre volte: attrae più clienti, riduce gli interessi passivi in banca e migliora i margini di profitto. Non è più una scelta di facciata, ma una strategia finanziaria vincente. In media, un aumento di 10 punti del coefficiente ESG si traduce in un incremento del margine operativo di circa l’1% in base ai dati di bilancio per il 2022. Per le 100 aziende leader del settore (Global Powers of Luxury Goods di Deloitte), questo equivarrebbe a un valore assoluto di circa 3,5 miliardi di dollari.



