Il senso del film è molto profondo e stratificato, una sorta di “sorpasso al rallentatore” nell’Italia di oggi. Il film del 2025 racconta la fine di un’epoca. Attraverso i protagonisti Carlobianchi (Sergio Romano) e Doriano (Pierpaolo Capovilla), Sossai mette in scena i resti di quel mondo produttivo del Nord-Est che tra gli anni ’90 e il 2008 si sentiva padrone del mondo.
È un’elaborazione del lutto per un’identità (quella dell’imprenditore di successo, della “locomotiva d’Italia”, delle banche del territorio miseramente fallite) che è naufragata, lasciando dietro di sé solo capannoni vuoti e una nostalgia etilica.La pianura del titolo non è solo un luogo geografico, ma uno stato mentale. Il film riflette su come l’urbanizzazione selvaggia e l’americanizzazione del paesaggio abbiano reso i luoghi tutti uguali (centri commerciali, rotonde, cavalcavia).
Non abitiamo più i luoghi, siamo “accampati”. I personaggi vagano cercando un bar che sia ancora un “posto”, ma si ritrovano in un paesaggio che ha perso sapore e orientamento.
L’inserimento di Giulio (Filippo Scotti), lo studente di architettura, è il catalizzatore del film, rappresenta la generazione “digitale”, chiusa nella propria bolla social e teorica.
Carlobianchi e Doriano sono la generazione “analogica”, sporca, alcolica e sconfitta.Il film suggerisce che la salvezza (o almeno una tregua) arrivi solo quando queste due solitudini si toccano. Giulio impara la “vita vera” fuori dagli schermi, mentre i due vecchi leoni trovano un testimone per la loro storia.
Il finale presso la Tomba Brion (capolavoro dell’architettura di Carlo Scarpa) in Altivole (TV) è fondamentale. In un luogo che celebra la morte con una bellezza eterna, i protagonisti trovano un momento di pace.L’uso sapiente dell’acqua nel complesso architettonico viene ripreso dalla regia di Sossai per simboleggiare una purificazione.Vedere i protagonisti muoversi tra i corridoi d’acqua e i cerchi intrecciati del padiglione della meditazione suggerisce che, nonostante le loro sconfitte personali, esiste una possibilità di trascendenza. È il momento in cui il giovane Giulio e i due anziani trovano un linguaggio comune che non ha bisogno di parole.
È un’ode alla speranza che non muore mai del tutto. Come dice uno dei personaggi mangiando un gelato nel finale: la vita sembrava amara, ma sul fondo riserva una sua dolcezza inaspettata.
In sintesi, è un film sulla ricerca di un senso in un mondo che ha smesso di averne uno collettivo, dove l’unica resistenza possibile è l’amicizia e “l’ultimo bicchiere” bevuto insieme, che poi non è mai realmente l’ultimo.
I protagonisti portano sul volto e sul fisico i segni di trent’anni di eccessi, lavoro frenetico, sigarette e alcol consumato nei bar di provincia. La loro “bruttezza” è la prova tangibile che il loro stile di vita non è stato sostenibile. I loro corpi sono come i capannoni della pianura: una volta nuovi e produttivi, ora arrugginiti e decadenti. Se fossero stati “belli”, il messaggio sulla fine del sogno economico del Nord-Est sarebbe stato meno credibile.
Un film sulla non sostenibilità da vedere con grande interesse nell’epoca in cui vanno di moda i principi ESG.



