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COPERTINAParlando oggi di una mostra su un artista contemporaneo come Mark Rothko, vorrei aprire con un film che non lo riguarda direttamente, ma che ci permette di entrare nella New York artistica del dopoguerra. È “Pollock” (2000), un ritratto di Jackson Pollock, che condivide con Rothko la stagione dell’Espressionismo Astratto e lo stesso ecosistema artistico, intellettuale e di forti tensioni esistenziali. Quando i pittori vanno agli OscarLe biopic dedicate alle persone delle arti figurative raramentearrivano agli Oscar. Eppure, quando accade, è quasi sempre la personalità e la vita, spesso tormentata, dell’artista a emergere, più che l’arte. “Frida” (2002), sulla sofferta e strabiliante vicenda della pittrice messicana Frida Kahlo interpretata da una strepitosa Salma Hayek, candidata pure lei all’Oscar, vinse due statuette per trucco e colonna sonora. “Moulin Rouge” (1952), diretto da John Huston e dedicato a Henri de Toulouse-Lautrec, ottenne due Oscar minori, mentre “Brama di vivere” (1956) valse ad Anthony Quinn l’Oscar nella parte di Paul Gauguin. “Il mio piede sinistro” (1989) consegnò il primo dei suoi tre Oscar a Daniel Day-Lewis, come Christy Brown, artista affetto da paralisi cerebrale. A Brenda Fricker andò il premio come attrice non protagonista. Anche “Pollock” (2000) ha avuto la sua statuetta. Non per Ed Harris, ma per Marcia Gay Harden, nel ruolo di Lee Krasner, artista a sua volta nonché figura decisiva nella vita e nella carriera di Pollock. New York, New YorkIl film non è solo una biografia del maestro dell’Action Painting. È l’istantanea di un momento storico che marca lo spostamento del baricentro dell’arte dall’Europa al Nuovo Mondo, da Parigi a New York. In pochi anni Manhattan diventa il laboratorio più fervido e influente dell’arte contemporanea. Non si tratta solo di una rivoluzione estetica e formale, ma di un vero e proprio cambio di sistema geoartistico. Accanto alle persone, iniziò ad agire a New York una rete decisiva di gallerie, curatele, mecenatismo facenti capo a figure visionarie come Peggy Guggenheim, Betty Parsons, Sidney Jani e via dicendo. Spesso donne anticonformiste e audaci, furono loro a costruire l’infrastruttura invisibile dell’Espressionismo Astratto fatta di sostegno economico, legittimazione critica, visibilità e accesso al mercato. Nel 1943 fu Peggy Guggenheim a offrire a Pollock la prima personale nella sua galleria Art of This Century, garantendogli anche una rendita mensile che gli consentì di dipingere senza l’assillo della sopravvivenza. Lo stesso ecosistema accompagnerà anche Marc Rothko. Nel gennaio del 1945 espone la prima personale nella stessa galleria di Peggy Guggenheim e dal 1947 sarà Betty Parsons a diventare la sua gallerista. Forse, se l’intenzione dei curatori della mostra era davvero quella di portare le opere di Mark Rothko a Firenze, per mostrarle ai toscani e agli italiani, la mostra avrebbe dovuto chiamarsi “Rothko a New York”. Qualche giorno fa, passeggiando a Firenze nel loggiato di Piazza della Repubblica, a venti metri dall’Apple Store e dietro allo storico Chalet della Fiorentina, oggi Sportivi, mi sono imbattuto in questo poster. Mi è venuto da sorridere. Perché in quel momento avevo esattamente lo stesso pensiero del foglietto attaccato con il nastro sul vetro che protegge il manifesto della mostra dedicata a Mark Rothko nel vicino Palazzo Strozzi. Il traino dell’AngelicoInnanzitutto, due chiarimenti. Il primo riguarda l’espressione colorita del foglietto, che ha raccolto anche qualche approvazione vergata a penna. Il secondo la mostra sul Beato Angelico, chiusasi due mesi fa. L’espressione è un modo popolare, molto diffuso in Toscana, per dire che due cose non hanno alcun legame tra loro, sono completamente fuori contesto. Il contrasto è volutamente forte, dissacrante e caustico. Un elemento triviale è accostato alla pratica cattolica delle Quarant’Ore, cioè l’adorazione solenne dell’ostia consacrata per 40 ore consecutive. Il cortocircuito nasce proprio dall’accostamento tra corporeo e divino. Il riferimento all’Angelico rimanda invece a quella che è stata una mostra evento. Oltre 350.000 visitatori tra Palazzo Strozzi e Museo di San Marco, una delle esposizioni più affollate degli ultimi vent’anni a Firenze. Questo clamoroso successo ha prodotto un effetto di trascinamento. “Rothko a Firenze”, aperta da soli 10 giorni, conta già ventimila visitatori. E un legame sottile, e anche un po’ evanescente, tra i due eventi esiste. Durante la mostra dell’Angelico, infatti, non sono mancati i riferimenti a una continuità tra la spiritualità del frate pittore e quella del moderno Rothko, che visitò Firenze tre volte e ne rimase profondamente colpito. Rothko a FirenzeL’esposizione si articola in tre luoghi. Oltre a Palazzo Strozzi, si estende nella Biblioteca Medicea Laurenziana, dove entra in dialogo con Michelangelo e al Museo di San Marco, dove si misura con l’Angelico. È anche un’occasione preziosa per andare, o tornare, in due tra i luoghi più straordinari di Firenze. La scelta di distribuire la mostra in sedi così diverse è felice — personalmente ne avrei aggiunta una quarta. I curatori hanno lavorato sodo per costruire un tirante robusto tra Mark Rothko e Firenze, tale da sostenere il titolo stesso della mostra, che altrimenti rischierebbe di scivolare proprio nello sfottò del foglietto. Né Rothko né Firenze hanno bisogno di consacrarsi a vicenda. La città soffre già di overtourism. E Mark Rothko non ha bisogno di endorsement: nel 2012 un suo dipinto è stato venduto per 87 milioni di dollari. Nel catalogo (Marsilio Arte, 50 euro), curato da Christopher Rothko, figlio dell’artista, ed Elena Geuna, tutti i saggi — compreso quello introduttivo di Christopher — insistono sulla linea del legante forte. È un’impostazione onesta e necessaria. Rothko non ha lasciato immagini riconoscibili di Firenze. Se si vuole trovare un qualcosa, lo si può intravedere in Interior, un dipinto del 1936 che vediamo a Palazzo Strozzi. Rothko e FirenzeMa il punto del legame resta: cercare nessi diretti sul piano della figurazione è quasi impossibile. I dipinti di Rothko sono astratti e anche i titoli aiutano poco — molti sono semplicemente Untitled. Per esempio una mostra “Monet a Londra”avrebbe un senso a prescindere. L’impressionista francese ha dipinto quasi 100 tele di Londra, 19 del parlamento, 41 di Waterloo Bridge e 37 di Charing Cross Bridge. Quindi il legame di Rothko con Firenze è più sottile e “celato”. Lo stesso Christopher nel saggio lo ammette subito, quasi a volersi cautelare: scrivere di Rothko equivale sempre ad “azzardare congetture”. Tutto parte da un dattiloscritto ritrovato quasi per caso in fondo a una scatola. In The Artist’s Reality (1940) Rothko teorizza lo spazio come forma suprema della realtà. A Firenze vede l’inveramento di quella idea. È il vestibolo della Biblioteca Laurenziana a segnarlo. Michelangelo ha creato uno spazio claustrofobico: finestre cieche, colonne incassate, una scala monumentale. Tutto è già geometria dello spazio. Tale geometria influenzò i Seagram Murals di Rothko, uno spazio bidimensionale che imprigiona l’osservatore in una gabbia di forme. Lo vediamo chiaramente nei disegni preparatori esposti a Palazzo Strozzi. Rothko di marmoForse è proprio la geometria il collante tra Mark Rothko e l’arte umanistica di Firenze: l’idea che lo spazio, ordinato in equilibri e proporzioni, possa generare esperienza estetica e persino trascendenza. La grammatica essenziale della pittura e dell’architettura fiorentina, rettangolo, modulo, sezione aurea, trova un’eco nella struttura formale dei dipinti di Rothko, che usano geometrie simili, seppur diluite nel colore. Senza andare troppo in apnea. Basta guardare le facciate delle chiese fiorentine del periodo proto-rinascimentale: San Miniato a Monte, la Badia Fiesolana, il Duomo di Prato, la Collegiata di Empoli. Poi il Battistero di San Giovanni, l’Alberti. E, salendo, i rifacimenti ottocenteschi di Santa Maria del Fiore e Santa Croce. La prevalenza del rettangolo e del quadrato le fa sembrare quasi dei Rothko di marmo. E ancora, la Cappella Pazzi e la cupola del Duomo sono spazi che anticipano, per intensità, concentrazione e proporzioni, la Rothko Chapel di Houston, oggi restaurata e restituita alla meditazione. Forse il quarto luogo della mostra poteva essere proprio lì: nella cappella brunelleschiana, o, a San Miniato a Monte, che invita a una salita lenta, quasi iniziatica, ripagata dalla spiritualità del luogo. A misurare la forza di questa suggestione del connubio Rothko e Firenze, la recensione di Elisabetta Povoledo sul “New York Times” si presenta con questo titolo: “The City That Inspired Rothko (It’s Not New York)”. Ma se il foglietto nel loggiato di Piazza della Repubblica è troppo sbrigativo, lo è anche la tesi della giornalista del “Times”. La città di Rothko è stata, e resta, oltre ogni ragionevole dubbio, la Grande Mela. |






