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Sovranità europea nei pagamenti: realtà o illusione?

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I piani della dipendenza infrastrutturale europea

C’è un modo ricorrente di raccontare la sovranità europea nei pagamenti digitali ed è quello che va per la maggiore nei discorsi ufficiali: l’Europa ha capito il problema, sta investendo, sta costruendo alternative di indipendenza dagli USA. Wero, euro digitale, euro stable coin, cloud sovrano, Pontes. Un elenco di progetti che suona come un piano ben congegnato, in corso di attuazione.
Il problema è che questo racconto funziona solo se non si guarda la questione troppo in profondità. Perché la sovranità infrastrutturale europea non è un blocco unico che avanza o arretra tutto insieme: è un blocco a più piani, in cui l’Europa ha smesso di essere dipendente dagli Stati Uniti su alcuni di essi, mentre resta strutturalmente subalterna su altri. Più si scende verso le fondamenta dell’edificio, verso il calcolo puro e il cloud, più la retorica sovranista si scontra con la fisica del capitale necessario.
Proviamo dunque a scendere i piani del palazzo, uno alla volta, partendo da quello più in alto, ordinandoli per dipendenza tecnica crescente.

Piano 4: i rail di pagamento retail, dove la sovranità è a portata di mano

Qui l’Europa ha effettivamente qualcosa da mostrare. Wero, il prodotto della European Payments Initiative, è passato da 14 milioni di utenti registrati a fine 2024 a oltre 50 milioni a inizio 2026, una traiettoria che ha sorpreso anche gli osservatori più scettici. Sta progressivamente assorbendo sistemi nazionali come iDEAL in Olanda e Payconiq in Lussemburgo, e ha appena firmato un memorandum con EuroPA (il consorzio di Bancomat, Bizum e MB WAY) per rendere interoperabili i rispettivi ecosistemi P2P.
Il ritorno di Commerzbank in EPI, dopo l’ uscita nel 2022 vissuta come bocciatura verso il progetto, è un segnale eloquente. Quando una banca che se n’era andata rientra pubblicamente, citando la necessità di un’alternativa europea a PayPal e Apple Pay, significa che il calcolo costi-benefici è cambiato: non per motivi ideologici, ma perché le tensioni della dipendenza da circuiti terzi sono un rischio economico, non solo di principio.
Il sostituto tecnico esisteva già. Wero non inventa un rail: orchestra SEPA Instant, un’infrastruttura di regolamento che l’Europa controlla. La sovranità, a questo livello, è a portata di mano: mancava il layer applicativo per renderla visibile all’utente finale. È una battaglia che l’Europa ha vinto, proseguendo nella integrazione dei circuiti.
Da notare, per inciso, la postura italiana: nessuna banca nostrana è socia diretta di EPI. L’Italia entrerà nell’ecosistema Wero per via federata, tramite l’interoperabilità Bancomat-EuroPA, senza controllo diretto sulla governance del progetto principale.
Il terreno su cui questa sovranità si innesta, però, è tutt’altro che statico. Le ultime statistiche sul sistema dei pagamenti pubblicate dalla Banca d’Italia a maggio 2026 mostrano un’accelerazione netta: nel quarto trimestre del 2025 i pagamenti elettronici hanno raggiunto quasi 4 miliardi di operazioni, contro i 2,7 miliardi dello stesso periodo 2022, +45,5% in tre anni, trainato soprattutto da carte di debito e prepagate (da 1,8 a 2,86 miliardi di operazioni, +58%) e, in misura minore, dai bonifici (da 411 a 523 milioni). È il contesto favorevole in cui un’infrastruttura come Wero può attecchire rapidamente una volta raggiunto il punto vendita: il volume di operazioni “contendibili” cresce più in fretta di quanto cresca il loro valore economico complessivo, segno che il baricentro si sta spostando dai pagamenti di importo elevato a un uso quotidiano, minuto, che è esattamente il terreno di gioco naturale di un wallet paneuropeo.

Piano 3: la moneta di regolamento, la partita vera

Se il Piano 4 è la vittoria più appariscente, questo è il campo dove si gioca una partita più seria, ed è anche quello meno raccontato al pubblico, perché richiede di capire cosa succede quando il dollaro smette di essere solo una valuta e diventa un protocollo. Le stablecoin dollar-denominated (e con esse le “stablechain” di nuova generazione come Arc, Tempo, Plasma) non sono semplicemente strumenti di pagamento in dollari. Sono infrastruttura: il gas fee pagato in dollari per processare una transazione su questi rail è una forma di dollarizzazione infrastrutturale, che si insinua a livello di protocollo prima ancora di essere scelta valutaria consapevole di un tesoriere d’impresa. Chi possiede i binari, possiede il treno, indipendentemente da chi ci sale sopra. La risposta europea è a due velocità, ed è proprio la mancanza di sincronia a essere il problema.
L’euro digitale retail, dopo il via libera del Governing Council BCE al passaggio di fase, potrebbe vedere un pilota nel 2027 e un’emissione non prima del 2029. Un orizzonte temporale che, in un settore dove le stablecoin dollar-based hanno già superato la fase di adozione istituzionale, rischia l’anacronismo strutturale prima ancora di nascere. E il nodo della disintermediazione bancaria — come far coesistere moneta pubblica digitale con i depositi commerciali tokenizzati o soluzioni intermedie senza prosciugare il funding delle banche — resta ancora da risolvere nella sostanza, non solo nella comunicazione.
Pontes, la soluzione DLT dell’Eurosistema per il regolamento wholesale in moneta di banca centrale, arriva prima (terzo trimestre 2026), ma gioca sul tavolo dei titoli e del regolamento istituzionale, non dei pagamenti circolanti nell’economia reale.
La Banca d’Italia fornisce alcuni numeri per misurare il punto a cui siamo: a fronte di uno stock globale di stablecoin che vale circa 310 miliardi di dollari, il segmento euro-pegged si ferma a 620 milioni di dollari, un rapporto di scala di circa 1 a 500. Non è un dato che lascia spazio a letture ottimistiche: qualunque cosa succeda nel dibattito europeo su euro digitale e Pontes, oggi il mercato delle stablecoin è, nei fatti, un mercato in dollari con una frangia europea trascurabile. Un segnale di reazione istituzionale sono le iniziative di consorzi di banche (Qivalis, Eur-Bank) determinati a lanciare una propria stablecoin in euro nel 2026, con la base di partenza che richiede dí raccogliere una sfida enorme, almeno nel breve periodo. Le banche aderenti devono impegnarsi adeguatamente nel sostegno finanziario dei progetti, puntando sulla interoperabilità per superare i limiti di uno stable stand-alone.
È lo spazio in cui si muovono i tentativi privati, pensati come layer di orchestrazione per la tesoreria B2B e i pagamenti cross-border delle PMI europee. Sono tentativi che, nella tassonomia a tre modelli che li distingue (deposito tokenizzato, EMT stand-alone, modello ibrido con IMEL e banche distributrici) competono occupando uno spazio che, con un euro digitale già operativo, forse non esisterebbe in ugual misura.
Ma c’è un livello ulteriore di dipendenza che rischia di non essere messo adeguatamente in luce: anche una stablecoin denominata in euro non è automaticamente un’infrastruttura europea. Dai dati disponibili, il 90% dell’emissione di stablecoin in euro risiede su reti costruite “sopra” una blockchain di base come Ethereum, in cui sviluppo, custodia e compliance sono quasi interamente americani. I grandi custodian istituzionali (Fireblocks, BitGo, Anchorage, Coinbase Custody) indirizzano i propri flussi di lavoro su Ethereum-native token e le nuove “stablechain” pensate apposta per i pagamenti (Tempo, Circle Arc, Tether Plasma) sono tutte compatibili EVM (Ethereum Virtual Machine), cioè costruite sulla stessa grammatica tecnica e governate da emittenti statunitensi. Persino EURC di Circle, la stablecoin in euro più capitalizzata, gira sulla stessa infrastruttura tecnica di USDC, con le stesse dipendenze di custodia e le stesse regole di validazione.
Questo significa che la dollarizzazione infrastrutturale non passa solo per il segno monetario (dollaro vs euro), ma per il substrato tecnico su cui quella moneta viene fatta girare. Un euro tokenizzato che si regola su Ethereum resta, a livello di gas fee, di custodia istituzionale e di governance del protocollo, dentro un perimetro tecnologico a controllo statunitense, che qualunque architettura di orchestrazione euro-based, incluse quelle in fase di posizionamento, deve considerare.
Non è solo un’ipotesi accademica. Nel suo ultimo Rapporto sulla stabilità finanziaria, la Banca d’Italia dedica un intero riquadro alle regole sulle stablecoin e ai rischi che ne derivano per la stabilità finanziaria, richiamando esplicitamente il pericolo di schemi che emettono lo stesso strumento attraverso emittenti con sede legale in paesi diversi. È precisamente la logica del “guscio valutario multi-giurisdizionale”: un token che si presenta come europeo, conforme al MiCAR, ma la cui architettura di emissione, riserva o regolamento tecnico attraversa più giurisdizioni, diluendo responsabilità e tracciabilità proprio nel momento in cui servono di più.

Piano 2: Sovranità come controllo azionario, non come tecnologia

C’è un livello più prosaico, ma non meno rivelatore: chi possiede le società che gestiscono l’infrastruttura, a prescindere da quanto quella infrastruttura sia già “europea” nella tecnologia sottostante. Cassa Depositi e Prestiti che sale al 29,9% di Nexi e ne diventa primo azionista (pur negando intenzioni di OPA) non cambia una riga di codice nei sistemi di pagamento italiani. Cambia chi siede al tavolo quando si decidono le priorità strategiche. Allo stesso modo, l’operazione Poste-IPZS su PagoPA (fino a 500 milioni di euro, con l’IPZS che mantiene il controllo) non introduce nuova tecnologia: consolida sotto un unico perimetro pubblico i pagamenti e l’identità digitale, due filiere che fino a ieri viaggiavano separate.
È sovranità per acquisizione, non per innovazione. Ha una sua logica — un’infrastruttura critica in mani straniere resta un rischio anche se il codice è ineccepibile — ma va tenuta distinta, con onestà analitica, dalla costruzione di alternative tecnologiche reali. Confonderle è il modo più rapido per raccontarsi una sovranità che esiste solo nell’azionariato.
Il caso Bancomat-FSI aggiunge un pezzo a questo quadro, perché non è presidio pubblico, ma consolidamento da parte di un investitore istituzionale italiano: dopo un percorso avviato nel 2022, FSI è diventato azionista di maggioranza relativa del circuito nazionale con un aumento di capitale riservato che gli ha assegnato una partecipazione intorno al 44%, potenzialmente estendibile fino al 49,7%, a fianco delle banche storiche (Intesa Sanpaolo, Iccrea, Banco BPM, BPER) le cui quote si sono proporzionalmente diluite. Anche qui la logica dichiarata è di scala e di rilancio industriale, non di salto tecnologico. E la disponibilità all’investimento in tecnologia è il driver imprescindibile d’ogni scelta che non intenda essere meramente finanziaria.

Piano 1: Il calcolo, dove la retorica sovranista incontra la fisica del capitale

E infine il piano di base del nostro edificio, che nessuno dei piani precedenti può aggirare: il cloud e la potenza di calcolo su cui girano tutte le infrastrutture sopra descritte, inclusa qualunque piattaforma di orchestrazione euro-based che voglia definirsi sovrana. Oltre l’80% dei prodotti digitali, servizi e proprietà intellettuale usati nell’Unione Europea proviene da aziende non europee. Gli hyperscaler statunitensi (Amazon, Microsoft, Google e compagnia) investiranno collettivamente circa 600 miliardi di dollari in infrastrutture cloud e AI solo nel 2026 — una cifra che il cloud sovrano europeo, in crescita da una base di 56 miliardi di euro verso un obiettivo di 100 miliardi entro il 2031, non si avvicina a scalfire per ordine di grandezza. E quando come AWS con il suo European Sovereign Cloud da 7,8 miliardi di euro, struttura tedesca separata a guida europea, inaugurata a gennaio 2026, fa una concessione, essa resta un fatto giuridico non negoziabile: la casa madre è americana e il CLOUD Act si applica lo stesso. Si può ospitare il dato a Francoforte e restare comunque esposti a un tribunale della Virginia. La sovranità geografica del dato e la sovranità giuridica sono due cose diverse e la prima non compra la seconda.
Per chiunque costruisca infrastruttura di pagamento euro-based, questo significa che si può rivendicare l’autonomia sui piani 4, 3 e 2 dell’edificio, ma restare strutturalmente dipendenti sul livello 1, quello su cui tutti gli altri piani, in ultima istanza, si appoggiano.

La domanda sospesa

Il filo che lega questi quattro piani, paradossalmente, non è tecnologico, ma politico-economico, in ragione del grado di consapevolezza e condivisione della condizione europea. Sembra che l’Europa persegua l’autonomia con un’intensità inversamente proporzionale alla profondità del problema. Combatte con determinazione sul terreno visibile all’utente finale (l’app di pagamento, il brand del circuito) e lascia scoperto un terreno che nessun utente vede, ma da cui tutto dipende.
È sovranità di facciata? Non del tutto: Wero è un successo reale, misurabile, non uno slogan. Ma è una sovranità selettiva, che rischia di illudersi di aver vinto la guerra, avendo vinto solo una battaglia, forse la più facile, per giunta. Un’infrastruttura di pagamento “euro” che orchestra transazioni in euro, regolate secondo standard europei, ma processate sul calcolo che risponde in ultima istanza a una giurisdizione extra-UE, è sovrana solo fino al punto in cui nessuno decide di testare quel confine.
Chi oggi progetta architetture di orchestrazione multi-rail per il mercato europeo — Qivalis e TreasuryOS così come EUR.bank e chiunque altro si muova in questo spazio — farebbe bene a includere questa domanda nel proprio posizionamento, non come fatto a margine, ma come ipotesi di rischio strategico di primo ordine: cosa succede alla sovranità dei piani 4, 3 e 2, il giorno in cui il piano 1 smette di essere neutrale? E, corollario più stringente per chi lavora specificamente sull’EMT: un euro tokenizzato ma regolato su un substrato blockchain a controllo statunitense ha davvero risolto il problema della dollarizzazione infrastrutturale, o lo ha soltanto spostato dove è meno visibile, ma non meno reale? Il tema delle monete digitali europee è questione di strategia delle infrastrutture, non di politiche di prodotto. E sul punto le scelte europee dovrebbero pur materializzarsi.

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Fonti: dati di adozione Wero/EPI da comunicati EPI e stampa specializzata; dati di investimento cloud da Roland Berger, ASEE, Netaxis Solutions (2026); dettagli operazione CDP-Nexi e Poste-IPZS-PagoPA da comunicati societari e stampa finanziaria italiana; framework “dollarizzazione infrastrutturale” e nesso stablecoin/gas fee sviluppato in lavori precedenti dell’autore su architetture EMT/CBDC. Statistiche e Report Banca d’Italia.

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