venerdì, settembre 21

Il ∏ greco dell’economia: la regola europea del 3%

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Tempo di lettura cinque minuti.

Il ∏ greco e’ un numero trascendente e irrazionale, che possiamo solo approssimare in 3,14159 con quello che segue. Ed e’ costante. Indica il rapporto tra circonferenza e diametro. Tra le tante proprieta’ e’ proprio questo numero che rende impossibile la quadratura del cerchio, cioè la costruzione con riga e compasso di un quadrato avente la stessa area di un dato cerchio.

Anche in  economia da almeno un quarto di secolo esiste la regola aurea di una specie di pigreco, quella del 3 per cento tra deficit pubblico e PIL.

Le analogie finiscono qui. Il nostro 3 per cento non e’ mai costante e si allarga e si restringe quasi a piacimento un giorno sì e un giorno no e permette anche di quadrare il cerchio dei conti pubblici. Fino ad oggi siamo passati da 0,8% del Governo Gentiloni a 1,2% del MEF,  poi a 2% di Di Maio e fino a sfiorare il 3% per Salvini.  E’ anche un bene. Parliamo di variabili economiche e finanziarie molto grandi e quindi sono il campo ideale per errori, manomissioni, discrezionalita’. Tutto il contrario della indefinita fissità del ∏ greco.

Da dove ci arriva questa regola ?

Essa è intimamente connessa alla governance europea ed è contenuta nel Trattato di Maastricht del 1992. La ragione è l’avversione di coloro che hanno fondato l’Unione Economica e Monetaria per il debito pubblico. All’epoca il rapporto debito/PIL per molti paesi europei, ma non per il nostro, era intorno al 60%. Ed infatti i Paesi devono rispettare questa regola. Per mantenere il 60% in termini reali, poiché il tasso di crescita del PIL era intorno al 3% e l’inflazione il 2/3% circa, si poteva sforare al massimo del 3% nel rapporto deficit/PIL.

L’Italia con un debito pubblico nel 2017 pari al 132%, di gran lunga superiore a quanto previsto dalle regole europee, deve rispettare soglie più basse del 3%. Di volta in volta il nostro Paese deve contrattare con la Commissione i margini di manovra e di  intervento nella legge di bilancio.

La questione tuttavia non è così semplice.

Molti paesi nel corso del tempo hanno reclamato più flessibilità per tener conto dei cicli economici. E’ stato fatto notare correttamente che uno stesso deficit in valore assoluto in una fase di espansione economica porta a un rapporto deficit/PIL differente da quello che si registra in una  fase di recessione economica. Si è passati quindi al concetto di deficit strutturale, corretto per il ciclo economico e per le misure una tantum che dovrebbe essere specifico per ogni Paese. Per l’Italia l’obiettivo tendenziale di medio periodo è il pareggio.

Durante una recessione il deficit strutturale è quindi inferiore al deficit reale.Su queste due parole (deficit strutturale e reale) si gioca tutto. Perchè tutto dipende da come si calcolano. Ed è una delle rimostranze più forti delle delegazioni italiane che trattano con Bruxelles, ripresa di recente con molta veemenza  dal Movimento 5 Stelle. La grandezza economica che fa la differenza è l’output gap. Essa è la misura economica della  differenza tra il PIL effettivo dell’anno e quello potenzialmente raggiungibile quando tutti i fattori produttivi sono impiegati alla loro massima capacità. Più è alto l’output gap e più basso sarà il deficit strutturale da correggere.

Dunque il deficit si spezza in due tronconi. Il primo è dovuto al ciclo economico e può essere trascurato. Il secondo si imputa a fattori strutturali e va comunque corretto. Se uno stato registra un deficit del 3% (in linea con Maastricht)  e una crescita del PIL dello 0,5%, la Commissione secondo suoi calcoli può stabilire un deficit strutturale al 2% che va corretto in uno o più anni. Le deroghe sono previste solo per casi eccezionali.

Un esempio della incertezza e ambiguità di queste regole riguarda proprio l’Italia. Per la Commissione europea l’output gap italiano sarà riassorbito l’anno prossimo. Per il MEF e la Banca d’Italia la grandezza è negativa in media per l’1,7% e non sarà riassorbita neanche nel 2020. Se così è, vi è un margine in più per fare deficit pari proprio al 1,7%.

Bollettino economico Banca d’Italia – luglio 2018

Questo è il quadro delle regole. Sono convenzioni concordate ed accettate dagli Stati Europei. Tra gli economisti non vi è alcuna convergenza sul calcolo e sul significato di output gap e di deficit strutturale, per esempio. E ovviamente queste regole danno luogo a processi complessi, estenuanti negoziazioni, che risentono delle posizioni di forza dei singoli Stati.

Un’altra caratteristica di queste regole è che hanno un livello di enforcement molto severo, ma in pratica esso è frutto di valutazioni politiche che possono essere le più disparate.

Nel complesso, il quadro che abbiamo tracciato non da’ molta soddisfazione. Sono molte le cose che non si capiscono. Al di là della ricca annedottistica, i vincoli da rispettare sono ben 3. Essi sono: la regola dell’indebitamento netto, la regola dell’indebitamento netto strutturale e la regola del debito.

La frusta dello spread.

Alla fine quel che conta è la reazione dei mercati che tengono conto anche di queste regole auree e che usano la frustra dello spread. Di certo, un debito pubblico così elevato è il vero problema per l’Italia non il deficit di anno in anno che a sua volta pure produce reddito.

E di certo questioni mai risolte come la corruzione e l’evasione fiscale hanno creato un paese di ricchi abitato da poveri. Basta guardare alle statistiche sulla ricchezza finanziaria del paese, di gran lunga superiore al suo debito pubblico e a quelle che mettono in luce i milioni di poveri che vivono in Italia. E la domanda, per quanto retorica, è una sola: sono sufficienti politiche di redistribuzione, se la crescita non riprende velocità?

Il quadro tendenziale di finanza pubblica dell’ultimo DEF racconta molte verità e molte illusioni.

Vi sono due serie di indicatori nella tabella in basso. Microvariazioni di saldi, correzioni, aggiustamenti di pochi decimi  percentuali sono tenuti in piedi da una visione molto ottimistica. La crescita del PIL (ultima riga della tabella Mef sottostante) sarebbe pari a 248 miliardi tra il 2016 e il 2021: + 14,7% in termini nominali, + 10% forse in termini reali. Negli ultimi 30 anni l’Italia è cresciuta in media annua di uno striminzito 0,5%.

In altri termini, il pareggio che si prevede di conseguire nel 2020 e 2021 e il corrispondente calo del debito non sono il risultato di politiche fiscali restrittive, ma dipendono da un incremento previsto del PIL molto generoso.  La tenaglia di bassa crescita e di debito pubblico che stritola il nostro paese si allenta solo nei sogni dei nostri policy maker.

E l’unico numero che sembra costante nella tabella sono gli interessi sul debito pubblico: tra il 3,5 e il 4 per cento del PIL da qui al 2021. Quasi come il pigreco.

Tutto quel che conta sapere – IL DEF DI APRILE 2018

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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