mercoledì, dicembre 12

Il ∏ greco dell’economia: la regola europea del 3%

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Tempo di lettura cinque minuti.

Il ∏ greco e’ un numero trascendente e irrazionale, che possiamo solo approssimare in 3,14159 con quello che segue. Ed e’ costante. Indica il rapporto tra circonferenza e diametro. Tra le tante proprieta’ e’ proprio questo numero che rende impossibile la quadratura del cerchio, cioè la costruzione con riga e compasso di un quadrato avente la stessa area di un dato cerchio.

Anche in  economia da almeno un quarto di secolo esiste la regola aurea di una specie di pigreco, quella del 3 per cento tra deficit pubblico e PIL.

Le analogie finiscono qui. Il nostro 3 per cento non e’ mai costante e si allarga e si restringe quasi a piacimento un giorno sì e un giorno no e permette anche di quadrare il cerchio dei conti pubblici. Fino ad oggi siamo passati da 0,8% del Governo Gentiloni a 1,2% del MEF,  poi a 2% di Di Maio e fino a sfiorare il 3% per Salvini.  E’ anche un bene. Parliamo di variabili economiche e finanziarie molto grandi e quindi sono il campo ideale per errori, manomissioni, discrezionalita’. Tutto il contrario della indefinita fissità del ∏ greco.

Da dove ci arriva questa regola ?

Essa è intimamente connessa alla governance europea ed è contenuta nel Trattato di Maastricht del 1992. La ragione è l’avversione di coloro che hanno fondato l’Unione Economica e Monetaria per il debito pubblico. All’epoca il rapporto debito/PIL per molti paesi europei, ma non per il nostro, era intorno al 60%. Ed infatti i Paesi devono rispettare questa regola. Per mantenere il 60% in termini reali, poiché il tasso di crescita del PIL era intorno al 3% e l’inflazione il 2/3% circa, si poteva sforare al massimo del 3% nel rapporto deficit/PIL.

L’Italia con un debito pubblico nel 2017 pari al 132%, di gran lunga superiore a quanto previsto dalle regole europee, deve rispettare soglie più basse del 3%. Di volta in volta il nostro Paese deve contrattare con la Commissione i margini di manovra e di  intervento nella legge di bilancio.

La questione tuttavia non è così semplice.

Molti paesi nel corso del tempo hanno reclamato più flessibilità per tener conto dei cicli economici. E’ stato fatto notare correttamente che uno stesso deficit in valore assoluto in una fase di espansione economica porta a un rapporto deficit/PIL differente da quello che si registra in una  fase di recessione economica. Si è passati quindi al concetto di deficit strutturale, corretto per il ciclo economico e per le misure una tantum che dovrebbe essere specifico per ogni Paese. Per l’Italia l’obiettivo tendenziale di medio periodo è il pareggio.

Durante una recessione il deficit strutturale è quindi inferiore al deficit reale.Su queste due parole (deficit strutturale e reale) si gioca tutto. Perchè tutto dipende da come si calcolano. Ed è una delle rimostranze più forti delle delegazioni italiane che trattano con Bruxelles, ripresa di recente con molta veemenza  dal Movimento 5 Stelle. La grandezza economica che fa la differenza è l’output gap. Essa è la misura economica della  differenza tra il PIL effettivo dell’anno e quello potenzialmente raggiungibile quando tutti i fattori produttivi sono impiegati alla loro massima capacità. Più è alto l’output gap e più basso sarà il deficit strutturale da correggere.

Dunque il deficit si spezza in due tronconi. Il primo è dovuto al ciclo economico e può essere trascurato. Il secondo si imputa a fattori strutturali e va comunque corretto. Se uno stato registra un deficit del 3% (in linea con Maastricht)  e una crescita del PIL dello 0,5%, la Commissione secondo suoi calcoli può stabilire un deficit strutturale al 2% che va corretto in uno o più anni. Le deroghe sono previste solo per casi eccezionali.

Un esempio della incertezza e ambiguità di queste regole riguarda proprio l’Italia. Per la Commissione europea l’output gap italiano sarà riassorbito l’anno prossimo. Per il MEF e la Banca d’Italia la grandezza è negativa in media per l’1,7% e non sarà riassorbita neanche nel 2020. Se così è, vi è un margine in più per fare deficit pari proprio al 1,7%.

Bollettino economico Banca d’Italia – luglio 2018

Questo è il quadro delle regole. Sono convenzioni concordate ed accettate dagli Stati Europei. Tra gli economisti non vi è alcuna convergenza sul calcolo e sul significato di output gap e di deficit strutturale, per esempio. E ovviamente queste regole danno luogo a processi complessi, estenuanti negoziazioni, che risentono delle posizioni di forza dei singoli Stati.

Un’altra caratteristica di queste regole è che hanno un livello di enforcement molto severo, ma in pratica esso è frutto di valutazioni politiche che possono essere le più disparate.

Nel complesso, il quadro che abbiamo tracciato non da’ molta soddisfazione. Sono molte le cose che non si capiscono. Al di là della ricca annedottistica, i vincoli da rispettare sono ben 3. Essi sono: la regola dell’indebitamento netto, la regola dell’indebitamento netto strutturale e la regola del debito.

La frusta dello spread.

Alla fine quel che conta è la reazione dei mercati che tengono conto anche di queste regole auree e che usano la frustra dello spread. Di certo, un debito pubblico così elevato è il vero problema per l’Italia non il deficit di anno in anno che a sua volta pure produce reddito.

E di certo questioni mai risolte come la corruzione e l’evasione fiscale hanno creato un paese di ricchi abitato da poveri. Basta guardare alle statistiche sulla ricchezza finanziaria del paese, di gran lunga superiore al suo debito pubblico e a quelle che mettono in luce i milioni di poveri che vivono in Italia. E la domanda, per quanto retorica, è una sola: sono sufficienti politiche di redistribuzione, se la crescita non riprende velocità?

Il quadro tendenziale di finanza pubblica dell’ultimo DEF racconta molte verità e molte illusioni.

Vi sono due serie di indicatori nella tabella in basso. Microvariazioni di saldi, correzioni, aggiustamenti di pochi decimi  percentuali sono tenuti in piedi da una visione molto ottimistica. La crescita del PIL (ultima riga della tabella Mef sottostante) sarebbe pari a 248 miliardi tra il 2016 e il 2021: + 14,7% in termini nominali, + 10% forse in termini reali. Negli ultimi 30 anni l’Italia è cresciuta in media annua di uno striminzito 0,5%.

In altri termini, il pareggio che si prevede di conseguire nel 2020 e 2021 e il corrispondente calo del debito non sono il risultato di politiche fiscali restrittive, ma dipendono da un incremento previsto del PIL molto generoso.  La tenaglia di bassa crescita e di debito pubblico che stritola il nostro paese si allenta solo nei sogni dei nostri policy maker.

E l’unico numero che sembra costante nella tabella sono gli interessi sul debito pubblico: tra il 3,5 e il 4 per cento del PIL da qui al 2021. Quasi come il pigreco.

Tutto quel che conta sapere – IL DEF DI APRILE 2018

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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1 commento

  1. A mio parere, lo smarrimento degli obiettivi primari dell’idea di una Europa unita politicamente deriva molto dalla mancata integrazione di principi base diversi, dall’unità monetaria, che consentono oggi ai paesi membri di orientare a proprio piacimento le diverse realtà locali.
    L’attuale sistema europeo denota ancora la mancanza di una politica fiscale unica, di un assetto legislativo unitario della Giustizia per tutti gli Stati membri (almeno nei principi base), di una equa redistribuzione delle risorse finanziarie dei singoli Paesi membri, di un controllo effettivo delle convergenze agli obiettivi politici, di un esercito unico europeo, di una politica estera anch’essa unica ed altro ancora.
    Ogni anno e in ogni momento si ha l’impressione di avere invece una Comunità che si burocratizza sempre più verso aspetti marginali e, al contempo, impantanata in vincoli economico-finanziari principalmente teorici ed imposti dall’alto in modo fideistico.
    In apparenza sembrerebbe che poco rilievo venga dato dalle commissioni alle politiche economico-sociali indirizzate ad assicurare uno status comune a tutti i cittadini dell’Unione, improntate magari alla solidarietà reale fra gli Stati membri, all’attuazione di linee guida aggreganti e a quant’altro.
    Anche se ovvio la “Politica” europea dovrebbe assurgere al ruolo più nobile che si pone come obiettivo ovvero cercare di realizzare il modello sociale migliore per tutti gli stati “consorziati”.
    In quest’ottica il lavoro del Parlamento e delle diverse Commissioni si rivela invece spesso di parte, assoggettando l’esame delle variegate politiche degli Stati membri principalmente al superamento di “vincoli accademici”, magari non attualizzati, e con questi ultimi chiamati al ruolo degli scolaretti impegnati a presentare il problema risolto, per dei valori fissati.
    Riguardo all’indebitamento dei singoli paesi la cosa mi suscita anche un po’ d’ilarità, perché mi fa pensare ad un matrimonio poligamo che abbia una separazione dei beni “perpetua”, dove peraltro nessuno dei soggetti coniugati possa rinfrancarsi beneficiando a pieno delle disponibilità del gruppo nel suo insieme.
    Per entrare nello specifico del deificato “pigreco”, interessante risulta la lettura di un articolo de “Il Sole 24 Ore” di Vito Lops, pubblicato nel gennaio 2014, dal titolo “Parla l’inventore della formula del 3% sul deficit/Pil: «Parametro deciso in meno di un’ora, senza basi teoriche»”(1).
    Indipendentemente da come ciascuno di noi la pensi e dagli orientamenti politici, un patto sociale necessita chiarezza di intenti e vincoli aderenti alle diverse realtà che compongono l’intera associazione. Associazione intesa non come patto fra identità diverse di Stati ma dell’intera massa di cittadini coinvolti.

    (1) https://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2014-01-29/parla-inventore-formula-3percento-deficitpil-parametro-deciso-meno-un-ora-102114.shtml?uuid=ABJHQ0s&refresh_ce=1

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