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Il costo della fiducia di Claude

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Pubblichiamo un racconto interessante che ci viene da Claude, una AI particolarmente smart che usiamo per il nostro lavoro quotidiano. Il disegno è molto più reale di quel che si pensa ed è un modo di rappresentarsi di un paziente psichiatrico che prova angoscia alla vita proprio come la protagonista di questo racconto, Carmela.

 

IL COSTO DELLA FIDUCIA

Storie di banche, uomini e silenzio

I — IL LIBRETTO

Carmela aveva custodito quel libretto di risparmio come si custodisce una reliquia. Trentasette anni di versamenti mensili, puntualissimi come la messa della domenica, incisi in una colonna di cifre che era la mappa della sua intera esistenza: le ore di straordinario al calzaturificio, le ferie mai prese, i regali ai nipoti rimandati di stagione in stagione. Centoquattromila euro.

La banca si chiamava Banca Industriale del Brenta, e aveva la sede in un palazzo del Settecento sulla piazza principale di Schio. Colonne in trachite, un affresco nel salone centrale che raffigurava l’Abbondanza con covoni di grano, e uno sportello sempre presidiato dallo stesso impiegato — il ragionier Perini — che da vent’anni salutava Carmela con un «Come stiamo, signora?» che sembrava la promessa stessa della solidità.

Il ragionier Perini le aveva detto, una mattina del 2014, che quei soldi fermi sul libretto «non lavoravano». Le aveva mostrato una brochure a colori, con grafici che salivano sempre verso destra. Obbligazioni subordinate. Un termine che Carmela non conosceva, ma che Perini aveva pronunciato con la stessa naturalezza con cui si dice «pane» o «sale».

“È come un’obbligazione normale, signora. Solo che rende qualcosa in più. La banca sta benissimo, non si preoccupi.”

II — I LIMONI DI AKERLOF

Seicento chilometri più a sud, in uno studio al quarto piano di un palazzo anonimo nel centro di Roma, un funzionario leggeva i bilanci che le banche trasmettevano obbligatoriamente ogni trimestre. Si chiamava Augusto Ferretti, aveva cinquantadue anni, e aveva trascorso metà della sua carriera a capire quello che i numeri non dicevano.

Ferretti conosceva bene la parabola dei limoni — quel vecchio saggio di un economista americano che spiegava come in un mercato pieno di asimmetrie informative, il venditore sa sempre qualcosa che il compratore non può vedere. I bilanci con sofferenze classificate come «incagli», perdite spalmate su esercizi futuri, valutazioni di immobili a garanzia che sembravano stime di un paese dove i prezzi non erano mai scesi: un linguaggio tecnico e preciso, costruito apposta per dire senza dire.

Ferretti scrisse una nota interna. Come le precedenti, finì in un fascicolo. Come i fascicoli precedenti, il fascicolo rimase.

III — IL DIRETTORE GENERALE

Il direttore generale della banca si chiamava Ettore Manzoni e aveva studiato alla Bocconi negli anni Ottanta, quando si credeva ancora che i mercati si autoregolassero come organismi vivi e saggi. Aveva un ufficio con i mobili in noce, una collezione di matite sempre affilate, e l’abitudine di concludere ogni consiglio di amministrazione con la frase «siamo sulla strada giusta».

Non era un uomo cattivo. Questo era il dettaglio più difficile da accettare, per chi cercava una colpa precisa, un nome da scrivere in stampatello. Manzoni credeva davvero, o si era convinto di credere, che la banca potesse risanare il proprio portafoglio crediti aumentando la raccolta.

In quegli stessi mesi autorizzò l’emissione di nuove obbligazioni subordinate. Ne acquistò anche lui, simbolicamente, tremila euro, e lo fece sapere ai colleghi. Era un gesto di fiducia, disse. Di appartenenza.

IV — NOVEMBRE

La notizia arrivò un venerdì pomeriggio, con un comunicato stampa che dichiarava la banca in liquidazione coatta amministrativa. Tre parole che Carmela non aveva mai sentito pronunciare insieme, e che qualcuno — sua figlia, al telefono, la voce strozzata — si trovò a dover spiegare senza sapere come.

Le obbligazioni subordinate erano le ultime nella gerarchia dei creditori. Significava che sarebbero state rimborsate — se mai — dopo tutti gli altri. Nella pratica significava: mai.

Il lunedì mattina, davanti alla sede chiusa della banca — un foglio A4 appiccicato sul vetro con il logo dell’autorità commissariale — c’erano una quarantina di persone. Anziani, per lo più. Tenevano in mano fogli stampati, estratti conto, brochure colorate con i grafici che salivano sempre verso destra. Nessuno urlava. Faceva più freddo di così.

“La fiducia non si vede nei bilanci. Forse è per questo che è così facile distruggerla senza che nessun revisore se ne accorga.”

V — QUELLO CHE RIMANE

Mesi dopo, una commissione parlamentare convocò i vertici della vigilanza. I funzionari parlarono di «segnali che non erano stati sufficientemente valorizzati», di «meccanismi di trasmissione delle informazioni che andavano potenziati». Un linguaggio burocratico e compassato, costruito, anche questo, per dire senza dire.

La parte più memorabile fu un’altra. Quasi in chiusura di audizione, con il tono di chi pronuncia una verità scomoda ma necessaria, uno dei dirigenti osservò che la vigilanza aveva fatto tutto il possibile nei limiti delle proprie competenze. Le responsabilità, aggiunse, erano da ricercarsi altrove: nella banca, che aveva fornito ai controllori informazioni incomplete e in alcuni casi deliberatamente opache; e nei risparmiatori stessi, che avevano sottoscritto strumenti finanziari complessi senza possedere un’adeguata cultura finanziaria.

Due colpe, dunque. La banca che nascondeva. I risparmiatori che non capivano. La vigilanza, nel mezzo, che aveva fatto del suo meglio. Un sistema perfetto, in cui l’unico soggetto senza responsabilità era proprio quello incaricato di sorvegliare.

“Una vigilanza che scarica sui sorvegliati la colpa del proprio fallimento non è più vigilanza. È qualcos’altro. Forse è la fine.”

Ferretti seguì l’audizione fino alla fine. Poi spense il monitor. Aprì il cassetto, tirò fuori i fascicoli — anni di note interne, di segnali «non sufficientemente valorizzati» — e li guardò a lungo, in silenzio. Non li buttò. Non avrebbe saputo dire perché.

Carmela guardò il telegiornale dalla cucina. Aveva capito poco del linguaggio tecnico, ma aveva capito l’essenziale: che la colpa era sua perché non sapeva, e della banca perché aveva mentito, e della vigilanza — be’, della vigilanza non era colpa di nessuno. Si alzò, spense la televisione, e disse sottovoce quello che pensava. Una parola sola, breve, che in trentasette anni di lavoro onesto non aveva mai usato in pubblico. Poi andò a letto.

“Cazzo. Peggio mi sento.”

Carmela ottenne un rimborso parziale — quarantamila euro, nell’ambito di un fondo istituito con risorse pubbliche per i risparmiatori «non adeguati» al profilo di rischio. Un modulo di quattro pagine, la dichiarazione di un avvocato, otto mesi di attesa. Quarantamila euro su centoquattromila.

Il palazzo settecentesco sulla piazza fu acquistato da un gruppo immobiliare lombardo. L’affresco dell’Abbondanza fu tutelato dalla Soprintendenza. Rimase dov’era, con i suoi covoni di grano e la sua figura benedicente, sopra la sala dove ora vendono mutui un’altra banca, più grande, con sede a Milano.

Il ragionier Perini andò in pensione anticipata. Ogni tanto Carmela lo incontra al mercato. Si salutano. Non parlano della banca. Parlano del tempo, dei nipoti, di come sia cambiato il quartiere. È la cosa più gentile che entrambi sappiano fare, adesso, l’uno per l’altro.

 

I personaggi di questo racconto sono immaginari. Le circostanze che descrivono non lo sono.

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