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Chi possiede i binari possiede il treno: note sparse di sovranità monetaria al tempo del protocollo

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Fatti in contrasto con le parole

C’è una frase, pronunciata di recente ad alto livello in una banca centrale europea, che chi progetta infrastrutture digitali forse incornicerebbe con ironia: il valore della moneta non dipende dalla tecnologia che la veicola, ma dalle istituzioni e dalle regole che la garantiscono. Detta così, suona come un principio assoluto, indiscutibile. Il fatto è che mentre la si pronuncia, si firma, poche settimane dopo, il lancio di una infrastruttura europea di regolamento su registri distribuiti che dovrebbe estendere i binari della moneta di banca centrale fino a lambire i territori della finanza decentralizzata. Si tratta di Pontes, il layer di settlement DLT dell’Eurosistema che estende i servizi TARGET (quindi la moneta di banca centrale) fino a interoperare con piattaforme di mercato basate su registri distribuiti, dentro la cornice più ampia di Appia, la roadmap strategica dell’Eurosistema.

Ora, se davvero la tecnologia fosse un dettaglio ininfluente (una sorta di tubo attraverso cui scorre un liquido che resta sempre lo stesso, indipendentemente dal materiale del tubo medesimo), perché si dovrebbe correre a costruirne uno nuovo, con tanta urgenza, proprio adesso? Non si investono miliardi e anni di lavoro ingegneristico per difendere cose che si considerano irrilevanti. Il punto non sta in quello che si dice, ma in quello che si fa, magari addirittura mentre lo si dice. E quello che le banche centrali europee stanno facendo, in questi mesi, è costruire febbrilmente una infrastruttura, perché hanno capito (pur non potendo dirlo troppo esplicitamente, pena ammissione di vulnerabilità) che nel Ventunesimo secolo la sovranità monetaria non si difende più (e solo) sui confini degli Stati o delle configurazioni sovranazionali, nei trattati e nelle riserve auree custodite in caveau sotterranei. Si difende nello strato tecnico. Nel protocollo, cioè nell’insieme di regole che stabilisce come sistemi di trasferimento di potere d’acquisto si scambiano informazioni: formato dei messaggi, sequenza delle operazioni, condizioni di conferma, gestione degli errori.

Breve storia infrastrutturale del potere

Non è la prima volta che il potere monetario sceglie di travestirsi da questione di cavi, binari e rotte, per rivelarsi questione di dominio. L’Impero britannico non ha imposto la sterlina al mondo attraverso la sola potenza della Royal Navy: l’ha imposta attraverso il controllo dei cavi telegrafici sottomarini che collegavano Londra a Bombay, a Città del Capo, a Hong Kong. Chi possedeva il cavo decideva chi parlava con chi, a quali condizioni, con quale ritardo rispetto al concorrente. La finanza ottocentesca non era più veloce perché gli inglesi erano più bravi con i numeri: era più veloce perché gli inglesi possedevano l’infrastruttura attraverso cui i numeri viaggiavano. Il telegrafo e le sue reti hanno collegato il lontano Ovest americano alle piazze finanziarie della costa orientale. E poi i cablo e le telescriventi hanno promosso l’interoperabilità.

Dagli anni settanta del novecento la costruzione degli schemi di pagamento a mezzo carte di credito, oggi vere e proprie oligopoliste dei pagamenti, si è sviluppata basando i collegamenti su reti satellitari. Il mondo viene al momento riconquistato, attraverso la geopolitica della stesura di reti di cavi sottomarini intorno a tutto il pianeta, isole naturali e artificiali, stretti, passaggi strategici, della costruzione di giganteschi data center, oltre all’infoltimento satellitare e alla messa in opera di piattaforme digitali sempre più ricettive, la rete Web 3, il token.

La stessa logica di protocollo, per l’interconnessione dei conti di corrispondenza interbancaria, si è ripetuta con SWIFT. Il sistema di messaggistica interbancaria nato a Bruxelles negli stessi anni Settanta non è, sulla carta, un’istituzione americana, ma un consorzio cooperativo belga. Eppure è diventato, nei decenni, uno degli strumenti più efficaci del dominio del dollaro, al punto che l’esclusione da SWIFT è oggi trattata come un’arma di politica estera paragonabile a un embargo militare. Attraverso le transazioni via Swift si accede anche a informazioni antiterroristiche e spionistiche. Non serve possedere SWIFT per possedere il potere che SWIFT conferisce: basta che il dollaro sia la valuta di regolamento prevalente nei messaggi che vi transitano e l’infrastruttura, per quanto formalmente neutra, finisce per lavorare a senso unico.

Quello che oggi chiamiamo, con un certo compiacimento accademico, agitandone il rischio come un nuovo spettro che si aggira per l’Europa, è (qui una mia recensione a un articolo di tre economisti appena pubblicato) la “dollarizzazione infrastrutturale”, cioè la migrazione dei rail tecnici di regolamento verso ecosistemi denominati in dollari, anche quando l’unità di conto nominale resta l’euro o il real o la rupia e non è fenomeno nuovo. È l’ultima puntata di una storia che si ripete ogni volta che una tecnologia di trasmissione del valore raggiunge una massa critica di adozione. Cambia il materiale del tubo. Non cambia l’importanza di chi lo possiede.

La guerra dei quattro pretendenti

Ciò che rende il momento presente particolarmente interessante, anche nel senso che le carte sono più visibili del solito, è che la contesa per l’infrastruttura monetaria si gioca esplicitamente tra quattro pretendenti, ciascuno dei quali si presenta come tecnico e neutrale mentre è, in realtà, un progetto di potere.

Il primo pretendente è lo Stato, nella sua incarnazione sovranazionale: la banca centrale che propone una moneta digitale pubblica, presentata come baluardo di sovranità contro l’invasione delle stablecoin private, ma che è inevitabilmente un progetto di ricentralizzazione del controllo sui flussi di pagamento in un’epoca in cui quel controllo si è progressivamente frammentato tra mille varianti e intermediari privati.

Il secondo pretendente è il mercato non bancario nella sua forma più regolata: gli emittenti di moneta elettronica tokenizzata, gli innovatori che promettono componibilità, programmabilità, interoperabilità cross-border e che vengono trattati, non a caso, con la stessa diffidenza riservata storicamente a chiunque proponga di stampare moneta senza essere né stato né banca. La storia della moneta privata non statale è, in fondo, la storia di un sospetto mai del tutto sopito dai tempi delle banche ottocentesche.

Il terzo pretendente è il sistema bancario incumbent: l’idea, oggi rilanciata con enfasi nei documenti di ricerca delle banche centrali, è che la soluzione migliore non sia né lo Stato né il mercato, ma l’istituzione che già siede al centro del sistema da secoli: la banca commerciale, semplicemente aggiornata con un registro distribuito al posto del vecchio database relazionale. Non una moneta nuova, ma la moneta di sempre, con un’interfaccia più performante.
Non è un caso che gli studi più recenti pubblicati dalle autorità monetarie europee, formalmente presentati come esercizi di modellizzazione economica neutra (equilibri generali, funzioni di utilità, trade-off tra rendimento e liquidità) arrivino alla stessa conclusione: che la soluzione preferibile sia quella che lascia il potere esattamente dove si trova, cioè dentro il perimetro bancario vigilato da una autorità di settore, con regolamento finale delle transazioni in moneta di banca centrale. Un modello di equilibrio generale in cui politica e tecnica convivono.

Il quarto pretendente è quello che nel 2026 ha smesso di nascondersi. Non più un consorzio cooperativo che aggiorna la propria messaggistica restando formalmente neutro, come SWIFT nel secolo scorso, ma azienda privata quotata che costruisce da zero il proprio protocollo di regolamento, dichiarandolo apertamente come strategia di mercato. È nata così, nel giro di diciotto mesi, una categoria intera di infrastrutture (con il neologismo di “stablechain”). Arc, Tempo, Plasma, tanto per citarne alcune, sono pensate esclusivamente per far viaggiare dollari digitali, dove il punto più rivelatore non è la velocità di transazione, ma una scelta apparentemente minore. Queste reti eliminano il token nativo volatile che serve per pagare il pedaggio di accesso alla rete (la gas fee) e lo sostituiscono con il pagamento diretto in stable coin in dollari. Non è un dettaglio tecnico: è la dollarizzazione infrastrutturale incorporata letteralmente nel meccanismo che fa funzionare la rete. Il costo minimo per attraversare il ponte, il pedaggio più piccolo immaginabile, è denominato in un’unica lingua. E dietro queste reti non ci sono più soltanto società crypto native: ci sono emittenti di stablecoin che integrano verticalmente l’intera filiera, dall’asset al binario su cui viaggia e colossi dei pagamenti e della finanza che scelgono di costruire un proprio strato di regolamento (nel caso di ARC, Master Card, Visa, Blackrock), piuttosto che affittare spazio su infrastrutture altrui. La disintermediazione bancaria di cui tanti documenti pubblici parlano è già in corso e si sta consumando fuori dal perimetro che essi sono in grado di osservare. Il 2026 sarà un anno topico per l’emergere di una più netta differenziazione/avvicinamenti tra i quattro protagonisti.

Gulliver e la scelta che non è una scelta

Ma, c’è un ultimo attore in questa storia, quello che paga il conto di tutte le decisioni: l’economia reale, cioè l’impresa che deve pagare un fornitore in un altro continente, o incassare da un cliente di un paese marginale, senza alcuna intenzione di prendere posizione nella guerra dei binari. L’imprenditore che seleziona, magari senza nemmeno rendersene conto, un canale di pagamento tra le opzioni che il suo istituto di credito o il suo fornitore tecnologico gli propone sta in realtà scegliendo sotto quale ordine infrastrutturale operare. Sta legandosi, come Gulliver addormentato sulla spiaggia di Lilliput, a mille fili sottilissimi, nessuno dei quali si fa percepire come un vincolo determinante, ma che nel loro insieme costituiscono un legame tutt’altro che neutro.

L’illusione non è che manchi la scelta. È che la scelta sembra solo tecnica (confronto tra costi di transazione, velocità di regolamento, compatibilità dei sistemi), quando in realtà è una scelta geopolitica travestita da scheda tecnica. Nessuno chiede all’imprenditore se preferisca operare sotto l’egemonia infrastrutturale del dollaro o mantenersi in un circuito europeo: gli si chiede solo se preferisce pagare lo 0,3% o il 2% di commissione. La domanda è già stata rimossa prima ancora che lui si sieda al tavolo.
E’ esattamente il rischio che un’EMT euro ben progettata dovrebbe contrastare, offrendo un rail nativo in euro con la stessa componibilità tecnica (smart contract, cross-chain bridge, programmabilità) delle stablecoin dollar-based, così che le PMI esportatrici non siano costrette a transitare via USD anche per operazioni intra-SEPA. E qui si innesta un punto di frizione regolatorio tra MiCAR e euro digitale. Se la BCE tratta le EMT in euro come concorrenti scomode dell’euro digitale invece che come alleate contro la dollarizzazione infrastrutturale, il risultato paradossale è che lasci campo libero alle stablecoin USD, che MiCAR regola meno stringentemente in termini di limiti di adozione istituzionale.

La sovranità come protocollo

Se c’è una tesi che vale la pena portare a casa da questa breve futurologia di cavi, registri e rail, è che nel secolo dei sistemi distribuiti la sovranità monetaria si misura, come detto, sempre meno in riserve, tassi di cambio o bilance commerciali, e sempre più in una domanda solo apparentemente tecnica: chi scrive le specifiche del protocollo di settlement? Chi decide il formato dei messaggi, i tempi di conferma, le condizioni di interoperabilità, la gestione degli errori?

Chi perde questa partita non perde, in prima battuta, una guerra valutaria, una di quelle che si illustrano con i grafici dei tassi di cambio e i titoli dei giornali economici. Perde qualcosa di più silenzioso e più profondo: la grammatica stessa con cui il valore viene espresso e fatto circolare, anche se resta, sulla carta, tecnicamente “in euro.” Ed è perché questa perdita è silenziosa, non producendo una crisi valutaria visibile, bollettini straordinari, file davanti alle banche, che è anche la più difficile da riconoscere e la più facile da rimpiangere quando, un giorno, ci si accorge che i binari appartengono oramai a qualcun altro. E che noi europei siamo costretti solo ad allestire i vagoni, che saranno trasportati con locomotive e su binari di altri.

Quello che dovremmo pretendere è che di certi temi si discuta di più, anche in sede politica perché non resti, ipocritamente, questione delegata ai soli addetti, ma confronto che si riverbera sulle nostre condizioni democratiche di cittadini europei che pretendono di essere padroni del proprio destino. L’assenza di interesse del mondo della produzione reale verso queste tematiche è ancora più incomprensibile, perché la moneta è tuttora, come la chiamava Marx, l’equivalente universale e il rischio che questa universalità noi la stiamo definitivamente appaltando è davvero concreto.

 

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