sabato, ottobre 20

BCC: leggere, scrivere, fare di conto.

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Apprendiamo le ultime notizie sulla riforma del credito cooperativo dalla pagina a pagamento firmata dai vertici dei tre gruppi sul Corriere della Sera di ieri 27 giugno. 

Prima di un rapido commento del testo, facciamo un passo indietro per ricapitolare.

Da Il Corriere della sera del 27 giugno 2018

La riforma e’ stata avviata diversi anni addietro (la prima ipotesi centrata sul gruppo cooperativo paritetico risale addirittura a 15 anni fa) e da allora è stata accompagnata da un intenso dibattito su modello da scegliere.

Alla fine i modelli europei cui fare riferimento sono sintetizzati in due. Nel febbraio 2015 si legge infatti dalle parole della Banca d’Italia:

“Il  primo modello, più frequente,  è  quello del  “gruppo”, declinato con  istituti  giuridici compatibili con  le  specificità  della  forma  societaria  cooperativa.  Il modello  si ritrova,  ad  esempio, in  Francia,  Spagna, Paesi  Bassi, Finlandia.  Al vertice  del  gruppo è, nelle  diverse  esperienze, una società  per  azioni  oppure  una  cooperativa, di  norma  partecipata  in misura  più o meno ampia  dalle stesse cooperative appartenenti  al  gruppo, spesso  quotate e  quindi  capaci  di  accedere  al mercato  dei  capitali per finanziare il loro sviluppo.”

La  capogruppo  svolge anche le funzioni  di  istituto  centrale di categoria,  gestendo  la  liquidità  del  gruppo,  monitorando la condizione  delle  sue  componenti, indirizzando il profilo  di rischio.  Stanti i limiti  alle  partecipazioni  e  al  diritti di  voto di  ogni singolo socio, il  potere  di  direzione  e  coordinamento della  capogruppo sulle  banche controllate, che  include  il  potere  della  prima  di  “supervisionare”  le  seconde, è  il  prodotto di  accordi contrattuali (“patti di  dominio”)  e  non di  controllo azionario”.

L’esperienza francese (Credit Agricole) e quella olandese (Rabobank) hanno fatto evolvere questo modello, producendo due campioni internazionali di grande dimensione. Nel 2016 l’olandese Rabobank è rimasta l’unica a detenere la licenza bancaria. 

“Il secondo  modello,  quello  del sistema  di  tutela  istituzionale  (o  IPS, Institutional Protection System),  si ritrova per tradizione  tra  le  Reiffesen tedesche e austriache,  ma  recentemente  è  stato  adottato anche dalle Casse Rurali spagnole, per le quali l’IPS  si  aggiunge  alla  struttura di  gruppo.  

L’IPS  è istituito sulla  base  di  un  accordo contrattuale  (o  di  specifiche  previsioni  di  legge)  per  garantire liquidità  e  solvibilità  delle  banche  partecipanti, al fine  di  evitarne  il  fallimento.  L’autorità  di vigilanza  può riconoscere  a  tali sistemi  effetti prudenziali, purché  siano soddisfatte  condizioni, quali la  capacità  di  fornire  sostegno  finanziario con fondi  prontamente  disponibili  (quindi prevalentemente forniti ex  ante da tutte le aderenti)  e  l’adozione  di adeguati strumenti di monitoraggio  e di classificazione dei  rischi,  con  corrispondente possibilità  di  intervento sui soggetti più deboli.”

Nessuno di questi sistemi ha finora assunto proiezione internazionale e le risorse sono prevalentemente  reperite all’interno delle componenti del movimento.

Questo il contesto del cooperativismo bancario europeo. Da noi è alla fine prevalso un sistema complesso, à la carte per salvaguardare 1,3 milioni di soci e migliaia di amministratori, sindaci e dirigenti, con tre holding capogruppo (Iccrea, Cassa centrale banca e Cassa centrale atesina), che saranno partecipate da 270 Bcc, ripartite secondo la volontà di adesione che verrà espressa nelle prossime assemblee dei soci convocate per questo specifico motivo, legate da un contratto solidaristico (patto di coesione).

Mentre tutti, dopo tanto dibattere, erano ormai pronti per partire, alcuni esponenti del governo del cambiamento hanno annunciato l’intenzione di sospendere tutto, ponendo una moratoria alla riforma in nome di una maggiore attenzione da riservare al localismo bancario ovvero della riconsiderazione del modello da scegliere, in favore di quello tedesco.

L’effetto, almeno per ora, e’ stato, un po’ a sorpresa, di rinsaldare i tre gruppi (romano,  trentino e bolzanino) che, dopo tante tenzoni tra di loro per strapparsi aderenti (Roma e Trento) si presentano tutti insieme agli occhi degli italiani con il comunicato stampa di cui sopra.

Abbiamo avuto solo il tempo per una rapida lettura, ma ci è sembrato una tessitura lessicale di termini generici quali: spirito cooperativo, visione, coerenza, valori.

Non c’e’ un numero, un indicatore, un rapporto quantitativo sulle connotazioni rischio-reddito-patrimonio con cui sia il mercato sia le autorità misurano le banche, comparendo nel comunicato solo il numero dei soci per significare che sono tanti e che quindi pesano nella vita sociale e politica del paese!  

Non si dice alcunché nemmeno del progetto industriale di rilancio del credito cooperativo (mezzi finanziari,  direttrici strategiche, investimenti, sistemi di verifica, etc.) essendo il medesimo, unito alla domanda di autorizzazione consegnata alle autorità, e ancora riservato.

Eppure nelle ben 2 pagine dedicate al cooperativismo bancario nelle recenti Considerazioni Finali del Governatore della Banca d’Italia si leggono parole nette su aspetti tecnici, quali scarsa redditività, perdite su crediti ancora elevate, rendimento negativo del capitale per un quarto delle BCC. 

Inoltre, il coefficiente di solvibilità è cresciuto di soli due punti percentuali, mentre per il totale del sistema bancario l’aumento è stato di circa sette. 

Ne è derivato, sempre secondo il Governatore, un limite alla capacità di far fronte al peggioramento della qualità dei prestiti: oggi le BCC registrano un’incidenza delle esposizioni deteriorate più elevata e un tasso di copertura degli npl più basso rispetto alla media di sistema.

Prosegue ancora il Governatore indicando quello che dovremmo attenderci di leggere in un piano industriale di rilancio: l’esternalizzazione di alcune funzioni, consorzi per la condivisione di processi produttivi e per l’acquisto di beni e servizi, accordi per la commercializzazione di prodotti  finanziari e assicurativi, operazioni di concentrazione. 

Forse non è uno tsunami quello che il 29 maggio scorso si abbatte sulle ambizioni dei vertici del movimento da parte della Banca d’Italia, ma senza dubbio è un chiaro e definitivo richiamo alla realtà e alla necessità di provvedere a un effettivo cambiamento.

Infine, in omaggio all’esprit du temp, il Governatore rammenta a tutti la vera finalità della riforma.

” I sistemi di garanzia solidale previsti dai contratti di coesione e il ricorso alle risorse patrimoniali che, grazie alla riforma, le nuove capogruppo potranno raccogliere sul mercato permetteranno di risolvere nel modo più efficace eventuali situazioni di difficoltà. In assenza dei gruppi, infatti, la legge richiederebbe di gestire le crisi di singole BCC con soluzioni di tipo liquidatorio.”

Il che vuol dire che la solidità futura del credito cooperativo è affidata alla capacità di attirare nuovi capitali dall’esterno delle Bcc e quindi alla sostenibilità del progetti industriali per rilanciare un business che rivendica originalità e necessita di un sostanziale recupero di efficienza.

Noi vorremmo che in una prossima pagina, semmai non a pagamento, ma resa pubblica sui siti di tutte le BCC italiane e sugli altri media si dessero ai soci, ai risparmiatori, ai clienti del movimento e ai futuri investitori indicazioni più precise su come si intende rispondere ai punti richiamati con tale forza e autorevolezza.

Perché alla fine sono i conti che debbono tornare, anche per quanto riguarda il credito cooperativo.

Noi pubblichiamo questa tavola di numeri, magari un po’ noiosi da leggere, tratta dalla Relazione Banca d’Italia 2018 che espone i conti economici delle banche italiane, Bcc comprese. Non brillano certo per redditività.

Buona lettura a tutti.

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