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Hammamet

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Tempo di lettura: 3’. Leggibilità **.

Sono stato tra coloro che hanno voluto vedere, appena nelle sale, il film Hammamet del regista Gianni Amelio. Era storia della mia generazione e infatti soltanto teste grigie coloravano la non affollata platea.

Sono uscito dalla proiezione chiedendomi che cosa potrebbe ricavarne un giovane nato più o meno negli anni in cui si svolge la vicenda. Che cosa cioè riuscirebbe a  cogliere di un personaggio che ha dominato la scena politica italiana dal 1976 al 1994 e che fino alla fine, avvenuta sei anni più tardi, ha, dall’esilio tunisino, continuato a tempestare la politica italiana con una quantità industriale di fax.

Mi sono risposto che il nostro giovane capirebbe ben poco. Non per il contenuto noiosamente intimista del racconto e nemmeno per l’imitazione (che di imitazione e di trucco si tratta, non di recitazione) di Pier Francesco Favino, o per alcuni evanescenti e improbabili personaggi, quanto perché più probabilmente si chiederebbe: Ma chi diavolo era questo Craxi? Uno condannato per una serie di reati, forse grandi, forse no, non si capisce bene, che ha legato indissolubilmente se stesso alla fama del politico dispensatore di corruzione. Per caso oggi di questa corruzione paghiamo ancora le conseguenze? Nessuna risposta saprebbe dare il nostro giovane. Immagino.

Ora io non voglio certo dire che un film debba essere una ricostruzione storica pedissequa di un uomo o di un periodo o debba descrivere i caratteri del protagonista nella forma estrema del santo o del bandito. I caratteri dei personaggi reali sono sempre complessi.

Bisogna stare attenti però a fornire ritratti talmente stereotipati da far quasi sorridere. Ci si imbatte in un protagonista che viene reso cinematograficamente tramite la sua arroganza, piuttosto che tramite le sue idee, in un’amante che per farsi riconoscere come tale deve aprirsi due o tre volte la vestaglia facendo intravvedere mutande e reggiseno; in una moglie ormai assente, perché stanca di inseguire nostalgie da First lady, che ricorda l’incontro con la regina d’Inghilterra, avvenuto al culmine del potere del marito.

Quindi ci sono i figli in rotta tra di loro, apparentemente senza un perché, e un nipotino, con un eterno berretto da garibaldino in testa, quale segno delle affinità di pensiero del nonno con l’eroe risorgimentale.

Emerge del protagonista una figura dolente e nostalgica e quindi mediocre, condannata a passare alla storia per aver posto la tuttora irrisolta questione del costo della politica, per poi vedersi accusato della farina rimasta attaccata alle mani del suo partito, come gli ricorda il compagno che lo visita negli ultimi giorni.

Non sembra dunque un grande corruttore, quanto un faccendiere, caduto nelle maglie della giustizia.

Opache le figure dei traditori politici che pure vi furono, anche di alto lignaggio, e un po’ patetico l’incontro in sogno con il padre defunto sul tetto del Duomo di Milano. Mi ha irriverentemente ricordato il film Il povero ricco di Renato Pozzetto.

Questa è l’impressione che ho ricavato dal film.

Nè posso escludere che nell’immaginario dei più giovani si sia formata l’idea di un velleitario, che per stupido orgoglio non tentò di difendersi dalle accuse della magistratura o che, da ingenuo romantico, giunse al punto di sacrificare la propria vita, rifiutando di venire a curarsi in Italia.

Quella che si racconta nel film sembra dunque la storia di una sindrome depressiva, nata nella nostalgia del potere perduto e coltivata nel piacere autolesionista di scaricare sulla coscienza degli altri la colpa della propria morte. Un caso clinico, che fa da pendant con quello del giovane rivoluzionario che per tutto il film accompagna Craxi-Favino, e che finisce in manicomio.

Questo era dunque lo statista che aveva sfidato il compromesso storico della tenaglia cattocomunista, gli americani a Sigonella, i duri e puri del caso Moro? Questo era lo statista della cooperazione internazionale e della necessità che l’Italia avesse una posizione di qualche respiro nel contesto post abbattimento del Muro? Questo lo statista della sconfitta dell’inflazione e della esplosione del debito pubblico? Di tutto ciò nel film c’è poco o niente.

Ad di là delle introspezioni di cui ho detto, io ho rivisto nella vicenda certe logiche politiche intente a dare degli avversari un’identità che la gente possa facilmente identificare e classificare definitivamente come suo sentire. In questo caso quella del Craxi ladro. Si scrive leader, si legge lader, è una battuta del film.

Forse avremmo bisogno di qualcosa di più complesso per raccontare artisticamente, anche dal lato delle storie individuali, le nostre più recenti vicende pubbliche. Che se poi abbiamo fatto crescere un mostro nella nostra democrazia dovremmo saperne le cause, come anticorpo per il futuro, al di là delle resipiscenze minime messe in bocca al protagonista (forse con la corruzione siamo andati troppo oltre!). Dopo tutto de nobis fabula narrat.

3 COMMENTS

  1. In qualche modo trovo un certo collegamento con il precedente articolo sulla editoria. Un certo tipo di cinema effettivamente non induce a riflessioni o a ricercare approfondimenti. Spesso oggi editoria e cinematografia, infatti, tendono a presentare tesi e giudizi preconfezionati incentrati a beatificare o quantomeno a moderare fatti e situazioni scritte nella storia. Resta il dubbio sulla buonafede dei giornalisti in un caso o sulla onestà intellettuale degli autori/registi nell’altro ma questo merita un più articolato discorso.

  2. Ho visto il film e concordo con il commento e la recensione. Decisamente un film non riuscito. Peccato perchè il regista ci ha regalato un film come Lamerica. Sul piano politico di quegli anni ricordo l’ostracismo, per me incomprensibile, del PCI nei confronti del PSI di Craxi mentre cercava l’alleanza con la DC di Andreotti. Forse questo è il motivo che ha impedito nel nostro paese la stagione della socialdemocrazia come in altri paesi europei.

  3. Sui tanti dubbi che sono emersi in questi giorni e riguardo al processo di beatificazione avviato dai tanti, può tornare utile Marco Travaglio che, in un suo recente editoriale intitolato “Il bottino di Bettino: ecco la lista delle spese private”, ricostruisce alcuni aspetti giudiziari che hanno riguardato patrimoni e distrazioni di fondi occultati in conti esteri, consultabile http://www.antimafiaduemila.com/home/opinioni/235-politica/77358-il-bottino-di-bettino-ecco-la-lista-delle-spese-private.html?fbclid=IwAR3bgIjW27wa-Jb2AZkDCTg6WGHCVsAnP3WHgagcM44h3-_Kej2_tZrWOME

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