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Abracadabra, Sim Salabim, Whatever it takes

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Tempo di lettura: 4’. Leggibilità **.


Frasi celebri

Chi non conosce le frasi più icastiche prodotte dai grandi geni?
Omero dice “Presto invecchiano gli uomini nelle disavventure”, Dante aggiunge “Fatti non foste a viver come bruti” e Shakespeare chiosa “C’è del marcio in Danimarca”.

Il secondo decennio del XXI^ secolo si è aperto con una espressione di potenza espressiva forse superiore alle precedenti, destinata a rimanere indelebilmente impressa nella mente degli uomini.

Non è letteraria, appartiene alla tecnocrazia politica. È la sintesi di tutte le azioni che chi ha la possibilità promette di fare, date le circostanze, per domare le cattive intenzioni di chi vorrebbe seminare sconquassi sui mercati finanziari.

Mai tre sole parole hanno avuto un potere tanto minaccioso e liberatorio. La frase, l’avrete ormai capito, è Whatever it takes. Il copyright è di Mario Draghi. Qualunque cosa occorra, verrà fatta. Sono incerto se collocarla a metà strada tra “In principio era il verbo” del Vangelo di Giovanni e “Vae victis”, guai ai vinti, come disse Brenno ai romani sconfitti. È una versione moderna del post hoc, ergo propter hoc.

Un’autorevole opinione di qualche anno fa

Abbiamo ritrovato un brano di Federico Rampini del 2013, di pochi mesi dopo la data in cui fu essa fu brevettata. Un po’ lungo, ma vale la pena rileggerlo.

Dunque, siamo quasi tutti in uno stato di soggezione nei confronti di questi super Banchieri. Siamo convinti che loro siano i banchieri «buoni», ben distinti dai banditi di Wall Street o di altre piazze finanziarie. I banchieri-banditi ci hanno cacciati in questa crisi, nessuno può dubitarne. Invece i super Banchieri, gli arcangeli, hanno fatto miracoli pur di salvarci: Ben Bernanke (Fed) con iniezioni di liquidità tonificanti per l’economia americana; Mario Draghi (Bce) con l’innalzamento di una linea difensiva strepitosamente efficace per impedire il default di Spagna e Italia.
Il culto della personalità può raggiungere talvolta delle vette imbarazzanti. Seguendo a New York una visita del presidente del Consiglio italiano Enrico Letta, con varie tappe dalle Nazioni Unite a Wall Street alla Columbia University, nei giorni 24-26 settembre 2013, ho osservato da vicino quel «culto». In sei conferenze successive, davanti a diverse audience newyorchesi, Letta ha ricordato ogni volta la frase«miracolosa» con cui Draghi avrebbe sottratto l’Eurozona all’Apocalisse: «Faremo tutto ciò che sarà necessario per salvare l’euro», così parlò Zarathustra-Draghi. La frase storica è quella che pronunciò a Londra il 26 luglio 2012, in una fase convulsa e drammatica di sfiducia dei mercati verso i paesi periferici e altamente indebitati dell’Eurozona. Letta ha ripetuto quelle parole magiche a tutti i suoi interlocutori, visitando l’establishment americano quattordici
mesi dopo il miracolo della resurrezione di Lazzaro. Gli americani, in verità, non sembravano così affascinati dall’evento soprannaturale. Visto da New York, il miracolo è un po’ malconcio: metà dell’Eurozona ancora in recessione nella stessa data in cui stava parlando Letta, l’altra metà con tassi di crescita asfittici e molto inferiori a quelli statunitensi. Soprattutto, quella citazione del «miracolo Draghi» suonava surreale nella maestosa Library della Columbia University. Accalcati a sentire il presidente del Consiglio italiano, oltre a tanti docenti e giornalisti, c’erano il fior fiore dei ricercatori italiani, costretti a fuggire dal loro paese dove il tasso di disoccupazione giovanile è il triplo di quello americano. Miracolo Draghi? Agli occhi dei tanti cervelli italiani esiliati nelle università americane, l’ossequio di Letta verso il super Banchiere europeo aveva qualcosa di incomprensibile, o perfino beffardo.“

Magica potenza 

Il Whatever è capace di fare più di abracadabra, di sim salabim, di apriti Sesamo, messi insieme, comparendo sulla bocca di tanti replicanti, più tecnici e meno tecnici, per tacitare qualsiasi dubbioso sul da farsi. Un paio di sere fa in tv, l’abbiamo sentita ripetere più volte con risoluta pacatezza dal governatore della Banca d’Italia Visco che ha tranquillizzato, dicendo che verrà fatto tutto il necessario per contrastare gli effetti economici della pandemia nel nostro Paese. Il quale peraltro si è subito trovato di fronte alla posizione negativa di nove paesi europei che non vogliono l’emissione di corona bond, in quanto mezzi finanziari condivisi.

Quindi whatever it takes è iper potente, al netto di qualche riserva, si dovrebbe almeno dire. O, se non altro, chi ne fa uso dovrebbe spiegare meglio i meccanismi virtuosi di questa politica monetaria.

E forse non basterebbe, stante la congenita debolezza del nostro debito pubblico, che non ci lascia molti margini. D’altro canto la frase avrà pure salvato l’Euro, ma noi siamo rimasti il Paese europeo dalla crescita più asfittica e le banche italiane hanno ritrovato più solidi equilibri soltanto alla condizione di un minore credito all’economia.

Il potere della sentenza è tuttavia più robusto. Sarà probabilmente in grado di condurre il suo inventore, uscito trionfante dalla esperienza di banchiere centrale sovranazionale, a essere invocato da tutte le forze politiche per la carica di capo del governo, viatico per aspirare a quella di capo dello stato. Dopo di che non può escludersi neanche il processo di beatificazione.

Noi agli uomini della provvidenza non abbiamo mai creduto, per un fatto statistico, non per mancanza di fede. Che un Paese di sessanta milioni di persone debba affidarsi al carisma d’un sol’uomo, non è questione di democrazia. È questione di numeri. Ci saranno almeno 10 di persone di altrettanto valore e merito, magari in campi diversi, che il Paese nelle sue sconquassate viscere ha saputo nutrire e che potrebbero aiutare? E poi la migliore garanzia non dovrebbe essere il buon funzionamento di tutte le istituzioni pubbliche, corpi intermedi compresi, e non l’uomo forte in attesa da dietro la porta? La nostra condizione economico-sanitaria è talmente complessa che nessuna figura individuale potrebbe molto.

Non ci resta che ricordare la prassi diffusa soprattutto al tempo della prima repubblica secondo la quale, quando un nome veniva messo in circolazione per qualche incarico, lo si faceva per bruciarlo. “Oh, gran bontà dei democristiani antiqui!”, avrebbe poetato l’Ariosto redivivo! Guardate a che cosa ci siamo ridotti!

 

2 COMMENTS

  1. In tutte le civiltà di ogni epoca lo sciamano, l’astrologo o il sacerdote hanno sempre avuto un ruolo di preminenza nelle società del tempo. Gli stessi regnanti si affidavano alle loro premonizioni divinatorie per conoscere anticipatamente il futuro prima di procedere. Era un modo come un altro per trovare argomenti convincenti nel prendere decisioni talvolta ardue e coraggiose. Di fatto era sempre un modo per delegare ad altri le proprie decisioni e responsabilità, dicendo semplicemente loro: “pensaci tu”, salvo poi decapitare o impalare i privilegiati suggeritori nei casi di insuccesso. Mi pare grossomodo che nel tempo nulla è cambiato, anche nelle società moderne che si ritengono evolute. Allorchè ci si ritrova in situazioni convulse e ingestibili, si tende ancor ora a perpetuare le antiche usanze. A completamento del pensiero, in merito alla opportunità e alla pericolosità dell’immissione di liquidità di denaro nel mercato, talvolta facilmente scelta in ottiche di scarsa lungimiranza, nell’occasione preme ricordare le considerazioni espresse nel libro “Denaro, sterco del demonio” da Massimo Fini (giornalista/scrittore libero, rimasto sempre indipendente), che focalizza con chiarezza, spesso anche anticipandole, talune problematiche e debolezze che caratterizzano il mondo capitalista e la società attuale. Infine, si consiglia di ricordare la prudenza di Lucio Dalla che, nelle sue poliedriche sfaccettature genialoidi di cantautore, sconvolgendo i canoni della categoria del tempo scrisse e cantò una canzone che aveva come ritornello “Attenti al lupo”, la ricordate? “C’è una casetta piccola così. Con tante finestrelle colorate ……” – https://www.youtube.com/watch?v=kFfhBX7ET-4

  2. Interessante leggere al riguardo un articolo di Thomas Fazi dal titolo “Draghi contro Draghi”. Con didascalia: “La lettera dell’ex Presidente della BCE inviata al “Financial Times” ha provocato un cortocircuito nella narrazione economica europea, pertanto deve farci riflettere sulle sue conseguenze. Quanto Federico Caffè è rimasto in Mario Draghi?” Che porterebbe a dire che forse qualcosa non torna in questa acclamazione del “novello salvatore”. https://www.lintellettualedissidente.it/corsivi/lettera-draghi-bce-europa-economia-coronavirus/

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