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Vita e morte di una banchina, il libro di Paolo Marcucci

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Tempo di lettura: 3’. Leggibilità **.

Per la casa editrice GoWare è uscito Storia della Banca Cooperativa di Capraia, Montelupo e Vitolini (ebook 9,99€, cartaceo 14,99€) con una interessante presentazione del Prof.Giulio Sapelli.

Il racconto è ambientato nella Toscana delle banche del territorio e dei distretti industriali ed è una storia di successo e di scelleratezze, perché la piccola popolare, fondata nel lontano 1908, negli anni 90 confluirà nella Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio e da lì ne condividerà il destino del tragico default. L’Etruria fu liquidata nel 2015 e poi ceduta per un euro a UBI nel 2017.

Il libro è fatto di più parti e contenuti e questo rappresenta il pregio storico e documentale del racconto della banca popolare. Nell’introduzione si da’ conto del ricco dibattito dottrinale sviluppatosi in tutto il 900 sulla rilevanza della cooperazione in Italia e delle  Banche di Credito cooperativo e delle banche popolari. Di pari passo se ne evidenzia il peso crescente nella struttura finanziaria del Paese, non solo a Milano o a Roma, ma anche nelle aree più interne a vocazione artigianale e agricola.

La banca nasce nel Pistoiese ad opera di Don Lorenzo Ceccarini nell’humus culturale disseminato dalla Rerum Novarum e dalla dottrina sociale della Chiesa. Gli obiettivi del nuovo sodalizio sono esemplari quanto a chiarezza e si ritrovano incastonati nell’art.4 dello Statuto.

”La Società è informata ai principi mutualistici e si ispira alla scuola sociale cristiana.Essa ha lo scopo di procurare il credito ai propri soci mediante la mutualità ed il risparmio; di compiere operazioni e servizi di banca, anche con non soci, al fine precipuo di favorire e sviluppare – nel quadro delle esigenze economiche e dei preminenti interessi della Nazione – le attività agricole, commerciali ed Artigiane, con particolare riguardo alle attività produttive minori ed alle Imprese Cooperative.
Essa cura il miglioramento morale ed economico dei propri soci anche con iniziative a carattere culturale e sociale.
La Società si propone pure di fare opera di educazione e di propaganda per il risparmio.Sono escluse le operazioni che abbiano carattere di speculazione.“

Un manifesto di inclusione sociale e sviluppo economico che potremmo sottoscrivere anche oggi, se fosse possibile. Gli eventi della banchina (impieghi per quasi un miliardo di euro al valore odierno) sono intimamente connessi con le vicende delle imprese dell’Empolese Valdelsa, con le fusioni tra consorelle, e con il ruolo svolto per risollevare quei territori dopo l’alluvione del 1966.

I prodigi finali che condussero all’incorporazione con l’Etruria sono riscostruiti con una fitta serie di documenti ed interviste che portano a una visione di insieme. Al lettore esterno permettono di recuperare una serie di fattori negativi che in sintesi potremmo attribuire alla deviazione rispetto ai principi originari, alle lotte intestine che agitavano gli ambienti finanziari cattolici e laici, alle intromissioni dell’organo di Vigilanza che spingeva per un fusionismo bancario, senza tuttavia pressare a sufficienza verso coerenti e impegnative scelte strategiche sul piano del business e della organizzazione di impresa.

Anche chi si era speso per fare di queste strategie linee coerenti di sviluppo del banking locale, basandole su scelte tecnologiche, ha finito per soccombere di fronte alla dispersione e agli individualismi. L’area geografica in questione ha offerto in proposito altri esempi.

Il localismo bancario, agitandosi tra il bisogno della crescita dimensionale e quello del mantenimento di posizioni di potere individuale e di difesa di autonomie poco probabili in un mondo globalizzato, rischia la fine dell’asino di Buridano.

Sullo sfondo della crisi della banchina vi è anche l’incapacità di allargare la base sociale originaria con i vecchi soci pervicacemente attaccati al valore delle proprie azioni e al ponte di comando, immedesimato da Presidenti e Direttori Generali di lunghissima durata e di interessate giravolte. E a un lettore attento non deve sfuggire qualcosa che nel libro e’ appena accennato, qualcosa che e’ tipico della finanza italiana, cioe’ la suddivisione tra finanza cattolica e finanza massone. Anche nei piu’ piccoli meandri del sistema bancario italiano, la guerra partigiana tra guelfi e ghibellini ha una capacita’ distruttiva senza pari. E chi vince comunque ne esce con le ossa rotte.

Saranno mali non solo della banchina, ma di gran parte delle banche del territorio che salteranno di lì a qualche anno in buona parte del paese. Uno dei mali della nostra società bancaria è che non siamo stati in grado di creare alternative alle numerose banchine d’Italia, nonostante le tante riforme delle popolari e del credito cooperativo, tuttora in divenire.

Il bel libro di Paolo Marcucci va dunque oltre la ricostruzione di una storia, ma sottende ad essa criticità nelle quali siamo tuttora immersi, con l’auspicio di trovare una rotta per allontanarsi dal gorgo, attraverso nuovi modelli di impresa bancaria locale. Se ce ne verrà dato il tempo!

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