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Come eravamo: la famiglia mezzadrile

1954
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Tempo di lettura: 6’. Leggibilità **.

La mezzadria

La mezzadria era unistituzione antica che traeva origine dai rapporti feudali, protrattasi in alcune regioni italiane fino agli anni ’80 del secolo scorso.

Essa non era soltanto un contratto agrario, ma un rapporto sociale molto complesso.

Due leggi misero fine a questo sistema di conduzione poderale, basato sulla divisione del prodotto tra capitale terriero e lavoro. La legge 756 del 1964 vietò la stipulazione di nuovi contratti a partire dal 1974 e la legge 203 del 1982 impose la fine di quelli ancora in essere con la riconversione in contratti di affitto.

Richiamarne la storia è utile alla comprensione dell’apporto alle questioni ambientali e produttive di questa antica organizzazione, dopo i profondi mutamenti sociali ed economici di cui siamo stati protagonisti e testimoni in questi decenni e che ci hanno allontanato dalla civiltà contadina e dalla tutela dell’ambiente.

Mappa della Val di Chiana Aretina, Senese e della Regione Umbra.

Breve storia di scelte illuminate


In
Val di Chiana, a partire dalla metà del XVIII secolo, mentre proseguivano i lavori di bonifica avviati sotto la direzione di Vittorio Fossombroni, Ingegnere Idraulico al servizio dei Lorena, dopo secoli d’acquitrini e malaria e un’agricoltura che provvedeva a stento alle necessità della popolazione, tornò a primeggiare la produzione agraria dei seminativi. La zona  “divenne il granaio dei Lorena” e il luogo di allevamento della razza bovina, detta “Chianina”.

Nel 1769, il Granduca Pietro Leopoldo, in visita alla Val di Chiana per rilevare di persona le condizioni in cui versavano le case dei contadini afferenti all’appoderamento della Chiana, dopo l’acquisizione al Granducato di dieci fattorie, avvenuta quando stava per spegnersi la dinastia dei Medici (1737), dette nuovo impulso alla trasformazione socio economica della zona.

Le dieci fattorie erano: Foiano, Bettolle, Abbadia, Acquaviva, Dolciano, Chianacce, Creti o S. Caterina, Montecchio Vesponi che comprendeva anche Capannacce, Brolio, e Pozzo, Frassineto e Fontarronco, per complessivi 7.000 ettari di seminativi, che vengono ripartiti in poderi, abbelliti con viali alberati, nuove case coloniche e popolati da famiglie mezzadrili da 20 a 40 componenti.

Il Granduca volle far costruire architetture rurali tipiche, con la particolarità del nucleo centrale costituito dalla torre colombaia. Le coloniche, dette Leopoldine, vennero edificate con il medesimo simmetrico rigore che ricordava le Ville Medicee, come soluzione definitiva alle condizioni di vita dei contadini di allora.

Oggi le potete vedere, sparse nella fertile campagna aretina dai finestrini del Freccia Rossa lanciato tra Firenze e Roma, purtroppo in stato di completo abbandono.

Prospetto di casa colonica mezzadrile detta leopoldina

Nel 1770, il Granduca aprì anche una sua “Via della Seta”, ordinando la piantagione di gelsi lungo le strade della bonifica e sugli argini dei nuovi canali, per l’allevamento del baco da seta in ogni singola Leopoldina, attività che raggiunse presto punte di eccellenza per la produzione dei filati.

Dopo pochi anni “non era possibile vedere campi più belli in altri luoghi; non vi era una gola di terreno la quale non sia stata lavorata alla perfezione, preparata alla semina, dove il frumento vi cresceva rigoglioso”.

La famiglia mezzadrile

Più che famiglia era una “comunione tacita familiare nell’esercizio dellagricoltura“, una sorta di famiglia allargata, comprendendo tutti coloro che, stabilmente conviventi, risultavano addetti al lavoro del podere.

Un opuscolo di cento anni fa sulla divisione dei beni nella famiglia mezzadrile

Nei criteri di divisione del reddito prodotto vi era proporzionalità rispetto all’effettivo apporto di lavoro, secondo schemi aritmetici tra la capacità media dell’uomo, della donna, del fanciullo. Era un sistema più equo del criterio della divisione in parti uguali fra fratelli, che conduceva a sperequazioni, potendo accadere che al fratello con famiglia numerosa toccasse la stessa quota di un fratello scapolo o ad annose e laceranti questioni di successione.

Il criterio di ripartizione era detto a “bocca e braccia”, espressione che coglie con immediatezza l’obiettivo delle esigenze di alimentazione e della capacità di lavoro.

Ecco alcuni rapporti teorici indicati da Arrigo Serpieri, che fu il maggiore scienziato agrario italiano del primo Novecento.

Valori di equivalenza delle bocche

unità di misura uomo dai 18  anni in su, pari a 3/3

donna dai 18 anni in su = 2/3 di uomo

uomo dai 15 anni ai 18 = 1/2 di uomo;

donna dai 15 anni ai 18 = 1/3 di uomo

uomo dai 12 anni ai 15 = 1/3 di donna, cioè 2/9 di uomo

Valori di equivalenza delle braccia

uomo dai 18 in su = 1/1;

donna dai 18 in su = 2/3 di uomo

uomo fino ai 18 anni = 1/3  donna

Questo era previsto dall’ordinamento giuridico dello Stato e negli usi e consuetudine fino al secondo dopo guerra, anche per le quote spettanti in caso di di successione.

Capoccia, Massaia, Bifolco

La famiglia mezzadrile aveva una precisa organizzazione interna.

Era guidata ed amministrata da un Capoccia, il quale teneva tutto in consegna (denari e derrate) ed a tutto provvedeva, non solo nei riguardi della disposizione dei lavori agricoli, ma anche degli acquisti necessari per l’intera comunità, senza obblighi di una regolare resa dei conti a fine anno.

Egli contrattava le vendite dei generi eccedenti il fabbisogno della famiglia, curava la divisione dei raccolti con i proprietari del fondo e gli estranei alla famiglia, nonché tutte le altre necessità e previdenze, vantaggiose e di interesse alla famiglia.

Il Capoccia era coadiuvato per una serie di adempimenti della conduzione familiare dalla Massaia. Ella indirizzava l’andamento della casa, secondo la disponibilità e le possibilità che dal Capoccia erano messe a disposizione.

La funzione spettava di diritto alla donna maritata non perché più anziana di età, ma perché di più lunga appartenenza alla famiglia. Tale diritto passava da una all’altra tacitamente, in seguito al decesso della vecchia Massaia o a seguito di divisione della famiglia. La Massaia, nelle famiglie costituite da stirpi diverse, non era mai la moglie del Capoccia. 

Curava inoltre il pollaio, in relazione all’entità del podere ed in armonia alle disposizioni stabilite dal Capitolato colonico, utilizzando per l’allevamento i residui della cucina, della panificazione e degli scarti del granaio. Nell’allevamento del pollame, la Massaia aveva sovranità indiscussa e non era tenuta a rendere conto degli utili conseguiti neppure al Capoccia.

Però per questa particolare concessione, la Massaia doveva, a sue spese, provvedere al sale e al pepe indispensabili per gli ordinari condimenti del vitto, nonché al sapone per il bucato e all’acquisto di aghi e cotone per la cucitura e le riparazioni del vestiario di tutti. Il sale per la preparazione della conserva all’epoca della raccolta del pomodoro e quello per la salatura della carne suina era invece prerogativa del Capoccia.

Il Bifolco o Stalliere, di solito un membro che aveva inclinazione verso la cura degli animali, era addetto alla custodia del bestiame e provvedeva alla somministrazione dei mangimi in dosi predefinite dette unità foraggere. Egli eseguiva i lavori nei quali era richiesta l’opera del bestiame, curava la concimaia, teneva in ordine i foraggi secchi, gli strami, le paglie, curava la pulizia dell’aia ed adiacenze.
Il Bifolco teneva in suo aiuto uno o più giovani membri della famiglia.

Nelle famiglie mezzadrili più numerose il bestiame nella stalla era costituto da 4-5 paia di buoi da lavoro Chianini, da 8-10 paia di vacche Chianine da lavoro e riproduzione.

Il Capoccia, la Massaia, il Bifolco e gli altri componenti della famiglia mezzadrile costituivano un sistema sociale nel quale “il patrimonio comune ed indiviso, proveniente da successione ereditaria, o da acquisti diretti, fra persone legate da vincoli di parentela”. La trasmissione dell’autorità e dei beni materiali, concentrata nelle mani del Capoccia avveniva per via maschile, generalmente a vantaggio del primogenito maschio.

Rapporti sociali

Una comunanza di vita sotto lo stesso tetto ed alla stessa mensa richiedeva la gestione di relazioni complesse, date anche dalla promiscuità per la compresenza di maschi celibi, zii, fratelli del capoccia, facenti parte delle braccia lavoro. Nel comportamento sessuale, non mancavano rapporti occasionali con partner diversi o in funzione della scelta definitiva del partner. Una costumanza, che oggi sarebbe interpretata con disagio, era governata tenendo in equilibrio situazioni dispersive, se non addirittura esplosive dell’unità familiare.

Il Capoccia, la Massaia e il Bifolco non avevano diritto, in caso di divisione della famiglia, a compensi straordinari o particolari per la loro qualifica, per la semplice ragione che mentre ciascuno di loro adempiva ai compiti inerente alla propria attribuzione, gli altri componenti della famiglia stessa “costituenti le braccia lavoro”, provvedevano al disimpegno di tutti i lavori richiesti dalle colture, per conseguire i raccolti o gli utili finali, a tutti comuni.

I rapporti con i proprietari della terra non sempre erano rose e fiori. Per alcuni qualsiasi pretesto era valido per screditare la gestione e addossare colpe e responsabilità, anche di eventi atmosferici o calamità naturali, ai mezzadri, acuendo le contrapposizioni.

Anche sotto altri profili sociali vi era molta arretratezza, a cominciare dalle condizioni discriminatorie verso la donna, che peggioravano a causa della riduzione dei differenziali di rendita agricola, dell’emarginazione e della sopraffazione culturale da parte della società e dell’uomo.

Inoltre la mezzadria non era la forma più adatta per incorporare il progresso tecnologico, anche se va ricordato l’apporto della organizzazione agricola anche mezzadrile alla modernità.

Quelle organizzazioni socioeconomiche avevano infatti sviluppato attività artigianali quali la filatura, la tessitura, l’intreccio della paglia, le opere di falegnameria e di lavorazione del ferro e di piccola meccanica, svolte negli intervalli stagionali delle lavorazioni agricole.

Lo sfruttamento di quelle abilità costituirà il nucleo di tante piccole imprese che cominceranno a diffondersi fino a rappresentare una delle portanti del successivo sviluppo della economia nazionale.

Verso il futuro o verso il passato?

Siamo giunti ormai alla fine degli Anni Sessanta, mentre si spopolano le campagne e i paesi (dal 1955 e al 1965 gli occupati agricoli passano da 8 a 5 milioni), l’agricoltura si impoverisce e non si sviluppano nuove attività. Ciò riguarda sia la mezzadria sia la piccola proprietà contadina creata a seguito della riforma agraria degli anni cinquanta.

Questa aveva frammentato le grandi proprietà terriere in appezzamenti molto piccoli difficilmente in grado di mantenere famiglie numerose e molti costumi si erano dissolti, facendo emergere altre debolezze, come la minore attenzione alla salvaguardia dei territori.

La successiva politica agricola comunitaria fu la risposta, non del tutto adeguata, al sostegno dei redditi in un’agricoltura, non più settore trainante.

Perché avviene tutto questo?  Eppure la terra non è diventata improvvisamente povera. Sono cambiati i rapporti di scambio tra agricoltura e industria, a vantaggio di quest’ultima.

I progressi da allora ci sono stati, soprattutto nella vinicoltura e in altre produzioni alimentari del made in Italy.

Oggi siamo ad un altro punto di svolta per evitare, come è stato scritto, di avere “campagne senza agricoltura”, o “agricoltura senza campagne”. La introduzione di processi produttivi intensificati e digitalizzati, all’interno di metamorfosi radicali, con cicli integrati, per assorbire i differenziali dei prezzi dei prodotti agricoli primari rispetto ai prodotti alimentari finali dovranno essere gestiti con visione strategica e grande cura per le componenti naturali, evitando facili retoriche.

Il ritorno dei giovani nelle campagne può aprire nuove prospettive. Ma la crisi aperta dalla emergenza sanitaria ha messo definitivamente a nudo anche le condizioni davvero precarie del lavoro di oggi in agricoltura e nuove e intollerabili situazioni di sfruttamento e di diseguaglianze sociali.

Ecco anche perché i paragoni con il passato non sono affatto del tutto favorevoli al presente. 

13 COMMENTS

  1. Grazie di questo imperdibile articolo che offre uno spaccato ottimamente descritto del “come eravamo”. Le Leopoldine sempre sono le protagoniste dei miei viaggi sul Frecciargento; le cerco dai finestrini a dispetto della velocità e mi affascinano al punto che sogno di acquistarne una e poi un’altra e poi un’altra ancora per strapparle allo stato di abbandono in cui sono precipitate. Un sogno sinora frustrato dalla difficoltà di rintracciarne i proprietari. Il riferimento alla (dis-)equivalenza uomo – donna, anche se il motivo della disparità è intuitivo, ispira un inevitabile collegamento al perchè sia così difficile raggiungere una dignitosa parità di genere nel nostro paese. La differenza di percezione, giudizio, classificazione, apprezzamento, valutazione è talmente radicata indietro nel tempo, che sembra impossibile determinare un cambiamento di mentalità, a meno di un miracolo. O di un disastro naturale……

  2. Senza parlare, poi, di quanto intensamente l’articolo abbia evocato le immagini dei quadri dei Macchiaioli …

  3. Ho avuto l’onore ed il privilegio di lavorare insieme agli uomini di quel tempo. condivido il tuo velato disappunto per la perdita di valori e tradizioni che hanno costruito il nostro Paese . In quel tempo un uomo misurava e pesava le parole , il rispetto e la considerazione si guadagnavano con i fatti ed i comportamenti . Non mi pare che oggi sia ancora così . Forse ripensare e recuperare il senso della dignità e dell’onore potrebbe essere straordinariamente efficace .
    Ancora complimenti per il prezioso articolo !!

  4. Gentilissima Isabella, grazie per il giudizio,
    le donne è l’appellativo nobile “di come eravamo”, lavoravano pesantemente per mantenere la famiglia, numerosa. Sposate in età fertile e giovanissime, spesso contro la loro volontà, mettevano al mondo dagli otto ai dieci figli, da accudire, nutrire, educare, molti dei quali morivano di malattia, malnutrizione o incidenti. Non avendo balie per la tutela dei bimbi più piccoli, questi erano lasciati in custodia a figlie in età della ragione (sei-sette anni) o nonna. Credo possa sintetizzarsi nell’ insieme delle sofferenze “discriminatorie e repressive”, nell’insieme dei problemi connessi nella società contadina con il sottosviluppo da medioevo. A seguito di un progressivo fenomeno di miseria ed imbarbarimento, dall’emarginazione, della sopraffazione culturale della società e dell’uomo.
    Le responsabilità sono delle “Istituzioni” è una configurazione di sovrastrutture organizzate giuridicamente e il cui fine era quello di garantire le relazioni sociali, la conservazione e l’attuazione di norme attività sociali e giuridiche stabilite tra l’individuo e la società o tra l’individuo e lo Stato sottratte all’arbitrio individuale e del potere in generale. Ma così non è stato! ed ancora siamo molto lontano da quella realtà.
    Adoro il naturalismo dei paesaggi toscani dei Macchiaioli e Postmacchiaioli.
    Grazie.

  5. Preg.mo Romano Trojanis,
    non saremo mai abbastanza grati per dei lavoratori così unici! Che con i coltivi mezzadrili avevano creato il paesaggio più armonioso del mondo! Come ci ricorda la gentile Isabella citando il naturalismo dei paesaggi toscani dei Macchiaioli e Postmacchiaioli.
    Grazie

  6. Buongiorno Ulderico,

    meravigliosa narrazione, fornisce gli elementi principali e più straordinari della storia della mezzadria in Val di Chiana.Argomenti storici, in cui il cuore degli approfondimenti, posti all’inizio cerca l’interessare e coinvolgere il lettore con le informazioni più importanti. Al punto che ha fatto chiarezza rispetto alle storie raccontate dai miei nonni, vorrei chiederle: che cos’è la piccola proprietà contadina? che differenza c’è tra buoi e vacche di razza Chianina? Chi è stato il maggiore nemico della mezzadria?

  7. Gentile Antonella,
    l’enumerazione che segue è solo esemplificativa e non pretende di essere esaustiva:
    la piccola proprietà contadina è un particolare modo di conduzione dell’agricoltura in cui la figura del lavoratore viene a coincidere con quella dell’imprenditore agricolo, o coltivatore diretto.
    La mancanza del contrasto d’interessi tra il proprietario ed il lavoratore del terreno (ad es come nel caso della mezzadria), la capacità che tale dimensione della proprietà ha in sé di stimolare continuamente l’agricoltore a migliorare la produzione e quindi il reddito del proprio campo, l’attaccamento alla terra, che solo chi la lavora può veramente sentire, hanno facilitato in passato la soluzione dei problemi dell’agricoltura, disancorandoli dalla crescente scarsità della mano d’opera salariata, la quale, a seguito dei bassi salari e del suo legame instabile con la terra, era sempre più attratta dall’industria.
    L’agevolazione storicamente riconosciuta agli agricoltori per l’acquisto di fondi agricoli è definita dalla legge come “agevolazione per la formazione e l’arrotondamento della piccola proprietà contadina”, meglio nota con l’acronimo “PPC”. Provvedimenti emanati a seguito della riforma agraria del 1950.

    Buoi e Vacche: ruminanti di grosse dimensioni, con corna, nella fattispecie di razza Chianina, buoi maschi adulti di bovini domestici, castrati con l’attitudine da carne e lavoro pesante in agricoltura; vacche femmine adulte di bovine domestiche di razza Chianina, a triplice attitudine, destinate come animali da riproduzione, da carne e da lavoro, anche se quest’ultima, con l’avvento della meccanizzazione in agricoltura è stata fortemente ridimensionata.

    Il maggiore nemico della La mezzadria (termine derivante dal latino tardo che indica “colui che divide a metà”) è stata la meccanizzazione, a seguito di processi di trasformazioni “economiche” del lavoro agricolo di sostituzione delle macchine all’uomo. “Il trattore automezzo a ruote gommate o con cingoli, capace di sviluppare un elevato sforzo di trazione, usato per macchine operatrici: che possono essere semoventi (come la mietitrebbiatrice), portate (come l’erpice) o trainate/semi-portate (se hanno ruote od analoghi dispositivi che poggiano al suolo) e vengono impiegate per l’esecuzione di operazioni agricole; rimorchi agricoli: vengono impiegati per il carico ed il trasporto.
    Grazie per il suo apprezzamento.

    • Buon pomeriggio, c’ è un passaggio che ha dato nel commento alla lettrice Isabella: le responsabilità sono delle” Istituzioni ” è una configurazione di sovrastrutture organizzate giuridicamente il cui fine era quello di garantire…. A chi si riferisce? Chi erano? Come si identificano materialmente?
      Grazie attendo un suo riscontro.

  8. Buon pomeriggio anche Lei,
    da soggetti pubblici e istituzionali: lo Stato, con i profondi limiti, che ancora oggi lo segnano in questo campo; le grandi subculture (cattolica, comunista ecc.) e le articolate organizzazioni costruite su di esse; le differenti forme di appartenenza ivi comprese quelle di carattere “locale”.
    Cordialità

  9. Gentile Ulderico,
    sono stata colpita dal suo articolo molto interessante. Sono una giornalista e ho realizzato un reportage sugli ultimi mezzadri delle regioni centro italiane per raccogliere alcune loro prassi di ecologia naturale. Ho realizzato un libro con ritratti e memorie che vorrei inviarle. Credo che il pensiero mezzadrile sia molto attuale perché rappresenta un modello di economia circolare realmente funzionante. Nessuna figura delle moderne società occidentali è riuscita più di quella del contadino-mezzadro a sviluppare un rapporto di intima simbiosi con il mondo naturale, da cui traeva beneficio e ristoro per la sopravvivenza. Il mezzadro è, in questo senso, assimilabile all’aborigeno primitivo del pianeta che nel proprio sistema di riferimento ha sviluppato una cosmogonia naturalmente ispirata al rispetto della terra e degli altri esseri viventi. La civiltà mezzadrile italiana ha svolto la propria azione rigeneratrice in molteplici ambiti che oggi definiscono altrettanti bacini di patrimoni tangibili e intangibili: il capitale naturale, il capitale sociable e il capitale produttivo. Sono ambiti importanti che oggi andrebbero rivalutati.

  10. Gent.ma Laura,
    come eravamo: “la famiglia mezzadrile”, uno dei tratti distintivi di quel periodo, non si coniugano solo alle pratiche e ai vissuti del tempo della società contadina, in uno scorcio d’anni in cui la scolarizzazione e l’inserimento nella produzione di fabbrica hanno caratteristiche impetuose e di massa. E si coniugano, anche, a forme ancora sotterranee di “riscoperta” ma in qualche misura di reinvenzione della politica. La nuova presenza dei giovani nella scena diventa allora occasione per un discorso più generale, che coinvolge da vicino, ad esempio i lavoratori delle fabbriche, la nuova classe operaia che si delinea. I modelli acquisitivi saranno si individuali e famigliari, ma l’impatto con il boom economico innesca in qualche misura, o comunque favorisce, una ripresa del protagonismo collettivo che scardina lo scenario che sembrava consolidarsi in precedenza. Modelli di integrazione e di cooptazione subalterna della forza lavoro, forme di promozione sociale individuale e al tempo stesso pratiche discriminatorie e repressive, questo armamentario riempiono, negli anni del secondo dopo guerra, larga parte dell’ orizzonte mentale dei proprietari terrieri italiani. Alla metà del decennio degli anni sessanta questo scenario sembrava realizzato, o vicino ad esserlo: di lì a poco, invece, esso è rimasto prontamente in discussione da vecchi e nuovi soggetti, che riconquistano tumultuosamente il senso di un’appartenenza collettiva e la consapevolezza di un orizzonte di diritti.
    Grazie per il suo apprezzamento per di come eravamo: “la famiglia mezzadrile”, questo è motivo di soddisfazione personale.

  11. Meravigliosa descrizione del tempo che fu e che mi ha riportato alla mia infanzia vissuta in quel di San Lazzaro dove i miei nonni materni facevano quel che Lei dr Ulderico descrive con dovizia di particolari e tanta e’ la nostalgia .grazie!

  12. Grazie Paolo,
    sono lieto che questa mi narrazione “come eravamo: la famiglia mezzadrile”, ti abbia ricordato momenti felici della tua infanzia in quel di San Lazzaro di Camucia, “del tempo che fu” e, che ti abbia suscitato emozioni positive che sono una componente chiave della felicità e del benessere.

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